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Editoriale

Dopo il big bang

Palazzo Chigi

Quello che tutti sapevano, ora – da giovedì 1 agosto alle 19,38 – è giudizio definitivo e irrevocabile: per vent’anni la politica di questo Paese è stata influenzata e a lungo guidata da un fuorilegge. Da un evasore fiscale seriale che ha continuato a frodare lo Stato (che era chiamato a rappresentare) anche quando ne era Capo del Governo e leader del principale partito, titolare di un potere conquistato e mantenuto grazie alle proprie smisurate risorse e alla impotenza di un’opposizione di Sua Maestà culturalmente subalterna e politicamente connivente.
Berlusconi cade nel punto esatto da cui aveva incominciato: sull’incrocio tra affarismo e politica. Tra potenza economica costruita sul filo dell’illegalità e potere politico da essa alimentato con metodi “non ortodossi”. Per questo la sentenza della Cassazione illumina l’intero ventennio che ci sta alle spalle, con una rilevanza sul giudizio politico che non può essere attenuata da nessuna ragione di opportunità o di prudenza. Con buona pace di chi, PD in testa, ripete l’inaccettabile tormentone che invita a tener separate le questioni giudiziarie da quelle politiche (come se la Politica potesse prescindere dalla Giustizia, e le valutazioni tattiche dal giudizio storico).
Quali che siano le immediate risposte degli estenuati protagonisti dell’attuale establishment politico (le furie impotenti del centrodestra, gli imbarazzi imbarazzanti del centrosinistra, i sussurri e le grida degli uni e degli altri), è certo che un’epoca si è chiusa, definitivamente. Un tabù è stato infranto (l’impunità dell’ ”unto del signore”). Un principio di legalità è stato affermato (la Legge non si arresta al portone del Palazzo).
Un potente è caduto, un po’ come accadde settant’anni fa, più o meno negli stessi giorni, quando un altro ventennio si chiuse, e il suo protagonista si trovò i carabinieri alle porte e un’ambulanza per riservargli un’uscita discreta verso gli “arresti domiciliari” sul Gran Sasso. Può darsi che il Cavaliere (oggi No Cav, per incompatibilità del titolo con la condizione di pregiudicato) resista ancora in qualche estrema ridotta. Che possa ancora fare del male (e molto). Ma il suo ciclo è finito.
Quali siano le conseguenze di tutto ciò, è al momento difficile calcolare. Sul piano immediato, certo è che oggi più di ieri appare del tutto inconcepibile l’idea che questa maggioranza (di cui lo stesso Berlusconi è il principale azionista e nella quale il suo partito personale ha un peso decisivo) possa anche solo pensare di metter mano alla Costituzione. Non ne ha né la legittimazione politica (resta minoritaria in valori assoluti nel Paese), né la dignità morale. Nella profondità abissale della crisi italiana la Carta Costituzionale è l’unico punto fermo cui riferirsi. Minarne l’integrità sarebbe un delitto. Mai come ora, dopo lo scempio di questo ventennio, si tratta di applicarla nella pienezza dei suoi valori, non certo di cambiarla
Allo stesso modo, appare davvero aberrante parlare, con questa maggioranza e con questo Parlamento, dopo questa sentenza e le reazioni che l’hanno seguita, di “riforma della giustizia”. Ed è difficile comprendere le ragioni per cui il Capo dello Stato abbia evocato questo tema, dando l’impressione di offrire in qualche modo la Magistratura come vittima sacrificale all’ira funesta del centro-destra nelle stesse ore in cui il loro Capo, nel suo sconquassato messaggio televisivo, l’attaccava frontalmente. A meno che lassù, sul colle più alto, si ritenga che tutto possa essere sacrificato all’unico dio della stabilità di governo, secondo una logica che solo apparentemente può essere considerata prudente, ma che nella sostanza sarebbe pericolosissima (ancorché in linea con le peggiori oligarchie globali in guerra con il costituzionalismo democratico).
Sul più lungo periodo è probabile che il big bang che sta devastando il centro-destra travolga, per contagio, anche quel che resta del centro sinistra, con qualche milione di elettori di destra alla ricerca di una casa, e altrettanti di sinistra alla ricerca di una ragione. Questo l’effetto velenoso del pasticciaccio brutto di piazza del Quirinale, e del progetto delle “grandi intese” destinato a cancellare anche quei pochi anticorpi morali che erano sopravvissuti a sinistra all’infezione berlusconiana. Ancora una volta ci tocca assistere, come settant’anni or sono, al fallimento di un’intera classe dirigente. E come allora, le uniche speranze possibili (lo sappiamo quanto esili, o comunque poco visibili) sono affidate all’emergere di una classe politica “altra”, non logorata né contaminata, culturalmente e politicamente libera dai vizi di un ventennio di vergogna.

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