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Editoriale

La guerra illogica

Fermare la barbarie. Le immagini degli sgozzamenti in Siria ci riportano ai tempi peggiori dei taleban quando le esecuzioni avvenivano allo stadio di Kabul davanti a una folla esultante e incitante Allah. Nessun Dio può approvare una simile barbarie e nessun uomo lo dovrebbe fare. Eppure sembra prevalere ancora una volta la logica della guerra, la guerra della propaganda, con smentite e contro-smentite, come se avesse importanza stabilire chi è stato a sgozzare e chi è stato sgozzato. Come se fosse importante stabilire se sono musulmani che vogliono terrorizzare cristiani e non semplicemente puro fanatismo alimentato da interessi che con la religione non hanno nulla a che spartire. Non bastano quelle immagini per indurre a un ripensamento.

Non è forse questo il segno estremo dell’imbarbarimento prodotto dalle guerre che da anni insanguinano il Medioriente e l’Afghanistan?

Un urlo si soffoca in gola al pensiero dell’impotenza e dell’indifferenza della comunità internazionale. Si può ancora pensare di inviare armi là dove a suscitare i maggiori orrori sono le scimitarre?

Come restare indifferenti e appoggiare una guerra che dopo dodici anni di massacri riporta al potere i nemici che aveva cacciato? Come dire ai bambini, alle donne afghane che dopo tanti lutti e umiliazioni, le truppe occidentali se ne andranno (non tutte, naturalmente) ma la sicurezza del loro paese sarà garantita dai taleban?
In Iraq la guerra è servita a cacciare un dittatore per portarne al potere un altro: Saddam Hussein era un laico sunnita che favoriva tra i sunniti soprattutto la sua tribù, ora Nuri al Maliki, religioso sciita favorisce tra gli sciiti la sua componente politico-tribale. Nessuna differenza se non fosse che l’Iraq nel frattempo è stato dilaniato dalla guerra e dagli orrori, gli stessi orrori le cui immagini ora ci arrivano dal conflitto siriano e che torneranno a investire l’Iraq ma anche il Libano, e non solo. Non c’è tempo da perdere per fermare la guerra, non con i cacciabombardieri che la alimentano ma con un grande senso di responsabilità che non può indugiare sulla morbosità suscitata dal fanatismo.
Di fanatismo è infestato il mondo, anche il nostro. E fanatismo c’è anche in quei paesi che stanno vivendo un contrastato processo rivoluzionario: gli obiettivi di libertà, giustizia e democrazia richiedono tempo, impegno e resistenza.

Lo si vede in Tunisia e in Egitto, il processo è lungo e irto di ostacoli: la fine delle dittature ha aperto spazi occupati da chi voleva arrivare al potere per imporre un modello teocratico che nulla ha da invidiare ai regimi precedenti. Regimi basati sulla repressione, corruzione, incapacità di risolvere i problemi della povera gente. Queste le accuse rivolte dall’opposizione al presidente Morsi che oggi difficilmente potrà resistere all’ondata impressionante della protesta. Il cuore di piazza Tahrir torna a battere per i valori che hanno sconfitto Hosni Mubarak e che batteranno Mohamed Morsi. Il nuovo presidente egiziano è stato legittimato dalle elezioni, dicono i suoi sostenitori, ma le elezioni non bastano a segnare la nascita di una democrazia, ne dovrebbero coronare il successo al termine di un processo di costruzione che però in Egitto deve ancora cominciare.

Eppure, pur tra mille difficoltà e persino spargimenti di sangue – come sta succedendo in questi gironi -, in Egitto si può sperare in un seppur non scontato successo della rivoluzione, in Siria no. La Siria per ora sembra condannata alla barbarie. Che non è inevitabile ma frutto di una militarizzazione della rivolta e del prevalere di nefaste logiche di guerra.

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