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Editoriale

Il problema comune

Il digiuno clamoroso di cui scrivevamo in questa vigilia elettorale si è puntualmente manifestato: una valanga astensionista si è abbattuta sul voto amministrativo del 26 e 27 maggio. Del resto eravamo stati facili profeti di un esito fragorosamente annunciato da quelle piazze romane desolatamente vuote nell’appello dei comizi finali. Lo sciopero del voto, profondo e generale, ha investito più o meno uniformemente tutte le città, grandi o piccole, del nord o del sud, di questa tornata amministrativa. Appena in controtendenza con i timori della vigilia, la coalizione di centrosinistra, pur dissanguata, resiste e porta al ballottaggio i suoi candidati. Poi la notizia: disertano in massa gli elettori a 5Stelle.

Prendendo Roma come il test più importante e indicativo, l’astensione è equamente distribuita su tutti i municipi in cui è elettoralmente divisa la capitale. Ancor di più, quel 53 per cento di votanti che manda al ballottaggio Ignazio Marino e Gianni Alemanno (20 punti in meno del 2008, 25 se confrontati con il 2013, e meno 17 rispetto alle ultime regionali) ci parla di una vera e propria fuga dalle urne. Ha votato mezza città, e se al ballottaggio l’affluenza sarà, come sempre succede, inferiore, avremo un sindaco più che dimezzato, un sindaco votato da una minoranza di quei cittadini che sarà chiamato a governare.

In questa terra di nessuno in cui galleggiano i fantasmi di partiti che ormai hanno più candidati che elettori, prosegue lento e inesorabile un silenzioso distacco tra la «casta» dei governanti e il popolo dei governati, un esodo persino dalle istituzioni comunali, primo baluardo della partecipazione alla cosa pubblica. Chi al voto non rinuncia lo fa replicando la tendenza di un elettorato di centrosinistra che esprime consenso al candidato che più si distacca dal Pd. Come già era successo due anni fa per i sindaci arancioni di altre grandi città, Ignazio Marino arriva al ballottaggio perché ha vinto le primarie contro la nomenklatura messa in campo dal Pd, perché ha allargato la distanza tra le due sponde del Tevere, perché ha rappresentato lo scontento dell’elettorato di sinistra pronunciandosi contro le larghe intese del governo Pdl-Pdl.

Il terzo elemento, dopo l’astensione poderosa e la tenuta dei candidati di centrosinistra, è il tonfo delle liste a 5Stelle che nella maggior parte dei seggi non arrivano al ballottaggio. A Roma svapora l’exploit del 27 per cento delle politiche di febbraio e i 5Stelle crollano al 13 per cento. La protesta questa volta ha decisamente preferito il non voto, punendo il Movimento di Grillo che in questi mesi ha lavorato sodo per disilludere i cittadini. Con le estenuanti repliche dello show, con le disastrose performance dei suoi giovani eletti, con l’ombelicale polemica sui rimborsi, le espulsioni, i balbettii imbarazzanti dei due capigruppo. Gli elettori non gli hanno perdonato l’inconcludente condotta sulla elezione del capo dello stato, e in ultima istanza, la responsabilità, con un iperpoliticismo degno di miglior causa, di aver spinto per l’alleanza di governo di «pdl e pdmenoelle». L’elettorato di sinistra, calamitato nel voto di febbraio, è silenziosamente uscito così come era entrato.

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