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Editoriale

Decadenza, pavidità e furbizia

Confesso di non avere compreso il senso della posizione di Violante circa l’esame della decadenza di Berlusconi da parte del Senato. Nella sostanza egli si preoccupa che il Pd, proprio in ragione della sua cultura legalitaria, non neghi al Cavaliere il diritto alla difesa.

Domando: c’è stato e c’è forse qualcuno, nel Pd, che abbia sostenuto il contrario? Berlusconi potrà fare valere le sue ragioni in Giunta prima e in aula poi secondo le regole e le procedure contemplate dall’ordinamento. A noi compete di pronunciarci in rapporto alla sentenza definitiva della Cassazione con una sostanziale presa d’atto di essa e comunque non facendo di tale pronunciamento una sorta di quarto grado di giudizio. Si dovrà dare alla difesa tempo e modo di illustrare le proprie ragioni senza tuttavia avallare manovre ostruzionistiche e diversive già largamente annunciate da parte del Pdl. Non mi pare che il nostro principale problema sia quello di adoperarci perché Berlusconi non patisca un deficit di difesa. Ci pensa già lui. Mi sembra che mezzi ed energia per fare valere le sue ragioni non gli difettino. Sino all’ultima bizzarria di invocare la sostituzione dei membri della Giunta che hanno già fatto conoscere il loro orientamento. Come se quelli in quota Pdl fossero spiriti liberi afflitti da un lacerante travaglio interiore.

In concreto, c’è il problema della costituzionalità (connessa alla questione della retroattività) della legge Severino. Schematizzando, i problemi sono tre. Primo: in tema di retroattività, sarebbe ben strano che una legge votata da tutti alla vigilia delle ultime elezioni e denominata “liste pulite” (cioè concepita per introdurre un filtro legalitario alla rappresentanza) disciplinasse la materia non considerando i reati commessi prima della sua approvazione. Se così fosse, perché mai la si sarebbe fatta la legge? Ne sarebbe vanificata non l’efficacia ma addirittura la stessa “ratio”.
Il secondo problema concerne la legittimazione di Giunta e/o Senato di adire alla Consulta. Sarebbe una novità, ma taluni costituzionalisti non la escludono. Anche se la tesi non mi convince: il Senato non è organo giudiziario, più semplicemente esercita occasionalmente una funzione paragiurisdizionale, che è cosa diversa. La Giunta ne discuterà, ma non è questo il punto.

Decisivo è semmai il terzo problema, quello di merito, circa la presunta incostituzionalità della legge. Tranne pochi giuristi, non i più autorevoli, né i più indipendenti (basti scorrere i nomi dei sei autori del parere pro veritate depositato presso la Giunta dai difensori di Berlusconi), la quasi totalità degli studiosi si è espressa contro i dubbi di costituzionalità, del resto mai sollevati da alcuno quando la legge fu varata: la legge Severino infatti non introduce una sanzione per fatti anteriori ma disciplina una causa di ineleggibilità. Lo stesso Violante, pur così sollecito verso il diritto alla difesa, non si è spinto al punto a sostenere la tesi contraria alla conformità costituzionale della Severino. Su questo punto cruciale, Violante non si pronuncia. Ma questo è il nodo, non il generico e scontato monito a non inibire il diritto alla difesa, che tanto e interessato entusiasmo ha suscitato nel Pdl.

In questo quadro, fuor di ipocrisia, merita sollevare due ulteriori questioni. La prima riguarda la smaccata politicizzazione del problema da parte del Pdl. Sia nel sostenere che Berlusconi è cittadino speciale e che la semplice applicazione della sentenza rappresenterebbe un attentato alla democrazia. Rovesciando letteralmente la verità delle cose. Sia argomentando che compito del Senato e dunque anche del Pd sarebbe quello di acconciarsi a una soluzione politica che ponga rimedio a una sentenza bollata come politica. Argomenti in radice irricevibili.

La seconda questione, di nuovo vincendo l’ipocrisia, è quella di chi (Violante?) suggerisce di prendere tempo. In modo che, nel caso, la decadenza da senatore di Berlusconi sia decretata dalla Corte d’Appello di Milano chiamata dalla Cassazione a ricalcolare la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, a monte della decisione del Senato. Cosicché si possa dire che decisiva è stata la magistratura e non un voto del Pd al Senato. Una soluzione furba e, insieme, pavida. Francamente pilatesca. Difficile da spiegare al nostro popolo, pur scomodando nobili motivazioni di principio, che, nella fattispecie, non c’entrano nulla.

Domando: davvero i venti anni alle nostre spalle con riguardo ai rapporti con Berlusconi e il suo conflitto di interessi non ci hanno insegnato nulla? Non dovremmo avere imparato che l’eccesso di machiavellismo e le ricette degli apprendisti stregoni si risolvono in sconfitte strategiche?

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