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Internazionale

Bivio armato in Burkina Faso

Reportage. Fallito il tentativo di mediazione della Cedeao, contro i golpisti si muove l’esercito. Ore decisive a Ouaga. Almeno 12 i morti causati dalla repressione delle proteste da parte delle "guardie presidenziali" nella sola capitale

Dopo gli scontri  a Ouagadougou  un manifestante mostra i bossoli esplosi sulle barricate dai pretoriani della

Dopo gli scontri a Ouagadougou un manifestante mostra i bossoli esplosi sulle barricate dai pretoriani della "guardia presidenziale"

Piove su Ouagadougou. Finalmente una tregua, anche se meteorologica. I diluvi intensi e brevi della stagione delle piogge burkinabé spengono lentamente i fuochi delle barricate, dissipano il fumo nero degli pneumatici in fiamme e rinfrescano la città, che vive appesa a un colpo di stato e all’arresto del processo di transizione che dopo 27 anni di dittatura di Blaise Compaoré doveva portare alle elezioni, l’11 ottobre prossimo.

Gilbert Dienderé

Gilbert Dienderé

Il 16 settembre, Gilbert Diendéré, generale del Reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp) e uomo di punta del regime di Compaoré fa irruzione nel consiglio dei ministri e sequestra il presidente Kafando, il premier Zida e vari ministri, tra i quali quello dell’urbanismo Bagorò, diretta espressione del Balai Citoyen, uno dei movimenti della società civile protagonista della rivoluzione del 30-31 ottobre 2014 che aveva portato alla caduta del regime.

La notte stessa del golpe l’Rsp e membri del Cdp (partito fondato da Compaoré) scatenano una caccia all’uomo che costringe molti attivisti a fuggire. Sam’s ka, artista e leader del Balai Citoyen, si rifugia nell’ambasciata francese, mentre lo studio di registrazione di musica engagé di Smokey, altro leader del movimento e rapper, viene distrutto a colpi di razzi. Ma la sua non è l’unica casa a bruciare nella notte. I militari chiudono radio e tv, alcune in diretta, come Radio Oméga, la radio libera simbolo della rivoluzione passata, con cronaca dell’irruzione fino all’interruzione del segnale.

I golpisti vogliono andare alle urne con una legge elettorale che consenta di presentarsi a tutti i candidati, mentre l’attuale esclude chi ha partecipato attivamente alla dittatura. Ma è sospetta la coincidenza con l’imminente uscita del rapporto finale della commissione che indaga sulla morte di Thomas Sankara (leader del paese e eroe panafricanista assassinato nel 1987), nella quale il golpista Diendéré è accusato di essere il killer, mentre l’ex dittatore, che prese il potere dopo la morte di Sankara, ne sarebbe l’ispiratore morale.

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Ma la società civile e i sindacati reagiscono e si organizzano, pur se lentamente. La notte stessa del golpe con improvvisati e chiassosi cortei di motociclette che bloccano la circolazione delle città principali. La mattina del giorno dopo con una prima manifestazione che raggiunge il palazzo del Moogho Naba, rispettata autorità tradizionale del paese, discendente della famiglia reale, e il maldestro tentativo di riportare l’ordine dell’Rsp che provoca 8 morti e decine di feriti. A livello di quartiere, i giovani che già erano in piazza un anno fa erigono barricate, bruciano pneumatici e lanciano pietre, mentre le camionette dell’Rsp passano veloci sparando sui manifestanti. Fuggi fuggi generale e ritorno alla carica. Danza contemporanea della politica burkinabé che dura giornate intere…

Quando i manifestanti sono lontani i militari incendiano le motociclette parcheggiate in prossimità delle barricate a colpi di arma da fuoco. Alcuni negozi prendono fuoco, tra lo stupore e costernazione degli abitanti. La risposta dell’autoproclamato presidente Diendéré è il coprifuoco; ma anche la notte nell’oscurità alcuni giovani scivolano silenziosi e cercano di colpire le pattuglie con pietre e molotov, in risposta ricevono raffiche di kalashnikov. Il bilancio provvisorio è di una dozzina di morti, nella sola capitale.

E qui cominciano le danze della diplomazia internazionale. Il 18 arrivano a Ouaga il presidente senegalese Macky Sall, presidente di turno della Cedeao (Comunità Economica dell’Africa occidentale) e il presidente del Benin, Yayi Boni, per condurre i negoziati. Incontrano tutte le parti in causa e ottengono la liberazione o gli arresti domiciliari per le autorità ancora detenute.

Dal 19 la piazza cambia strategia, riducendo gli scontri nella capitale come prova di buona volontà. Ma vengono convocate manifestazioni nelle altre città. A Bobo Dioulasso, seconda città del paese, si concentrano decine di migliaia di persone davanti alle caserme per chiedere all’esercito regolare di opporsi ai golpisti.

La protesta nelle strade:  «È il golpe più idiota del mondo» /foto Flavio Signore

La protesta nelle strade: «È il golpe più idiota del mondo» /foto Flavio Signore

Si dà per concluso un accordo e la domenica mattina alle 10 tutto il paese aspetta l’annuncio dall’hotel Laico, luogo delle trattative. Si parla di un testo molto favorevole alla transizione e al ritorno della democrazia. Ma l’Rsp irrompe anche qui nell’hotel, picchiando alcuni giornalisti e scatenando il caos. Si teme che i militari abbiano preso in ostaggio anche i diplomatici presenti, tra i quali l’ambasciatore francese, che però smentisce via reti sociali. I militari di Dienderé di fronte all’imminente sconfitta cercano di ottenere condizioni più favorevoli. La frustrazione è alta, quando tutto sembrava sul punto di risolversi, riappaiono le fumate nere nell’orizzonte cittadino. Poi il taglio delle linee internet, per impedire il coordinamento dei movimenti della società civile. E un’altra notte di negoziati frenetici.
Ieri, lunedì 21, si arriva a un testo provvisorio che prevede il ritorno alla transizione, elezioni a novembre però con liste inclusive e amnistia per i golpisti. Una proposta della Cedeao, che chiaramente va stretta ai partiti e che potrebbe portare allo scontro diretto con i golpisti.

Ipotesi rinforzata dai movimenti di truppe che da Dédougou, Kaya, Fada N’gourma, Ohg e Bobo Djoulasso stanno convergendo sulla capitale per affrontare i golpisti. I comandanti delle varie divisioni in un comunicato congiunto intimano di «deporre le armi e ritirarsi nel campo militare di Sangoulé Lamizana», promettendo l’incolumità ai membri dell’Rsp e alle loro famiglie.

Per il momento splende il sole su Ouagadougou. Un’altra tregua meteorologica. Prima che tra stasera e domani (ieri sera e oggi, ndr) il Burkina Faso decida il suo destino.