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Editoriale

Guai ai vinti

Durante la guerra fredda i colpi di stato venivano applauditi o esecrati a seconda della collocazione che i nuovi regimi assumevano nel sistema bipolare. In tempi di «vacche grigie» non si può nemmeno accusare sempre e di tutto la Cia o Mosca. Dopo che la vittoria dell’Occidente sul blocco sovietico ha imposto ovunque la liberal-democrazia come una patente obbligatoria, ci si aspetterebbe l’anatema per qualsiasi colpo di stato o regime militare. Anche l’Unione africana mette al bando per norma statutaria i governi nati da una successione anti-costituzionale. A rigore, oggi l’Egitto sarebbe fuori dell’Ua e l’Unione europea dovrebbe applicare nei suoi confronti le sanzioni previste dall’agenda del «vicinato». Sappiamo però che nella realtà i colpi di stato, così come i ribelli, possono essere «buoni» o «cattivi». Dopo tutto, non è la prima volta che dei soldati in armi vengono applauditi come «liberatori».

La transizione che era stata attuata in Egitto dopo il 2011 aveva portato al potere per vie democratiche l’islam politico. Il jihadismo aveva perso il principale argomento a sostegno del ricorso alla violenza. Il governo di Morsi non ha violato platealmente le regole. Ci sono stati screzi e forzature, ma degli inconvenienti durante le elezioni parlamentari e per la presidenza sono stati responsabili anche, se non soprattutto, i due apparati che ora hanno seppellito la democrazia con la forza: l’esercito e la giustizia. I pretesti sono l’inettitudine del governo, la corruzione e la crescente tensione nel paese per l’insorgenza della piazza.

Di fatto, la corporazione militare vedeva in pericolo i suoi privilegi, sia politici che economici. Dal canto loro, i ceti sociali appartenenti alla parte «civilizzata» dell’Egitto non sopportavano di doversi piegare a un sistema che minacciava i loro interessi e le loro pratiche di vita. I partiti e le persone che animavano il Fronte di salvezza nazionale avevano perso in modo quasi umiliante le elezioni ma i voti «pesano» più di quanto non si contino. El Baradei, uno dei portavoce più esagitati dell’Egitto anti-Morsi e ora premier ad interim del governo provvisorio, si è lasciato sfuggire una frase che da sola è un programma: «Finché la città non avrà vinto sulla campagna l’Egitto non potrà diventare uno stato moderno».

Per la borghesia dell’Egitto e di molti paesi della Periferia (il termine «borghesia» è inteso per analogia includendo non solo i produttori e i professionisti ma i compradores secondo Samir Amin, i militari e le organizzazioni non governative che si impossessano dei beni gestiti o ceduti dallo stato), la democrazia e lo sviluppo – le «luci» del progresso e le condizioni per essere ammessi nella società globalizzata – sono concepiti contro o senza e non con le masse rurali e tutti coloro che indugiano in uno stato di arretratezza che appare colpevole e incolmabile. Per questo si dice che per i ricchi c’è la caserma e che i poveri hanno la moschea.

Del resto, i poveri non vengono presi in considerazione neppure dal Fondo monetario internazionale, che subordinava infatti il suo aiuto all’eliminazione dei sussidi statali che consentono agli egiziani di accedere ai beni di primissima necessità. Si è mai visto qualcuno, se non il papa Francesco, deplorare simili ingiustizie con la stessa foga con cui si attacca Morsi?

L’aspetto inquietante è che anche l’opinione pubblica e le forze politiche del mondo occidentale accettano come “dovuto” l’intervento dei militari egiziani così come è avvenuto per l’operazione militare di Hollande in Mali. In Europa (lasciando fuori almeno per una volta gli Stati uniti), ci si sta convincendo che con il Sud del mondo non ci siano più mezze misure. O la collaborazione (anche il colonialismo non poteva fare a meno dei «collaboratori» per amministrare gli imperi) o la forza.

Dopo l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia si può accettare come «male minore» la disgregazione o una guerra civile anche in Egitto.

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