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Editoriale

Al “manifesto” la verità è sempre rivoluzionaria

La verità è rivoluzionaria. E chi ha creduto di battersi per la rivoluzione, per tutta la vita, dovrebbe sempre dire la verità. Ma i principi e i valori vengono messi da parte quando si pensa di avere ragione.

Si può dire che i nostri lettori ogni giorno leggono «un chiacchiericcio insensato». Si può essere distanti politicamente e culturalmente affermando che «beni comuni e ecologismo, si certo di queste cose non me ne importa niente», perché invece per il manifesto rappresentano una teoria e una pratica in cui ci sentiamo coinvolti e protagonisti. Chi è poi, oggi, che, culturalmente, propone un’alternativa di sinistra ai beni comuni? La riflessione di molti, tra questi Stefano Rodotà, è una ricchezza, una via da percorrere, un terreno da coltivare. Di più, un ancoraggio di questo giornale fin dalla straordinaria campagna sui referendum del 2011. Quando un voto largo, popolare, vincente, di cambiamento scombussolò le certezze della vecchia guardia.

Si possono anche dare giudizi sprezzanti o tentare di fare la lezione su quanto è diventato brutto e cattivo il mondo. Ma ricordiamo che facciamo un giornale quotidiano per combattere con i nostri piccoli mezzi contro ingiustizie e diseguaglianze sociali molto più complesse e articolate rispetto a trenta anni fa. E non solo con belle interviste di Luciano Gallino al manifesto, con gli interventi quotidiani dei compagni di Sbilanciamoci, o con gli articoli, i commenti, le firme di un folto gruppo di collaboratori, per noi un intellettuale collettivo che parla a tutta la sinistra. Raccontando, criticando gli ingranaggi e contrastando le “verità ” di un neoliberismo feroce. Bellissimo l’ultimo libro di Alberto Asor Rosa (citato da Rossana), come preziosi per noi sono i contributi di riflessione che Asor da alcuni anni non fa mancare al manifesto.

La ragione per replicare alle affermazioni rese da Rossana Rossanda a Repubblica sta nel doveroso obbligo di smentire la falsificazione della realtà. Sostenere che lei e gli altri compagni e compagne che hanno lasciato il giornale sono stati «cacciati» è una falsità. Una grave falsità. Che peraltro tutti possono verificare: basta andarsi a rileggere i numerosi commenti pubblicati durante e dopo la nostra discussione, quando invitavamo Rossanda, Valentino Parlato e gli altri, a ritornare al giornale, perché non c’era ragione per una rottura così violenta, unilaterale, forzata. Questi nostri ripetuti inviti sono rimasti inascoltati, caduti nel vuoto. Del resto era già successo. Più volte in passato Rossana ha deciso di tagliare i ponti con il giornale, comunicandolo lei stessa ai lettori in prima pagina.

Sarebbe giusto adesso, e molto più onesto intellettualmente, riconoscere che tra noi c’è stata una forte divisione politica. Sarebbe ora di ammettere che in una condizione di fallimento dell’impresa (la liquidazione della vecchia cooperativa), e dunque nel momento più drammatico e di maggiore fragilità per tutti, Rossana e gli altri hanno abbandonato la “nave”, pensando soltanto a se stessi, senza alcun interesse per la sorte del manifesto, quello stesso giornale che avevano contribuito a fondare. Solidarietà, collettivo, gruppo, obiettivi comuni, sono stati bruciati sull’altare di un dissenso politico ritenuto insanabile.

Noi comunque non siamo morti. Anzi, siamo riusciti nell’impresa di formare una nuova cooperativa. Avere oggi in campo un giornale come il manifesto, in una crisi dell’editoria quotidiana che negli ultimi cinque anni ha inghiottito un milione di copie, in una crisi politica di sistema che mette a rischio la Costituzione repubblicana e ciò che resta della sinistra, non è il risultato di un “chiacchiericcio”. Lo strumento di un giornale quotidiano di lotta politica è oggi imprescindibile. Soprattutto nell’asfittico panorama politico-editoriale italiano. Forse è questo che brucia? Così ci era sembrato di vedere nella lettera di Rossana, privata ma generosamente recapitata qualche settimana fa alla rubrica “Riservato” dell’Espresso (già: Espresso e Repubblica sembrano molto interessati alle nostre vicende…). Una lettera alla quale abbiamo evitato di rispondere per non adeguarci al, questo sì, «chiacchiericcio insensato». In quella brutta lettera non solo offendeva noi ma se la prendeva con chi aveva lasciato il giornale, fustigandolo per non aver saputo combattere, accusandolo di aver deposto le armi, spronandolo a darsi da fare.
Comunque non avremmo replicato neppure questa volta, nonostante le bugie e i toni sprezzanti. Ma qui è in gioco un collettivo che lavora ogni giorno con le armi delle idee, dell’intelligenza, della volontà, della militanza. Per fare, con fatica ma con la testa e il cuore, un giornale legato alla comunità delle lettrici e dei lettori. Comunità con la qualche vorremo condividere anche altri momenti, oltre la lettura del manifesto, sperando di riuscire a farlo quando potremo alzare la testa per progettare un piano editoriale.

A Rossana un ultimo messaggio. Le giornaliste, i giornalisti, i tecnici che oggi lavorano a via Bargoni non li conosce, ma sono di sinistra, di un’altra, diversa, sinistra. Sono, politicamente parlando, i suoi “nipoti”, le ragazze e i ragazzi di questo secolo. Per tutti noi è una fortuna, perché il futuro sarà nelle loro mani. Noi lo speriamo e lavoriamo, da quarant’anni, proprio per questo: per assicurare una ancora lunga vita al manifesto

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