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Editoriale

Politica da dinosauri

Mentre l’Italia va a ramengo due temi ostruiscono l’agenda pubblica nazionale: la garanzia di agibilità politica pretesa da Silvio Berlusconi nonostante sia stato sgarrettato dalla sentenza di terza istanza, che azzera l’effetto lavacro di qualsiasi malefatta attribuito all’intercettamento di consensi elettorali oltre certe soglie (prescindendo dagli aspetti manipolatorii in tali consensi, ottenuti grazie al controllo oligopolistico dei canali informativi), e la data del congresso Pd; auspicato/temuto quale momento della possibile incoronazione di Matteo Renzi, con presumibili terremoti nelle nomenclature interne di partito.

Uno degli aspetti grotteschi in tali “stringenti” priorità, imposte dalla forza dell’apparentemente ineluttabile, è che i personaggi da esse promossi – Berlusconi e Renzi – sono entrambi aureolati della nomea di grandi innovatori: l’apoteosi dell’apparente sull’effettivo, in linea perfetta con una fenomenologia in cui le campagne promopubblicitarie hanno soppiantato la comunicazione politica.
Infatti, innovatori di che cosa? Forse nelle tecniche di vendita della propria immagine come brand, come logo. Niente di più della ininterrotta ripetizione di assunti a slogan che asseriscono essere il vecchio leader della destra “uomo del fare” e il nuovo emergente del centrosinistra “uomo del rinnovare”. E poco importa se vent’anni passati sul palcoscenico governativo, sovente beneficiando di maggioranze bulgare, non abbiano consentito a Berlusconi di dare pratica dimostrazione delle proprie conclamate virtù realizzatrici; mesi di sovraesposizione mediatica non chiariscono definitivamente in che cosa si concretizzi il rinnovamento secondo il sindaco di Firenze, tranne un generico blairismo tradotto in condiscendente frequentazione di ricchi in quanto tali (Briatore, Montezemolo, Marchionne…).

Probabilmente l’elemento che svela la comunanza tra la vecchia star e la nuova entrata della politica spettacolo consiste nel posizionamento elettorale sovrapposto, ribadita dall’affermazione di Renzi che il Pd deve organizzarsi per intercettare il voto degli scontenti Pdl. Tradotto: essere più Pdl del Pdl; ossia una totale omologazione assumendo i tratti connotativi dell’avversario. E quali sono questi tratti? Si può dire che vennero alla luce chiaramente proprio agli inizi dell’avventura berlusconiana, quando Forza Italia si proclamava promotrice di una “rivoluzione liberale”.
Tale rivoluzione – in effetti – altro non era che una tardiva rimasticatura delle ricette thatcheriane e reaganiane che vent’anni prima avviarono l’attacco al Welfare State con la deregulation, arma per la distruzione di massa nella guerra della neoborghesia finanziaria, insofferente a controlli e tosature fiscali, contro il ceto medio e le sue conquiste in materia di cittadinanza sociale.
Linea strategica nitida, sebbene devastante qualsivoglia convivenza civica, che il berlusconismo perse rapidamente per strada; nei meandri delle collusioni stingenti sul malavitoso del proprio leader e nelle contraddizioni proprie di un personale politico in parte avventizio, in parte riciclato rovistando tra i cascami di Tangentopoli e del Neofascismo.

A distanza di due decenni sembra intenzionato a riprovarci pure Renzi. In un’operazione che – prescindendo dal merito – appare ormai fuori tempo massimo. Per le profonde trasformazioni della composizione sociale su cui si basava. Si potrebbe dire, per la fine della stagione dominata dai baby boomers, la generazione nata nel secondo dopoguerra; in quella che – in un certo senso – è anche la storia delle mentalità novecentesche.

Tutto ruota attorno all’idea socializzante di scopo condiviso e azione pubblica. Nel periodo che intercorre tra due conflitti mondiali e ulteriori catastrofi, gli Stati democratici appresero a programmare la società e i cittadini ad apprezzarne il ruolo nel ridurre i livelli di insicurezza prodotti da quelle crisi. I loro figlioli, nati e cresciuti in un contesto di crescente sicurezza materiale, incominciarono a considerare le conquiste pubbliche del passato una forma di controllo repressivo. La Nuova Sinistra fornì le necessarie concettualizzazioni e – come scriveva lo storico Tony Judt – «le rabbiose contestazioni proletarie contro i capitalisti sfruttatori cedettero il passo a slogan spensierati e ironici che chiedevano libertà sessuale». Una critica postmodernista che venne ampiamente utilizzata allo scopo di argomentare efficacemente la restaurazione dell’individualismo possessivo. Quella che sarà chiamata “la rivincita degli austriaci” (alla Hayek): i liberali da Guerra Fredda che balzarono fuori conquistando il campo, quando l’attenzione era ancora rivolta al conflitto, ormai ritualizzato e politicamente inerte, tra socialdemocratici riformisti e anarcocomunisti antisistema.
Dunque, i babies postmaterialisti come base sociale della lunga egemonia NeoCon. Le cui miserie argomentative al servizio dell’assiomatica dell’interesse (“avido è bello”) vennero presentate come “il nuovo che avanza”, in una landa ai margini come l’Italia, dal berlusconismo anni 90.

Con un’ulteriore complicazione: l’apocalisse sociale, accompagnata per mano dalle televisioni commerciali, del rampantismo fattosi ceto egemone (la neoborghesia cafona).

Un fenomeno in ritardo già allora, ma su cui Berlusconi ha campato per anni grazie all’insipienza sociologica dei propri competitori (incapaci di produrre una teoria alternativa della società). Sicché ora appare un revival a dir poco incartapecorito, nel dilagare delle povertà nuove e vecchie, dopo che a Wall Street è crollato un muro producendo effetti sistemici che nel tempo appariranno ancora più drammatici di quello di Berlino.

Da qui l’impressione di macabra ironia nel sentire riproporre l’appellativo di innovatori per i politici organici a quei baby boomers, ormai trasformati in ceto medio intellettuale precarizzato e di mezza età. Per i loro epigoni.
Ma ad oggi è questo quanto ci passa il convento.

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