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Editoriale

La comunione di Letta

L’incontro tra diversi spaventa chi non ha identità, mentre lo stato d’eccezione lo giustifica per consentire al governo di realizzare le riforme necessarie. E’ la sostanza del discorso svolto dal presidente del consiglio, ospite d’onore al Meeting di Comunione e Liberazione, l’unico evento politico-ideologico di massa, dopo il declino delle feste dell’Unità.

La strenua difesa dell’alleanza con Berlusconi è ormai ribadita e rivendicata, con toni persino orgogliosi, contro i «professionisti del conflitto» e serve a confermare il carattere niente affatto contingente e tattico delle larghe intese, sostenute come una scelta permanente e strategica (tanto più se prima o poi il Cavaliere libererà l’incontro dall’imbarazzante presenza). Del resto già con il governo Monti fu evidente quanto quello strappo sarebbe stato incubatore di future repliche. E ragionevolmente oggi solo un accordo di legislatura potrebbe comprendere il vasto programma della soluzione della crisi economica e del cambiamento costituzionale.

Naturalmente bisogna contemporaneamente portare a termine lo smantellamento della Politica, proseguire spediti nella cancellazione della differenza tra destra e sinistra per convergere su una comune visione della crisi e dei rimedi per contrastarla. Molti nel Pd e nel Pdl la giudicano un cascame novecentesco. Lo pensano i plaudenti ospiti ciellini , e più in generale ne fa un punto di forza l’area cattolica confluita nel Pd, quando oppone l’interclassismo, la sussidiarietà, il solidarismo alla cultura socialista e riformista. Il presidente del consiglio appartiene a questa cultura e dunque convintamente ritiene che il partito unico di governo sia la soluzione ai mali del paese.

Tuttavia la miccia accesa sotto la poltrona di palazzo Chigi non è solo determinata dalla sorte personale del leader condannato, ma, più in profondità e per fortuna, dalla difficoltà di imporre risposte economiche uguali a domande di blocchi sociali diversi, dall’idea che si possa invertire la rotta senza ridurre la forbice sociale che con la crisi si è oscenamente allargata, che si possa stare con Marchionne e con gli operai, con i precari e con gli imprenditori che non hanno investito i profitti nell’azienda ma nella finanza, con le banche che hanno tappato le falle di gestioni dissennate e fraudolente con i finanziamenti della Bce.

Lo stato di necessità ha poi una fondamentale controindicazione in democrazia: non ammette alternative. Salvo scoprire che la ricetta offerta dal pensiero unico (l’austerità tedesca) ha aggravato la malattia anziché curarla.
Dove, invece, il presidente del consiglio avanza una critica non peregrina, ancorché interessata, è sul riflesso identitario come ancora di salvezza nel grande mare del fallimento storico della sinistra. Le vicende elettorali ne sono (purtroppo) concreta e bruciante testimonianza (anche a livello locale). Ma è vero anche il contrario: i cartelli elettorali, le alleanze arcobaleno, le Unioni senza un’idea comune di governo sono destinate al naufragio, al gioco del tanto peggio tanto meglio (i 5 Stelle), alla rissa continua (il Pd), alla mancanza di un progetto convincente (la sinistra radicale).

E se alla fine a sfasciare le larghe intese, nella speranza di elezioni in autunno, fosse proprio Berlusconi, potrebbe profilarsi, per dirla con le parole del presidente del consiglio, l’incontro di una diversa maggioranza di governo, con un’identità di centrosinistra e quel programma di cambiamento che gli elettori avevano sperato con il voto di febbraio. Ipotesi naufragata nelle alte sfere, e dunque scenario improbabile.

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