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Editoriale

Corruzione in porto

Soltanto nel Lazio, la precedente giunta di Renata Polverini aveva previsto la costituzione di oltre dieci grandi porti turistici, anche nel sud pontino la cui economia è notoriamente legata alla criminalità organizzata. A coloro che denunciavano il grave rischio di infiltrazioni si rispondeva nel solito modo: le grandi opere servono per rilanciare l’economia.

Un po’ peggio è andata al Comitato per la Bellezza dell’infaticabile Vittorio Emiliani che aveva denunciato la costruzione del mega porto di Scalea in un luogo dominato da una magnifica torre d’avvistamento. L’appello per la sua salvaguardia fu infatti ignorato: oggi se ne comprendono appieno i motivi.
Su impulso della Dia, il sindaco è stato arrestato insieme a molti esponenti dell’amministrazione, dietro quel porto e dietro l’affidamento a soggetti esterni dei servizi pubblici si mescolava il dominio dell’economia mafiosa. Ancora una volta dunque, a conferma dell’equazione grandi opere uguale grandi affari uguale grande criminalità, il paese deve prendere atto che esiste un tragico intreccio tra amministrazioni pubbliche, sistema delle imprese colluse e bilancio dello Stato.

Sta qui il cuore del declino italiano. Mentre infatti i tagli di bilancio hanno colpito in modo selvaggio il welfare urbano chiudendo molti servizi pubblici e mentre molte imprese sono state portate al fallimento dal blocco dei pagamenti, gli unici comparti che non conoscono crisi sono quello delle grandi opere e dell’affidamento agli amici di turno dei servizi pubblici. Un fiume di denaro pubblico continua a essere sperperato in malaffare e opere inutili.
Inutili come il porto di Scalea.
Del resto nel dicastero di Porta Pia siedono un ministro come Maurizio Lupi e il suo Vincenzo De Luca (Pdl e Pd in nome della pacificazione) convinti sostenitori delle politiche che hanno portato al fallimento l’Italia. Il caso Scalea, nella sua assoluta gravità impone al governo Letta una netta inversione di marcia: interrompere questo imponente trasferimento di risorse del pubblico al privato colluso e di dubbia efficacia per combattere la crisi verso le opere di manutenzione diffusa e la messa in sicurezza del territorio.

Ancora ieri, sempre “il manifesto” denunciava l’esito delle indagini sulla più mostruosa opera inutile dopo la Tav della Val di Susa e il raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino, e cioè la realizzazione del Mose di Venezia. Anche in questo caso i soldi pubblici erano utilizzati per alimentare un verminaio di corruttela. Il paese è in crisi e non può tollerare le tante Scalee che ci rubano il futuro.

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