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Editoriale

Il potere romano

Così come esiste la categoria del “cattolico adulto”, esiste anche quella del clericale adulto. Dove l’accento deve cadere più sull’aggettivo che sul sostantivo. Perché di clericali ce ne sono tanti, ma il clericale adulto sa che morto un papa se ne fa un altro, che non c’è nulla di eterno salvo l’istituzione in sé, da servire con coerenza consapevole ma senza eccessi di zelo e fanatismi controproducenti. La vita politica e culturale di Giulio Andreotti si è svolta all’interno di questo perimetro, proprio di un’Italia papalina che aveva ancora memoria vivida dello Stato della Chiesa, ma era altresì consapevole, in quanto adulta, che la fine del potere temporale aveva costituito una liberazione e una grande opportunità per la Chiesa.

Tutta la produzione parastorica del personaggio, cospicua e non banale, mostra la convinzione che nell’interesse della Chiesa è molto meglio che governino i laici in spirito di laicità, dove l’eroe per caso e martire suo malgrado è il ministro Pellegrino Rossi, e anche Pio Nono è sì certamente un sant’uomo, come tutti i papi, ma che ebbe il grave torto di buttarsi in politica senza comprendere i tempi mutati, e trascinando con sé la Chiesa in un gorgo che minacciò di inabissarla.

Entrato giovanissimo in politica nella Fuci, fu al governo quasi ininterrottamente a partire dal 1947, prima come sottosegretario dei governi De Gasperi, dal 1954 ministro in quasi tutti i dicasteri in stagioni diverse e che parvero interminabili ai contemporanei. Fu Presidente del Consiglio in sette governi dal 1972 al 1992, per 2226 giorni, con maggioranze politiche diverse o addirittura contrapposte. Poi senatore a vita già dal 1991, e negli ultimi anni sempre più distante dalla politica.

L’incontro con De Gasperi fu quello con una cattolicità e una laicità molto diverse dalle sue. Montanelli scrisse che «quando andavano in chiesa De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete». In effetti l’orizzonte del cattolico Andreotti era rivolto assai più che a Domineddio, concetto di per sé distante e inconoscibile, alla Chiesa operante nelle cose piccole e minute, che sole possono sostanziare quelle grandi. Ma Andreotti condivise l’amarezza di De Gasperi per i tentativi (a volte brutali) di condizionamento da parte di Pio XII, e probabilmente rinsaldò il suo convincimento nell’autonomia politica dei cattolici, sempre praticata in silenzio, non sbandierata o proclamata. Non si infervorò più tardi nella battaglia contro il divorzio, che doveva considerare causa persa.

Una rete di rapporti ampi (fin troppo, e tante volte discussa) lo portò a sapersi rivolgere con spirito di affabile praticità a tutti. Fortebraccio sull’Unità derise con asprezza per lunghi anni tutti i capi della Dc, tranne lui, l’unico che avesse avuto parole di amicizia al momento della sua espulsione da quel partito. Lo troveremo abbracciato al generale Graziani ad Arcinazzo, e moltissimi anni dopo al capezzale di Renato Guttuso morente. Non fu uomo di pace nel senso alto e mistico di un La Pira, ma certamente ebbe l’indole di un pacificatore, senza grandi visioni ma col pragmatismo della diplomazia. Il suo lungo ministero degli Esteri, durato con insolita continuità nell’arco degli anni Ottanta sotto governi diversi, fece emergere una visione coerente di una politica mediterranea e mediorientale dove l’Italia si ritagliava un margine ampio di autonomia all’interno della fedeltà atlantica. Nel corso degli anni Settanta guidò sia il governo che chiudeva ai socialisti, sia quelli che aprivano ai comunisti. Elaborò la “teoria dei due forni” alla fine di quella esperienza, per reagire al principio di esclusione reciproca che i due grandi partiti popolari tornarono ad assumere dopo la chiusura della solidarietà nazionale.

Ovviamente cultura e attitudine portavano Andreotti a muoversi tra disincanto e cinismo. In politica come nel rapporto con la società. E soprattutto con gli apparati dello Stato, che conosceva come pochi e che si riteneva fosse in grado, più che di governare, di tenere a bada e controllare: di qui forse il ricorso inevitabile alla sua persona nei momenti più delicati e tortuosi. La sua esperienza attraversa tutto il fittissimo filone dei cosiddetti “misteri d’Italia”, dalle stragi a Sindona, a Pecorelli, ai capimafia siciliani, con ricadute giudiziarie che lo videro rispettoso della magistratura e infine prescritto, più che assolto, con sentenza imbarazzante rispetto ai rapporti con la mafia. E infatti nel tempo tutto si è detto e si è potuto dire di Andreotti, tranne che fosse un uomo ingenuo. Cosa fosse la sua corrente in Sicilia era noto a tutti e la qualità del personale politico di cui si serviva nella sua vera roccaforte laziale era altrettanto evidente. Perché un uomo avveduto, prudente e colto si è circondato del peggio che la Democrazia Cristiana potesse esprimere? E’ forse il vero mistero che l’uomo porta con sé.

E’ stato anche l’unico politico a cui in vita è stato dedicato un film controverso e di grande successo, premiato a Cannes nel 2008. Nel Divo di Paolo Sorrentino il geniale monologo di Toni Servillo, sulle strade tortuose che il bene per realizzarsi deve percorrere anche attraverso l’esperienza del male, si avvicina forse a intuire il grumo di pensieri inespressi e inconfessati che l’uomo ha sempre tenuto per sé.

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