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Editoriale

Dal Colle un gesto che può non bastare

La dichiarazione del presidente Napolitano ha forse inteso portare elementi di chiarezza nel confuso chiacchiericcio agostano sul destino politico di Silvio Berlusconi. Il presidente in specie apre – sembra questa una giusta lettura – alla possibilità di una grazia ai sensi dell’articolo 681 del codice di procedura penale. Due domande: può il presidente valutare la concessione della grazia a Berlusconi? È utile, per l’agibilità politica, che la conceda? A una sommaria valutazione, rispondiamo sì alla prima domanda, no alla seconda.

La grazia incide sulla pena irrogata al condannato. Può riguardare la pena principale e/o quella accessoria, con commutazioni e riduzioni. L’articolo 87 della Costituzione ne attribuisce il potere al capo dello Stato. La Corte costituzionale, con sentenza 200/2006, ha precisato la spettanza al presidente, chiarendo che al ministro della giustizia residua solo il potere di <CW-23>rendere note al capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento. L’articolo 681 del codice di procedura penale definisce il procedimento.

Ma serve tutto ciò per l’agibilità politica di Berlusconi? Si può argomentare di no. Secondo il decreto legislativo 235/2012, targato Monti-Severino e noto come «liste pulite», il condannato in via definitiva nei termini di cui all’articolo 1 (Berlusconi rientra nella fattispecie) è incandidabile, e non può comunque ricoprire la carica di deputato o senatore. Per l’articolo 6 chi è nella condizione di incandidabilità ex articolo 1 non può ricoprire cariche di governo (premier, ministro, sottosegretario, commissario).
Per tali norme, conta il fatto storico della intervenuta condanna, che non viene ovviamente cancellato dalla grazia. Questa è possibile proprio sul presupposto che condanna ci sia stata. E dalla condanna non viene una pena accessoria, ma una incompatibilità con cariche elettive («non può comunque ricoprire…»), e di governo. Incompatibilità che non sembra possa essere oggetto del provvedimento di grazia. Questo ha ad oggetto una pena irrogata.

Probabilmente, non è questa la via per recuperare l’«agibilità politica» di Berlusconi. Ma quale porta si è davvero chiusa per lui? Oggi, deve lasciare – per il decreto legislativo 235/2012 – la carica di senatore. Domani, non potrà essere candidato. Ma per Berlusconi la presenza in Parlamento è un profilo abbastanza marginale. Berlusconi ha comunque carte da giocare. Può, in base al Porcellum, essere – ancorché non candidato – capo di una forza politica nella competizione elettorale. È successo già con Monti e Scelta Civica nelle ultime elezioni. Può vedere il proprio nome nel simbolo elettorale o sui manifesti. Né gli possono essere preclusi comizi, manifestazioni, televisione, internet. Nel suo caso, gli arresti domiciliari sarebbero un fastidio, ma non un impedimento assoluto. Magari, un’ennesima occasione di presentarsi come vittima di persecuzioni ingiuste. Tutto questo vale anche per l’interdizione dai pubblici uffici, e non richiede alcuna grazia.

Forse, più della decadenza e della incandidabilità di per sé, sul futuro di Berlusconi può incidere la preclusione dell’accesso a cariche di governo, a partire da quella di premier. Dopo la condanna, per Berlusconi la preclusione è già vigente, e non aspetta alcun voto parlamentare. Oggi, non potrebbe essere nominato presidente del consiglio o ministro. Lo stesso dopo il prossimo turno elettorale, anche se indicato come capo della forza politica vincente. A mio avviso, la grazia non porterebbe alcun cambiamento.
Allora, ci stiamo giocando un paese per l’obiettivo impossibile che Berlusconi rimanga nell’orbita delle cariche di governo? A chi lo vogliamo raccontare? Perché tutto questo chiasso su una agibilità che in larga misura, e per la parte che più sembra contare, comunque rimane?

Forse serve alla conta interna al Pdl, oltre che a tenere sotto pressione il governo e gli alleati-avversari, per dettare l’agenda e massimizzare l’utile politico. E soprattutto serve ad affermare un principio: che il leader del centrodestra è un cittadino più eguale degli altri, per il solo fatto di essere leader. Per questo si ricatta il governo, e si spinge il capo dello Stato a soluzioni improprie, tali in specie perché traspare la lesione di un fondamentale profilo di eguaglianza.

Se proprio si vuole fare, la via maestra c’è. Una sentenza definitiva è intangibile. Ma niente impedisce di ritoccare la legge che ne trae questo o quell’effetto: in specie, il decreto legislativo 235. Soluzione semplice e lineare, che chiederebbe però una chiara assunzione di responsabilità politica da parte di chi volesse adottarla. Meglio che sia il capo dello Stato a risolvere il problema.

Fantapolitica? Può darsi. Ma intanto non sarà male vigilare su decreti e disegni di legge, emendamenti, pareri del governo, voti inconsapevoli o distratti. Come sanno i giuristi, una parola del legislatore può mandare al macero intere biblioteche giuridiche. Basta e avanza per la parva materia di una carica elettiva o di governo.

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