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Editoriale

La nave delle metafore

La fiancata della Costa Concordia

I pensionati che pencolano sulla punta dei piedi di fronte a un qualsiasi lavoro stradale in corso sotto casa loro sono una delle immagini più poetiche e stralunate di questo paese, fin dei tempi del boom economico. L’annuncio di fine lavori nel raddrizzamento della Costa Concordia – parbuckling che dir si voglia – è stato il segnale per tutti noi pensionati momentanei che la minestra è in tavola, è ora di tornare a casa. Non per sminuire nulla, e nessuno.

La metafora puoi stirarla quanto vuoi, ma la realtà è abbastanza chiara: l’enorme nave è raddrizzata sì, ma sempre ferma e scassata come prima. Non va, per parafrasare una antica metafora craxiana e ripetere una celebre interiezione da telecronista di calcio. Non va. Ancora.

Poi, liberi tutti di festeggiare l’«orgoglio italiano» persino. E includere magari, con maggiore fair-play, quello sudafricano del salvage master Nick Sloane (sorridendo del suono vagamente sado-maso di tale carica, e percorrendo il lato banalmente sessuale del raddrizzamento della Costa Concordia). Liberi tutti di percorrere fino in fondo i sentieri e le scorciatoie di una delle metafore più antiche che ci sia, la Nave. A patto di non dimenticarne la vertigine incombente.

Sul teatrino beckettiano dei lavori in corso lo scrittore Luciano Bianciardi, che negli anni ’60 abitava proprio sopra gli scavi della metropolitana milanese, ci aveva costruito un suo piccolo sketch mentale. Scriveva, di quei «drammatici buchi»: «Che cosa ci sia sotto nessuno l’ha mai capito bene, ma intanto, dicono, ci ha lavorato un branco di gente, e come si sa il lavoro fa circolare la grana, l’operaio spende i dané e se ne avvantaggiano tutti».
Insomma, il capitalismo. Traggo a questo proposito da twitter una delle migliori interpretazioni della vicenda. La facciata riemersa della Costa Concordia, fanno notare, assomiglia alla facciata di certi palazzi scassati di via Tiburtina, periferia sud-est di Roma. Vero. Pazzesco. Come i palazzoni di Plymouth anni ’70, suggerisce un altro, e così via. Duro contrappasso morale per i «condomini del mare», così cheap, con i balconcini tutti uguali, le ringhiere dorate, le due sedioline affiancate, una promessa di felicità low-cost completamente priva d’ogni epica dei transatlantici di inizio secolo scorso.

Non il moralismo tuttavia, ma il gigantismo e la drammaticità dell’operazione fanno spettacolo. Non c’è da vergognarsene. Di più, e meglio, il gigantismo «senza scopo» – anche soltanto per il differimento temporale della riuscita, dopo 622 giorni sott’acqua – ha tutte le caratteristiche estetiche di un’opera d’arte contemporanea, di una enorme installazione di land art, di una complicata macchina celibe, di un trionfo costruttivista.

Di fronte a questo, la televisione live intesa come genere ne esce malconcia, va da sé: ventidue ore di diretta giocate su un evento di una lentezza impossibile per qualsiasi palinsesto, buona soltanto per una telecamera di sorveglianza, in realtà perfetta per gli smartphone (al punto che in quel formato avrebbe potuto durare anche il doppio o il triplo), avrebbero ammazzato anche un premio Pulitzer, figuriamoci. L’arte contemporanea può sopravvivere a molto peggio.

Il cinema, infine. Nel 1977 l’ultimo Leone d’oro alla carriera William Friedkin girò un film come Il salario della paura, realizzando dal vero il passaggio di due enormi camion piedi di esplosivo su un ponte sospeso sul fiume, nella giungla della repubblica domenicana, senza usare effetti digitali che all’epoca non esistevano. L’immagine fissa della nave sulla quale un maestro come Jean Luc Godard girò il suo Film socialisme, proprio quella – predestinata? -, ingabbiata dalle corde e dai castelli di acciaio, sembrava proprio roba da vecchi maestri del cinema estremo e muscolare.

Oggi la Costa Concordia è protagonista di filmini time-lapse che occhieggiano da ogni computer da ogni sito di informazione, e avvolgono a gran velocità le 22 ore dell’operazione. Chi in 90 secondi, chi in un minuto. Chi in 22 secondi (il primato dovrebbe andare a Rainews, se google non inganna). La velocità sminuisce fino al ridicolo il tempo solenne, fermo, del raddrizzamento. Ma fino a un certo punto. C’è qualcosa di altrettanto folle in un filmino di 22 secondi costato 600 milioni. Anche questo interesserebbe ai maestri del cinema. Di quando il cinema, per così dire, esisteva ancora.

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