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Editoriale

Germania, il metro di platino per la Bce

La corte costituzionale tedesca a Karlsruhe

L’Europa europea torna ad aspettare, tra mugugni, sospiri e paure, il verdetto dell’Europa tedesca. Nelle vesti solenni della corte costituzionale di Karlsruhe chiamata dalla Bundesbank e da esponenti politici euroscettici di destra e di sinistra a giudicare dell’operato della Bce e in particolare della disponibilità all’acquisto «illimitato» dei titoli (in realtà con scadenza solo fino a 3 anni) dei paesi in crisi.

La Bundesbank è praticamente sola tra gli azionisti della Bce a opporsi senza mediazione alla politica del presidente Mario Draghi in nome della sacra distinzione tra politica monetaria e politica fiscale e di una lotta preventiva all’inflazione di cui, a dire il vero, non si vede traccia significativa. Ma ne è l’azionista di maggioranza. Tuttavia i giudici di Karlsruhe non sono una agenzia di rating e, come ha puntualmente precisato il presidente della corte Andrea Vosskuhle, se ne infischiano dell’efficacia o meno dell’operato della Bce, ma solo dell’eventualità che questo operato richieda alla Germania azioni in contrasto con il suo dettato costituzionale. Ragion per cui, se pure la Bce non figuri in quanto tale tra i soggetti sottoposti alla giurisdizione tedesca, semmai a quella della corte europea del Lussemburgo, gli impegni di Berlino nei suoi confronti, e da cui essa il larga misura dipende, lo sono. È un ben strano procedimento visto che, pur essendo imputata una politica europea, l’accusa, il giudice e perfino la difesa sono squisitamente tedeschi. Dal punto di vista ideologico, politico, economico e per di più in un periodo preelettorale. Il paradosso non potrebbe essere più evidente e travalicare più smaccatamente le controversie «tecniche» dietro cui si maschera.

Poco più di un anno fa l’Italia governata da Monti (ma non fu la sola) introduceva l’obbligo del pareggio di bilancio nella sua Costituzione, assecondando i «desiderata» dell’oligarchia europea. A dimostrazione del fatto che quando la rendita degli azionisti dell’Unione si considera, a torto o a ragione, minacciata nei suoi interessi si possono cambiare perfino le costituzioni e spostare a piacimento gli argini delle politiche di austerità nonché ridurre senza remore i diritti sociali. Supponiamo ora, naturalmente per assurdo, che tutte le corti costituzionali dei paesi dell’unione passino al vaglio le conseguenze che gli impegni contratti con la governance finanziaria europea comportano sui diritti, le garanzie e le finalità sociali previsti nelle rispettive carte fondamentali. Ben poco se ne salverebbe, ma a Bruxelles e Francoforte ci si farebbero una risata sopra come sul referendum invocato a suo tempo da Papandreu per chiamare i greci a esprimersi sul diktat della troika.

Il fatto è che come i Bund tedeschi sono il metro di platino dei titoli di stato, così la costituzione tedesca è il metro di platino dei trattati e delle politiche europee. Sono queste a dover cambiare se a Karlsruhe lo si decide. Certo, non direttamente, ma attraverso vincoli imposti al governo di Berlino. Con buona pace di ogni principio di reciprocità.

Chi aveva confidato in una architettura giuridica europea capace di contrastare, o almeno riequilibrare, i rapporti di forze tra stati nazionali o tra classi sociali ha avuto tutto il tempo di ricredersi. I dispostivi giuridici restano dispositivi di potere e strumenti di oppressione.

Il peso della Germania e più precisamente del capitale tedesco nella governance europea, non sta a indicare, come vorrebbero lasciarci intendere le più primitive pulsioni nazionalistiche e l’opportunismo cialtrone degli attori politici nazionali, un’arrogante indole germanica in cerca di riscossa, ma la verità, tutta politica, di questo rapporto di forze e di questa gerarchia di poteri. Che poi anche i conti delle oligarchie economiche possano non tornare, che la crisi si avviti su se stessa minando margini e basi del processo di accumulazione, che le politiche di stabilità non stabilizzino un bel niente costituisce il campo di tensione che mette in contrasto tra loro i tre protagonisti teutonici del «processo» di Karlsruhe, escludendo tutti gli altri, compresi quei pezzi di sinistra tedesca che a quella stessa corte credono di potersi appellare in nome della democrazia. Ma che potrebbe anche rimettere in moto il conflitto sociale su scala europea.

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