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Editoriale

I cadaveri nell’armadio della kermesse tunisina

Social forum. Le due facce del Forum mondiale di Tunisi: i numeri straordinari della partecipazione e i conflitti drammatici, a sfondo religioso, che accompagnano una gravissima crisi economica, sociale. Con una forte repressione contro le donne

Certo, il Forum sociale mondiale di Tunisi è stato un successo, come attestano le cifre: 60.000 partecipanti di 127 nazionalità, 4.500 associazioni da ogni parte del mondo, almeno 1.612 atelier, 1800 giornalisti stranieri accreditati. Sicché il bilancio è in fondo positivo, nonostante le défaillance organizzative e alcune contraddizioni stridenti. Nel Forum si sono riflessi, infatti, molti dei conflitti in corso: dalle bagarre fra sostenitori e oppositori di Bachar el-Assad, nonché fra militanti saharawi e attivisti marocchini, alla presenza dei ritratti di Khomeini, Saddam Hussein, Gheddafi all’interno del campus universitario. Fino al grande corteo finale per la Palestina ove le lugubri bandiere nere salafite sventolavano a pochi metri dagli striscioni arcobaleno della pace.

In questa messa in scena della complessità ed eterogeneità del mondo non potevano mancare gli islamisti locali di tutte le tendenze, compresa la jihadista, rappresentati non solo dallo stand dell’Ugte, il sindacato degli studenti legato a Ennahda, ma anche dalla partecipazione della nebulosa salafita: ben rappresentata da giovani barbuti e ragazze in niqab nero, venute al Forum per rivendicare il diritto di frequentare l’università nascoste sotto il costume wahabita. Anche questa presenza aveva qualcosa di surreale: barbe e niqab si aggiravano in uno spazio punteggiato dall’immagine dell’amatissimo Chokri Belaid, il cui omicidio politico è attribuito dalla magistratura a tre killer salafiti. Ma i cui mandanti -sostiene il Fronte popolare- sono (o erano) nelle stanze del ministero dell’Interno guidato da Ali Laraayedh, il dirigente di Ennahda che oggi è capo dell’attuale governo transitorio.

Ugualmente prevedibile era che esponenti di governo dell’ormai screditato partito islamista e l’altrettanto screditato Marzouki, presidente della Repubblica, un “laico” al servizio di Ennahda, tentassero di usare il Fsm come tribuna. E, una volta finita la festa, come fiore all’occhiello da esibire per dissimulare l’ostinata occupazione di poltrone solo formalmente transitorie, l’inettitudine a rispettare agenda e scadenze della transizione nonché l’ondata di violenza politica a opera di bande salafite e delle Leghe per la protezione della rivoluzione, famigerate milizie al servizio del potere.

Mentre gli esponenti dei poteri transitori tentavano la loro passerella, al centro di Tunisi una piccola folla, in maggioranza femminile, manifestava, rabbiosa e ostinata, dinanzi alla sede del ministero della Donna e della Famiglia per reclamare le dimissioni di Sihem Badi. L’indegna ministra islamista ha minimizzato lo stupro feroce di una piccina di tre anni, compiuto dal custode di un asilo non autorizzato, insinuando che il colpevole andasse cercato fra i membri della famiglia della bambina. E a tal proposito. Mentre i guardiani dei buoni costumi cercavano di accreditarsi al Forum, un’ondata di stupri traversava la Tunisia: un fenomeno senza precedenti o almeno mai emerso prima con tale evidenza.

In quegli stessi giorni, il 25 e il 27 marzo, a El Hancha, nel governatorato di Sfax, e a Teboulba, in quello di Monastir, altri due giovani disoccupati si facevano torce umane, incrementando la teoria di autoimmolazioni pubbliche e di protesta che precede di molti anni, inaugura e segue l’insurrezione popolare. Mentre sedevamo, come tanti altri partecipanti al Forum, sulla terrazza del Gran Caffè del Teatro, ci siamo chiesti quanti di loro fossero consapevoli che giusto accanto, davanti al Teatro municipale, due settimane prima un corpo in fiamme aveva gridato l’estrema protesta: esattamente come Bouazizi, Adel Khazri era un giovane disoccupato, costretto, per mantenere la famiglia, a farsi ambulante abusivo e perciò vessato quotidianamente dalla polizia municipale.

Se si considera tutto questo e la gravissima situazione economica e sociale che affligge la Tunisia post-rivoluzione, si comprende perché “Mag14”, testata online di giovani giornalisti di sinistra, abbia voluto dare a uno dei pezzi sul Forum, firmato da Soufia Ben Achour, un titolo così forte: «FSM 2013: vetrina sfolgorante e cadaveri nell’armadio».

