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Editoriale

La beffa atlantica

Il nuovo scandalo internazionale che coinvolge l’Italia, quello della fuga da Panama organizzata dal governo americano di Robert Seldon Lady, l’ex capo della Cia in Italia all’epoca delle extraordinary rendition, è se possibile più grave della cattura, estradizione e consegna della famiglia kazaka al regime di Astana.
Il caso kazako ha infatti coinvolto i poteri italiani in una connivenza vergognosa ma che potremmo definire contingente, legata all’episodio e su esplicita pressione del regime kazako. Un livello basso e spregevole che ha visto praticamente la messa a disposizione del nostro apparato di polizia al servizio di una ambasciata amica straniera per una cattura in qualche modo politica. Tanto che l’Onu ha denunciato la «puzza della rendition». E con immancabile seguito di scaricabarile di responsabilità, all’oscuro del ministero degli esteri, con il silenzio-assenso di quello degli interni che fa capo al vicepremier Alfano, suggello berlusconiano del governo Letta, salvato ogni giorno da un Pd che nessuno sa più che cosa sia diventato quanto a legittimità democratica. Insomma che altro ci si poteva aspettare da un governo e da uno stato che perdono così vistosamente ogni dignità e autonomia?
C’era di peggio. Il nuovo episodio infatti mostra un coinvolgimento più strutturale, più organico e perfino più consapevole sia del Pdl che del Pd. E riguarda l’epoca oscura delle extraordinary rendition, la pratica di arresti internazionali illegali in funzione della edificazione di carceri speciali e del sistema concentrazionario di Guantanamo, fuori da ogni diritto internazionale e dalle stesse leggi statunitensi, messa in piedi dall’intelligence Usa come risposta al terrorismo dell’11 settembre 2001. Una pratica che, è bene ricordare, è stata il corollario penitenziale delle varie guerre che dal 2001 si sono succedute, dall’Afghanistan all’Iraq, senza che poi nessuno abbia avuto l’onestà di verificarne i sanguinosi risultati. Una pratica che ha fatto dell’Italia «atlantica», insieme a molti paesi subalterni dell’Est, un vero e proprio terreno di caccia come ha dimostrato il caso dell’ex imam di Milano Abu Omar, perseguitato e catturato in Italia come sospetto terrorista islamico e consegnato clandestinamente nelle mani del regime di Mubarak che lo ha torturato e incarcerato ingiustamente.
Contro questo sistema illegale, che pure ha mosso inziative, movimenti e tante coscienze nel mondo, in Italia sono stati davvero in pochi a mobilitarsi. E concretamente solo la Procura di Milano che ha incriminato per il caso Abu Omar, fra l’altro, l’intero staff della Cia in Italia ordinando la cattura di 19 agenti. Ma sull’operato della magistratura ha pesato l’imposizione prima di Prodi e poi di Berlusconi, del segreto di stato. Presentato come necessario «per salvaguardare interessi strategici» dell’alleato statunitense. Inoltre, come un macigno sulla verità, arrivò due anni fa la concessione della grazia data dal presidente Napolitano – dopo un incontro con Obama a Washington – al comandante dell’aeroporto Nato di Aviano Joseph Romano che rese possibile la rendition.

Macigni e segreti di stato che non hanno fermato la ricerca dei responsabili, al punto che, individuato il capo della Cia italiana a Panama, l’ordine di cattura ha fatto il suo corso ed è stato controfirmato dal ministro della giustizia Anna Maria Cancellieri. Robert Seldon Lady, che in Italia dovrebbe scontare 9 anni di carcere, è stato fermato dalle autorità panamensi pronto per essere consegnato alle autorità italiane. In meno di 48 ore l’Amministrazione Usa dopo avere premuto su Panama (il cortile di casa) per il rilascio, lo ha prelevato e portato in salvo in patria. Davvero l’immagine speculare di quello che potrebbe accadere con il caso Snowden, la spia “talpa” delle rivelazioni segrete a WikiLeaks, che Washington vuole a tutti i costi catturare e del quale chiede perentoriamente la consegna. Alla faccia della legalità internazionale.
Il fatto è che l’Italia, nonostante siano passati 24 anni dall’89, è per l’ “alleato” statunitense solo un territorio militare di frontiera buono per ogni illegalità, costose spese militari e sanguinose imprese belliche. A che serve l’Alleanza atlantica se non a questa sudditanza? Se non a confermare, come per la strage del Cermis del 1998 e il caso del marine Mario Lozano che nel marzo del 2005 uccise Nicola Calipari e ferì la nostra Giuliana Sgrena nella fase più delicata della sua liberazione a Baghdad, che i militari americani godono di immunità e nessun paese può processarli anche se responsabili di crimini efferati?
Uno smacco per l’iniziativa della Guardasigilli italiana e un calcio in faccia al governo italiano. Che però, come per il caso kazako, intanto si divide e soprattutto tace. Il ministro degli esteri Bonino “prende atto” dell’accaduto a Panama e dichiara comunque di “non essere stata informata” dell’iniziativa del ministro della giustizia. E Palazzo Chigi, connivente, tace. E pensare che proprio ieri, mentre ci si aspettava una presa di posizione sul nuovo affare panamense, il ministro Alfano sinistramente tuonava che invece “lo Stato c’è, lo Stato non arretra”. Ma altro che dichiarazione di indipendenza verso l’alleato Usa. Era la dura, quanto fantozziana minaccia contro il Movimento No Tav della Val Susa che anche in piena estate scende in piazza per protestare e viene duramente represso. Una costante c’è nei governi italiani: deboli con i prepotenti, violenti con i deboli.

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