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Editoriale

Il “patto” dei pompieri

Lunedì 2 settembre, Confindustria e Triplice sindacale, convenute in Genova con i loro massimi rappresentanti alla festa nazionale del Partito Democratico, hanno sottoscritto un documento di richieste comuni al governo.
I telegiornali e buona parte della stampa, nell’attuale logica della comunicazione d’annuncio, in cui l’enfasi è la regola obbligata ‘a prescindere’, hanno parlato nientemeno che di “Patto”. In altri tempi, termine che indicava scelte decisive.

Il giovane Matteo Colaninno, presente all’evento da grande imprenditore e come responsabile economico Pd, ha indossato i panni festosi della cheerleader intonando il gingle «è un momento storico»; ormai immancabile in queste pratiche cerimoniali che si esauriscono nei preamboli.

In effetti, la faccenda si riduce a formalizzare il fatto che se non si affronta la criticità “costo del lavoro”, ormai le parti sociali non hanno questioni su cui contendere, ragioni divisive. Magari mentre l’occupazione va a picco. Sicché, essendo il leader confindustriale Giorgio Squinzi un chimico (quindi portato a sottovalutare il peso di tale questione, a differenza del metalmeccanico Sergio Marchionne) l’incontro diventa una rimpatriata tra vecchi amici. Con solo un’ansia in comune: lasciare le cose come stanno. Ossia non andare ad affrontare i veri problemi della competitività italiana, che imporrebbero ben altre capacità innovative da parte delle rispettive organizzazioni.

Non a caso il cahier des doléances sottoscritto dai notabili del nuovo Ancien Régime d’impresa, elenca una serie di banalità evitando i nodi roventi di un sistema produttivo bloccato da decenni; che perde pezzi e quote di mercato anno dopo anno. Perché divisivo il chiederselo.

Molto meglio un po’ di cure omeopatiche. Tanto da un momento all’altro arriva la ripresa. Come annunciano gli auguri e gli aruspici dell’Ocse. Che poi un sistema di imprese in drammatica perdita di spinta propulsiva quale l’italiano sia in grado di intercettare tale ripresa, è atto di pura fede.

Difatti cosa indicano al governo i quattro moschettieri del fin che la barca va Angeletti, Bonnanni, Camusso e Squinzi, nel loro “storico” documento? Altrettanti quattro cenni sull’universo (economico): investimenti all’innovazione, green economy, finanza di sviluppo e abbattimento del costo dell’energia. Chiamare tutto questo “politica industriale” significa fare fremere di indignazione il povero Keynes nel suo onorato sacello. Qui ci si limita a indicare quali condizioni per lo sviluppo un po’ meno tasse e qualche sussidio a pioggia, chiudendo entrambi gli occhi se per “innovazione” vengono gabellate pure operazioni di aggiustaggio. Come – al di là delle chiacchiere – sta a dimostrare lo spaventoso invecchiamento del mix di beni, sempre più copiabili e poveri di creatività incorporata, con cui il sistema-Italia pretenderebbe di giocare la propria partita competitiva.

La qual cosa tira in ballo nel suo complesso la categoria imprenditorial-manageriale rappresentata da Confindustria, nonché le pluridecennali acquiescenze al quieta non movere delle controparti sindacali. Con l’antagonismo tra capitale e lavoro ormai simulato soltanto in qualche innocua baruffa convegnistica. Nel comune accordo di circoscrivere al massimo qualche testa calda del sindacato, che ancora pensa i tutelare i lavoratori attraverso le lotte del lavoro (e se non ci fosse ancora una magistratura l’operazione sarebbe perfettamente riuscita: ogni riferimento alla Fiom non è casuale).

Insomma, la collusività risulta il vero dato “storico” di questi tempi, a qualunque livello di una rappresentanza che annichilisce nei suoi riti la consapevolezza della vera essenza delle questioni. Una delle quali è – appunto – l’eccesso di pompierismo delle rappresentanze sociali. In perfetta sintonia con l’illusionismo anestetico del governo, che rimanda e promette: si limita a sopravvivere e assicura che tempi migliori cadranno dal cielo come la manna. Allo stesso modo i leader sociali assicurano che lo sviluppo arriverà a scaldare i cuori e le mense degli italiani se si lascerà fare ai (soliti) manovratori.

Il senso gattopardesco di quanto è avvenuto lunedì a Genova.

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