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Editoriale

Battute le larghe intese

Ignazio Marino dopo la vittoria

Secondo il presidente del Consiglio, il governo delle «larghe intese» esce rafforzato dai ballottaggi. Naturalmente non spiega come la mettiamo con il centrodestra che si sfarina sotto il peso del cappotto elettorale che gli elettori, di centrosinistra e di sinistra, hanno confezionato eleggendo i propri candidati in tutte le città capoluogo interessate al voto. Un cappotto particolarmente imbottito per Alemanno, quasi doppiato da Ignazio Marino con un 64 a 36 per cento che neppure ai tempi di Veltroni. Un risultato senza appello, rafforzato in numeri assoluti da 151mila voti in più arrivati al neosindaco rispetto al primo turno. Per Pdl e Lega si tratta davvero di una sconfitta capitale, che da Roma arriva direttamente ad Arcore, lasciando Berlusconi a bocca asciutta come prevedibile.

Si conferma dunque, anche a livello locale, la portata di un salasso già evidente nelle elezioni di febbraio quando, nonostante la parziale rimonta, sei milioni e mezzo di voti avevano abbandonato il Pdl. E che solo la presenza del Cavaliere aveva mitigato.
Oggi i nuovi sindaci del Pd festeggiano l’en-plein con un alleanza, l’Italia-Bene-Comune, che smentisce, e appunto contraddice, le larghe intese imposte da un accordo oligarchico – direbbe il professor Zagrebelsky – a livello nazionale. Gli elettori, sempre meno, come testimonia il grande tasso di astensionismo, confermano l’orientamento espresso alle elezioni politiche: una spinta al cambiamento che al Nord si estende omogenea, da Sondrio e Brescia a a Treviso, strappata alla Lega dopo vent’anni, passando per il centro dove cadono storiche roccaforti del Pdl come Viterbo, nel Lazio.

Il segretario del Partito democratico, Epifani, si è intestato il successo elettorale «restando con i piedi per terra»: un’analisi diversa rispetto a quella di Enrico Letta. Sostenere che nelle città è stata premiata la linea dell’alleanza con Berlusconi è esattamente il contrario della realtà, che parla dell’ennesimo avviso lanciato ai naviganti per una svolta alternativa, alimentato da una residua speranza di ricostruzione di un centrosinistra aperto a forme nuove di partecipazione.

Naturalmente non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire cosa chiedono i cittadini. E il patto di palazzo Chigi probabilmente sarà rafforzato dalla sirena belusconiana che adesso, dopo la batosta, abbraccerà più forte la coppia Letta-Alfano, per prolungare la vita alle larghe intese ed evitare in ogni modo nuove elezioni che, in questo momento, con la Lega azzerata e gli ex An affondati, forse si trasformerebbero in una débacle. Anche se non è chiaro come potranno resistere agli scossoni della crisi. Ieri è stata un’altra giornata drammatica, con il segno meno (-2,4%) davanti al Pil e un altro meno (-4,6%) davanti al calo della produzione, il ventesimo consecutivo.

Vedremo quanto potrà reggere la promessa di abolire l’Imu e di non aumentare l’Iva.
Nei prossimi giorni si capirà meglio, in voti assoluti, quali spostamenti sono avvenuti. Perché se è vero che l’astensionismo è ormai un dato conclamato, non è abbastanza chiaro chi ne sia rimasto più colpito. Al ballottaggio sicuramente ne hanno fatto le spese Pdl e Lega, mente al primo turno i colpiti erano stati i grillini. Il cui cammino sarà pure inesorabile, come dice Grillo, ma lunghissimo visto che deve accontentarsi di aver conquistato il comune di Pomezia.

Comunque, con Roma si consolida la presenza di sindaci di sinistra e di centrosinistra, forse Sicilia compresa. E’ da qui che si può ricominciare per costruire una prospettiva di cambiamento. Parafrasando alcuni slogan del passato, ora potremmo dire «sindaci di tutta Italia unitevi». Se ne siete capaci.

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