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Editoriale

Perché la notte egiziana ci riguarda

Le sanguinose stragi dei militari golpisti egiziani e l’appello di fatto alla guerra civile del generale Al Sisi perché la piazza autorizzi e collabori nella repressione, tacitando perfino la presidenza Mansour e il governo Beblawi insediati dagli stessi militari, pongono con chiarezza la parola fine al processo iniziato già a fine 2010 in Tunisia e poi nel marzo-aprile 2011 in Egitto, denominato “primavere arabe”. Una terminologia che sembrava fatta apposta per il nostro codice interpretativo. Quello di una rivoluzione contro due tirannie efferate ancorché pesantemente sostenute dall’Occidente, europeo ed americano. Nel 2012, a solo un anno da quegli eventi che ormai è bene ridefinire più legittimamente “rivolte arabe”, alla prova delle prime elezioni si scoprì quello che del resto già era evidente nei moti di piazza: che a vincerle non erano i movimenti laici e la sinistra ma ovunque l’islamismo politico, segnatamente in Egitto i Fratelli musulmani. Non convinceva e non convince la spiegazione a dir poco superficiale e priva di interrogativi che di questa conclusione è stata data: e cioè che a vincere era stata la rivoluzione e poi la controrivoluzione aveva preso il sopravvento. Così torna solo l’abuso dello stereotipo “primavera araba”.
Se infatti si continua a dispensarlo ovunque e comunque non si fa chiarezza. Era infatti già evidente nei moti anti-Mubarak che parte consistente di quel movimento di protesta e di rivolta era composto per larga parte anche dall’opposizione, più storica e più organizzata, dei Fratelli musulmani. Peraltro quella più longeva quanto a repressione subita. Da questo punto di vista, è perlomeno sconcertante che oggi Morsi, il presidente legittimamente eletto e destituito dal colpo di stato militare del 3 luglio scorso, sia incriminato dall’accomodante magistratura del Cairo per cospirazione con Hamas e per l’uccisione delle guardie di Mubarak che lo detenevano.
Ma è stato fatto notare che non basta a descrivere un processo democratico l’appellarsi alla vittoria elettorale dei Fratelli musulmani avvenuta soltanto un anno fa, il 30 giugno del 2012. E questo perché «la democrazia è ben altro che il voto». Figurarsi, concordiamo! Ma non è cosa da poco, dopo un regime come quello di Mubarak – che si reggeva solo per il sostegno occidentale che gli affidava tra l’altro il compito di guardiano dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi – l’avere vinto le prime elezioni politiche con l’avallo alla fine degli osservatori internazionali. Un fatto che comunque non può essere paragonato alle pantomime elettorali che si sono svolte in Iraq e in Afghanistan sotto occupazione militare straniera. Mentre restano una nebulosa evanescente gli annunci dei generali golpisti che hanno promesso, mentre incarceravano la leadership dell’opposizione (i Fratelli musulmani), nuove elezioni, subito rimandate ai primi mesi del 2014. E se rivincessero i Fratelli musulmani? E se non rivincessero, chi impedirà loro di preparare, clandestinamente, un altrettanto golpe militare?
L’incapacità politica, l’assolutismo e il deficit culturale dei Fratelli musulmani nello gestire la fase della nuova Costituzione con l’occupazione islamista di ogni spazio sono sicuramente all’origine delle prime proteste e poi del disastro che è seguito. Ma non è certo possibile rimproverare loro di saper portare le persone a votare, come sembra fare il pur raffinato scrittore Aswani che pensa, democraticamente, ad un voto che escluda gli analfabeti.
Si rimprovera ai Fratelli musulmani di essere stati liberisti e privatizzatori. Sotto i diktat del Fondo monetario internazionale. Ma l’esercito che ha fatto il golpe del 3 luglio è una struttura privata degli Stati uniti, che lo finanziano con 1,3 miliardi di dollari ogni anno, trasformandolo così in uno stato privilegiato dentro lo stato egiziano. Il generale Al Sisi, all’ultimo momento, ha fatto sapere che lui è «nasserista». Ma che vuol dire a quasi 60 anni dalla fine del terzomondismo essere nasserista? Nasser, oltre la rivolta contro la corrotta monarchia egiziana, esprimeva compiutamente istanze nazionaliste, anticoloniali e antimperialiste (vedi la vicenda della nazionalizzazione del Canale di Suez), che diventarono punto di riferimento di un vasto movimento di riforme sociali e politiche negli anni Cinquanta che, anche allora non a caso, oppose nazionalisti a classe operaia. Non è vero, come ha scritto Adriano Sofri in questi giorni su la Repubblica, che le rivoluzione che arrivavano dal Terzo Mondo erano «contro il tiranno». Erano motivate (India, Cina, Indonesia, Vietnam, Paesi Arabi, Cuba, poi l’Africa) dalla convinzione che un’altra rivoluzione sociale, un altro modello di sviluppo fosse possibile, anche fuori dagli schemi preordinati del mondo diviso in due della Guerra