Oltre a quelli cui abbiamo accennato, nei giorni della grande kermesse altermondialista altri cadaveri si celavano nell’armadio tunisino. Il 27 marzo il collegio degli avvocati che difendono i cinque rapper condannati in contumacia a due anni di prigione per un videoclip duramente critico verso la polizia presentavano opposizione alla sentenza di primo grado: la condanna, infatti, è stata inflitta non soltanto all’autore del pezzo, il rapper Weld El 15, ma anche ad altri quattro, colpevoli solo d’essere stati ringraziati nei titoli di coda. Nel contempo era in corso il processo contro due graffitisti, rei di aver scritto frasi inneggianti alla rivoluzione. E scompariva misteriosamente Amina Tyler, la più celebre delle Femen tunisine, vittima di una fatwa (lapidazione per blasfemia) per essersi mostrata a seni nudi e rivendicanti la proprietà del suo corpo. Oggi fonti confidenziali sostengono che la studentessa diciannovenne sarebbe stata internata in un manicomio di Tunisi.

Tuttavia, al di là dei cadaveri nell’armadio, è innegabile che la kermesse altermondialista ha avuto, fra i tanti meriti, quello di trasfigurare per alcuni giorni il volto di Tunisi. Agli occhi di chi sia solito frequentarla, la capitale sembrava infatti ritornata ai bei tempi dell’effervescenza post-rivoluzionaria. L’avenue Bourguiba era un teatro incessante d’incontri, discussioni, performance musicali improvvisate, veri e propri concerti sul palco. Fra i tanti, quello dedicato a Belaid, organizzato dai suoi compagni del Watad (o Partito dei patrioti democratici unificato) insieme con le altre componenti del Fronte popolare. Il consenso di cui oggi godono il Watad e l’intero Fronte è ben testimoniato, fra l’altro, dalla presenza di una notevole schiera di giovani militanti. Durante il concerto cantavano in coro, in perfetto spagnolo, Hasta Siempre, la canzone di Carlos Puebla in onore del Che: un’ulteriore, piccola testimonianza dello spirito internazionalista e altermondialista che si fa strada fra i giovani rivoluzionari e in genere nella sinistra tunisina.

Fra i giovani che all’insurrezione popolare hanno partecipato in prima persona, abbiamo ritrovato un amico di vecchia data, attivista ben noto dell’Unione dei laureati disoccupati di Regueb, nel governatorato di Sidi Bouzid: una delle località, fra le più svantaggiate, da cui è sbocciata l’insurrezione che ha rovesciato il regime. Il nostro amico ci ha raccontato quel che significa per loro e per la comunità locale la presenza delle bande salafite (foraggiate, si dice, con somme provenienti dal Katar e dall’Arabia Saudita): minacce e violenze quotidiane, l’incendio della loro sede, il ferimento grave di uno di loro nel corso di un assalto armato, insomma la fine dell’agibilità politica. Quello di Regueb non è un caso isolato: nelle località e nei quartieri popolari più diseredati spadroneggiano gruppi della nebulosa detta salafita, che riescono a reclutare, spesso in cambio di qualche elargizione di denaro, giovani sottoproletari e piccoli delinquenti senza futuro. Alcuni di loro, oltre a praticare, al pari di Ennahda e di Ansar al-Sharia, attività di beneficenza e assistenza sociale, esercitano azioni di “vigilanza sui costumi” e aggressioni contro gli avversari politici.

Si tratta di comportamenti che permettono non solo di sfuggire alla fame, ma anche di sfogare l’aggressività e compensare la frustrazione sociale, sottraendosi così alla tenaglia ben definita da un adagio in voga tra i giovani reietti tunisini: «L’Italia o Ben Arous», ovvero l’emigrazione “clandestina” o l’autoimmolazione. A riferirci questo detto, insieme con altre preziose informazioni, è stato il prof. Messadi, che dirige il Centro di traumatologia per grandi ustionati di Ben Arous, quello in cui sono morti Bouazizi, Khazri e tanti altri.

Come abbiamo ribadito molte volte, il problema dei problemi in Tunisia è la situazione economica e sociale: dalla disoccupazione galoppante ad altri effetti della crisi economica mondiale, dal crollo del turismo alla fuga d’investitori e imprenditori stranieri, fino all’impennata del tasso d’inflazione. Inoltre, il Fondo monetario internazionale, con la compiacenza del partito islamista-neoliberista, sta per imporre il suo Piano di aggiustamento strutturale, finanziato con 1,78 miliardi di dollari, che esige l’aumento di tasse e imposte, la revisione dei salari e della protezione sociale, il congelamento per tre anni della Cassa di compensazione (che ha il compito di stabilizzare i prezzi dei prodotti di base).

E’ vero: occorre contrastare la vulgata che legge ogni questione riguardante i paesi a maggioranza musulmana come scontro fra laici e religiosi e rappresenta la transizione tunisina come un duello mortale fra la prospettiva di un governo democratico e quella di un potere teocratico e dispotico. Nondimeno, se il partito di maggioranza, oltre a essere islamista, è neoliberista, perciò incoraggiato e protetto da grandi agenzie e potenze neocoloniali; se l’estremismo religioso violento attecchisce nelle aree di disperazione sociale e recluta fra i più diseredati, non vi sarà qualche nesso tra la questione economico-sociale e l’islam politico?

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