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Editoriale

Applicare la legge, difendere il paese

Insisto: conviene in questo momento, anzi bisogna, tenere ben separate la sfera dell’applicazione e difesa della legalità repubblicana dalla sfera delle opportunità politiche, vulgo sopravvivenza o meno del “governo delle larghe intese”. Le due sfere non sono reciprocamente comunicanti: chi lavora per metterle in relazione, bilanciare, equilibrare, spossare, depotenziare, lavora per il Re di Prussia, ossia contro l’Italia.
La prima sfera viene oggi decisamente al primo posto, sia cronologicamente che logicamente, e va affrontata e risolta nella propria assoluta autonomia di competenze e di giudizio. Anche qui possono esserci, e di fatto ci sono, contrapposizioni e abili sfumature di giudizio, forse più pericolose delle prime. Tutto dipende dalla valutazione etico-politica che ognuno dà dei fenomeni che sono alla base dell’attuale dibattito. Noi ci sentiamo profondamente diversi (davvero un’altra Italia) da coloro che per anni non hanno imparato a considerare Berlusconi e il berlusconismo come un vero e proprio cancro che ha divorato in Italia le basi del diritto, la funzione e le prerogative della giustizia, la base morale del far politica, e ha avallato in ogni campo le strategie dell’avventurismo e del privatismo più sfrenato.
Se si vuole salvare la salute futura di un sistema di valori, democratico, repubblicano, costituzionale, messo in piedi dal sacrificio dei nostri padri, occorre mettere un punto fermo: anzi, dico io, il punto fermo.
Per ottenere questo, oltre tutto, la strada è assai semplice: basta che ognuno faccia la sua parte, nella distribuzione dei ruoli che l’assetto istituzionale prevede: assicurare la decadenza; sanzionare la ineleggibilità; nessuna grazia a posteriori, neanche di tipo semplicemente risarcitorio o consolatorio; garantire l’esecuzione della pena nelle forme previste dalla legge. E, per favore, ci sia risparmiata almeno questa volta la farsa penosa di un ricorso dilatorio (infondato e inutile) alla Consulta, che svelerebbe, forse ancor più drasticamente di quanto non farebbe una qualche forma di “assoluzione”, di quale pasta sia fatto il cosiddetto tessuto politico italiano.
Dopo aver detto “sì” per vent’anni o, ancor più frequentemente, “nì”, – vero simbolo del malcostume nazionale, – si decida per favore di dire con chiarezza “no”: non si può discutere; non si può accettare; non si può fare. L'”agibilità politica” è una nozione che lo Stato di diritto ignora. Infatti: o c’è, perché le condizioni, giuridiche e politiche dell’interessato, la consentono; o, se le condizioni, giuridiche e politiche dell’interessato, non la consentono, non c’è. Non può essere reinventata a posteriori, sulla base del principio, in ogni caso molto dubbio, che il consenso popolare sottrae al controllo e ai rigori della legge.
Un’Italia in risalita, non solo nei mercati e nello spread, ma come tono pubblico generale, civiltà del confronto, libertà del pensiero e, se mi è consentita la parola forte, dignità nazionale (troppe volte evocata solo per lasciarla trascinare nel fango), può partire solo dal punto fermo che ipotizziamo. L’occasione ce l’ha offerta anche questa volta la magistratura; ma spetta ai politici e alle istituzioni di portarla rapidamente fino in fondo.
Non sarà facile, anche restando dentro ilimiti rigorosamente fissati dalla “semplice” applicazione delle leggi (come io ipotizzo). Siccome la battaglia è decisiva, – e questo lo sa bene anche il principale protagonista della faccenda, – tutti i mezzi verranno usati, dal rovesciamento dell’attuale governo (esempio supremo di confusione delle sfere) a intraprese anche più dure. Sotto la scorza mediatico-plutocratica emergerà più chiaramente in questa fase finale il caudillo potenzialmente eversore. Verrà evocata senza mezzi termini la guerra civile; ne saranno messe in opera concretamente le premesse, magari attraverso l’alleanza con altre forse eversive incistate ormai da anni nel degradato sistema italiano.
Per fare fronte allo scarto d’irrazionale che s’introduce qualche volta e poi permane a tratti nella storia, l’esperienza insegna che l’unico strumento adatto alla bisogna, – si pensi al Novecento, – è l’assoluta fermezza: l’eloquente dimostrazione, fin dal primo momento, fin dalle prime battute, che l’eversione, il rovesciamento delle parti, lo stupido arrangiamento, il compromesso che posticipa al passaggio successivo l’inevitabile catastrofe, non hanno neanche una minima possibilità di fare il primo passo avanti.
Ci si aspetta perciò che, all’adozione della linea giusta, – il rispetto e la difesa della legalità repubblicana a tutti i costi, – segua al tempo stesso tutta la fermezza necessaria a portarla fino in fondo (anni fa evocai i carabinieri come forza utile/necessaria a render efficacemente praticabile lo scioglimento positivo di una situazione del genere, e fui subissato dalle indignate reazioni dei media: chissà se mi accadrebbe la medesima cosa, se ripetessi oggi il suggerimento e l’appello, in presenza delle occasioni di cui stiamo parlando).
Se il processo, andando per questo verso, producesse tutte le sue possibili conseguenze, forse uno spiraglio di luce si aprirebbe nell’annuvolato, anzi torbido e tempestoso cielo italiano. Che dire del possibile ritrovamento, imboccando questa strada, nel nostro paese di una prospettiva politico-istituzionale, in cui le forze politiche rappresentassero limpidamente grandi interessi sociali collettivi, diversi e/o contrapposti, e non quelli, privatistici e assolutistici, e per giunta le innominabili magagne, di un Capo proprietario?
L’Italia ne ha passate tante, uscendone ogni volta solo quando ha ritrovato le ragioni profonde, autentiche, del proprio essere nazione civile, coesa intorno all’unico verbo che fa unione: l’onestà dei propositi, dei comportamenti e degli obbiettivi. Prima di parlar d’altro, parliamo di questo. Questo è il punto.

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