fredda. Non è un caso che larga parte di quel movimento prese il nome di Non Allineati, e che gli Stati uniti e il post-colonialismo europeo reagirono ovunque in modo imperialista, con la guerra. Comunque sia, dov’è, oggi, la traccia nasserista, nazionalista e riformista, che si vuole vedere a tutti i costi nelle fila dei golpisti egiziani? I militari del Cairo – imparagonabili ad altre esperienze di intervento dei militari, come il Consiglio militare della rivoluzione dei Garofani nel Portogallo del 1974 o al più recente chavismo -, anche stavolta, si sono mossi in difesa dei loro interessi e privilegi, travalicando anche il ruolo di arbitro che proprio la straordinaria rivolta di popolo di piazza Tahrir del 2011 gli aveva affidato.
Quanto a laicità delle forze armate e della svolta golpista, solo alcuni elementi: Al Sisi è il generale che ha voluto e difeso le ispezioni corporali alle donne di piazza Tahrir (questo a proposito di chi pensa ad un presunto blocco sociale “progressista” militari-donne); l’attacco ai Fratelli musulmani apre la strada all’entrata sulla scena politica degli integralisti salafiti; nelle fila dei generali torna forte la lobby dei mubarakiani; la nuova costituzione post-golpe dovrà essere scritta dai due papi, quello islamico e quello copto; Mohammed El Baradei, vice presidente, e probabilmente la figura più di rilievo e realmente alternativa, è già un ostaggio nelle mani dei militari; il nuovo ministro del lavoro insediato dai militari, l’ex leader sindacale Kamal Abu Eita chiede alla classe operaia egiziana protagonista di storiche lotte, non di scendere in piazza per un programma rivoluzionario, socialista o per trasformazioni riformiste, ma solo «di lavorare per la patria» perché «i lavoratori devono diventare eroi della produzione».
Di che prendere atto allora? Che la vera doppiezza morale dell’Occidente non è tanto quella di guardare distrattamente il sangue versato al Cairo e contemporaneamente andare in vacanza in massa a Sharm, incontrando nel viaggio di crociera le barche dei clandestini disperati che fuggono in direzione contraria. Di quel sangue versato siamo in concreto corresponsabili: abbiamo finanziato Mubarak, abbiamo trattato coi Fratelli musulmani, abbiamo riempito di finanziamenti, armi e manovre Nato l’esercito egiziano, continuiamo a tacere sul misfatto che Israele, con lunghe stagioni di violenza e guerra, consuma in Palestina. Siamo noi ad avere le mani ricoperte di sangue. Proprio come – contrariamente a quello che scrive sempre Adriano Sofri – accadde sulle sponde adriatiche con la guerra nell’ex Jugoslavia. L’Europa e poi gli Stati uniti legittimarono e sostennero quella dissoluzione armata nazionalista, etnica e religiosa che si consumava nel sangue. È sulle ceneri della Federazione Jugoslavia dopo l’89 che si è edificata, per interessi contrapposti, l’Unione europea (che, nella profonda crisi economica in corso, si jugoslavizza al suo interno). Ora siamo all’applicazione del modello occidentale balcanico ai paesi del Maghreb e del Mashreq, nel nostro Mediterraneo. Non è vero che gli Stati uniti hanno una astrategia verso il Medio Oriente e le svolte arabe. Barack Obama, nonostante il tentativo a parole del discorso del Cairo del 2009, ha ereditato e gestito lo strabismo organico ed egemone di Washington – al limite del conflitto intestino. Com’è accaduto l’11 settembre del 2012 a Bengasi in Libia, con gli islamisti prima alleati contro Gheddafi poi diventati gli assassini dell’ambasciatore americano Chris Stevens. Quanto all’Egitto, la diplomazia statunitense, dopo avere coinvolto Morsi nel sostegno alla rivolta siriana anti-Assad al seguito di Qatar e Arabia saudita, ha visto l’ambasciatrice americana al Cairo, fedele alla consegna di difendere Morsi, oggetto delle proteste dei manifestanti anti-Morsi, proprio mentre il Pentagono trattava le modalità del golpe con Al Sisi. Uno strabismo da capogiro.
E non è vero che l’Europa e gli Usa stanno guardando altrove: assicurate a breve e a medio termine le fonti d’energia, l’assetto strategico militare della regione e la propaganda pubblicitaria sui diritti umani, che altro interessa all’Occidente?
Da noi, sul crinale perverso del turismo politico, soltanto nel marzo-aprile 2011 speravamo, assai legittimamente, che anche qui come al Cairo e a Tunisi, un vento di primavera spazzasse via la cappa del potere politico-economico. Ora a Tunisi, di fronte ai criminali eccidi del potere islamista contro l’opposizione laica, si invoca una svolta dei militari tunisini come in Egitto, senza considerare che questo inevitabilmente precipiterebbe anche lì in guerra civile. E qui, In Italia, c’è qualcuno che si augura per il Belpaese una svolta golpista come quella egiziana? O servirebbe ben altro che una inaspettata raccolta di milioni di firme ribelli subito sottoscritte dai generali?

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