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Editoriale

Amnistia, la strada da tentare

Almeno su due cose ha ragione Marco Pannella: quando dice che all’Italia non occorre una via di fuga ma una prospettiva, indicandola poi in un atto di clemenza generale, parte integrante di una riforma strutturale della giustizia, dei delitti e delle pene. L’improvvisa attenzione nel dibattito politico a due parole – amnistia e indulto – fin qui neglette rischia, tuttavia, di ridursi a un fuoco di paglia. Perché le piega, deformandole, ad una prospettiva differente: quella di una clemenza di pacificazione a chiusura di un ventennale bipolarismo conflittuale, estintiva delle pendenze giudiziarie e della condanna del senatore Berlusconi.
È una falsa partenza. Incalzati dalla caparbia nonviolenza radicale, il Quirinale, la Guardasigilli, le camere penali, l’intera comunità carceraria invocano una legge di clemenza come soluzione a una condizione oramai catastrofica: processi dalla durata irragionevole, prescrizioni a vagonate, sovraffollamento carcerario, morti dietro le sbarre, il suicidio come mezzo di «evasione» dalla galera.

È «una questione di prepotente urgenza» che non riguarda un problema di agibilità politica individuale, semmai di ripristino dell’agibilità costituzionale del paese, condannato seriale a Strasburgo, dalla Corte EDU. Come un criminale recidivo e professionale.

La necessità di recuperare la Repubblica alla sua legalità è il solo orizzonte che restituisce ad un atto di clemenza la sua autentica funzione. Amnistia e indulto, infatti, non sono né uno strappo né uno scandalo, se costruite in modo da rispettare il volto costituzionale della pena scolpito nell’articolo 27, comma 3, della Carta: invece, ove l’effetto estintivo della clemenza «irrazionalmente contrastasse con tali finalità, ove risultasse variante arbitraria» tale da svilire il senso stesso della condanna e della punizione, «non potrebbe considerarsi costituzionalmente legittima» (cosi la Consulta, sentenza 369/1988).
Pannella indica la luna. Gli altri fissano il dito, accapigliandosi.
Così falchi e colombe del Pdl, intenzionati a caricare sulla legge di clemenza fardelli giuridicamente insostenibili. Qualche esempio? Gli sconti di pena dell’indulto non si possono cumulare come i punti al supermercato. E il loro leader si è già giocato il bonus che rischia anzi di perdere, venendo revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, nei successivi cinque anni, «un delitto non colposo per il quale riporti la condanna a pena detentiva non inferiore a due anni» (così l’articolo 3, legge d’indulto del 2006). I tre disegni di legge in materia depositati in parlamento includono reati individuati sulla base della loro pena edittale massima (4 anni per l’amnistia, 3-4 per l’indulto spingendosi a 5 per i soli detenuti in gravi condizioni di salute), asticelle abbondantemente superate da quelli per i quali il senatore Berlusconi (che gode di ottima salute) è stato condannato o è a processo. E ancora, l’inclusione nell’atto di clemenza di reati fiscali o contro la pubblica amministrazione andrà bilanciata (come nell’indulto del 2006) dalla conferma di tutte le pene accessorie, che non inflazionano né i tribunali né le carceri. Infine, la decadenza da senatore resterebbe sul tavolo, perché l’indulto – salvo disponga diversamente – estingue la pena, mentre la sentenza di condanna, quale titolo esecutivo, conserva immutata validità.

Come in un gioco di specchi, le reazioni sdegnate all’idea di un provvedimento di clemenza appaiono altrettanto strumentali. Addirittura ciniche, laddove barattano il timore di un colpo di spugna per uno solo con la certezza quotidiana dello stoccaggio di 66mila detenuti in 47mila posti, come tanti pezzi di legno accatastati in una legnaia. Come ha scritto Andrea Fabozzi, è il «trionfo per annessione del berlusconismo», titolo di un film già visto nel 2006, quando l’indulto fu osteggiato a sinistra perché promuoveva Previti dagli arresti domiciliari all’affidamento ai servizi sociali: eppure, senza quella clemenza così bistrattata, oggi dietro le sbarre la vita sarebbe inimmaginabile.

Quanto al benaltrismo di sinistra che boccia amnistia e indulto come scorciatoie, invito a cerchiare sul calendario la data del 28 maggio 2014. È la dead line fissata dalla Corte EDU (sentenza 8 gennaio 2013, Torreggiani c. Italia), entro cui va risolto il problema «strutturale e sistemico» del sovraffollamento carcerario, per ripristinare «senza indugio» in Italia il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti (articolo 3 CEDU). Siamo condannati a fare, e presto. Servono strumenti normativi congrui e tempestivi. La Costituzione li prevede e si chiamano amnistia e indulto, i cui effetti andranno messi in sicurezza con altre riforme da incardinare fin d’ora in parlamento: solo così si potrà stabilizzare una legalità finalmente ritrovata.
Conosco l’obiezione: se centrodestra e centrosinistra, non hanno interesse ad un atto di clemenza (inutile per i primi, temuto dai secondi), si sta parlando di niente. Tanto più che per la sua approvazione servono maggioranze vertiginose: i due terzi degli aventi diritto al voto, articolo per articolo e nella votazione finale. Una chimera.

È vero, ma solo per chi pensa che la partita della legalità si giochi interamente sui destini (fasti o nefasti) del Cavaliere. Ancora una volta si guarda il dito e non la luna: perché la legalità ha un raggio molto più ampio, riguarda l’intero ordinamento (cioè tutti) e la sua capacità di rispettare le leggi, la Costituzione, i proprio obblighi internazionali. A cominciare dalla dignità delle persone (tali sono i detenuti) e dai diritti fondamentali di chi (parte in un processo) attende troppi anni per avere giustizia.

Quanto al nodo procedurale, rileggiamo il comunicato del Quirinale del 27 settembre 2012: «Pongo all’attenzione del parlamento (…) sia le questioni di un possibile, speciale ricorso a misure di clemenza, sia della necessaria riflessione sull’attuale formulazione dell’articolo 79 della Costituzione che a ciò oppone così rilevanti ostacoli». Si chieda allora alle camere di riscrivere sul punto la Costituzione. Lo si esiga dal governo, che ha promosso un percorso di revisione costituzionale.

È un’idea realistica sul piano politico? «È il Capo dello Stato che lo chiede», si potrà dire ai riottosi. E poiché i voti non hanno odore, andranno incassati anche i consensi di gruppi non particolarmente sensibili alla condizione carceraria ma interessati a restituire agibilità a due strumenti oggi difficilmente praticabili. A chi, invece, denuncerà il pericolo di un futuro colpo di spugna, andrà spiegato – serenamente, pacatamente – che la nuova procedura costituzionale nulla dice su come sarà poi congegnata una legge di clemenza.
Dunque c’è un varco stretto da attraversare, perché la posta in gioco, in termini di civiltà giuridica, è enorme. È come per il calabrone: insetto che ha ali così piccole e un corpo così grande da non poter volare, eppure vola. Vale la pena di tentare. Vale la pena di volare.

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