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Editoriale

La sconfitta di Bersani

Perché il segretario del Pd e il centrosinistra non dovrebbe votare come presidente della repubblica Stefano Rodotà? Quale metodo, se non quello di una lucida follia, ha condotto la forza di maggioranza relativa a consegnare nelle mani di Berlusconi la scelta del prossimo capo dello stato? A che cosa serve entrare in un’assemblea dei gruppi parlamentari, constatare il forte dissenso di larga parte sul nome di Franco Marini e non tenerne alcun conto?
Naturalmente Bersani non risponderà alle nostre domande, ma dovrebbe almeno ascoltare quelle che gli rivolgono gli elettori, e un gran numero degli stessi dirigenti del suo partito, spaesati e anche molto arrabbiati, soprattutto dopo aver assistito allo spettacolo delle votazioni di ieri a Montecitorio. Una clamorosa, tafazziana disfatta.
Eppure il segretario del Pd, dopo la botta del voto di febbraio, aveva mandato segnali interessanti. Con la scelta dei due presidenti di Camera e Senato, con la pervicace insistenza sul governo di cambiamento, con l’intelligente pedinamento dei grillini, mettendo da parte l’orgoglio, facendo emergere la cantilena dei «no» degli esponenti a 5stelle, che per questo loro comportamento calavano già nei sondaggi. Poi l’inversione, brusca e masochista, di imbarcarsi in un tandem quirinalizio con il capo del centrodestra. Che, inutile negarlo, prefigura un’altra strana maggioranza di governo, un’altra forma di “montismo” fino alle prossime elezioni.
Un cambio di rotta, proprio quando, proseguendo sulla strada intrapresa, Bersani, e una vasta area del centrosinistra, avrebbero potuto sposare la candidatura di Rodotà. Anche perché non stiamo parlando di un signore che appartiene a una partito, ma di una figura capace di rivolgersi a un campo largo, di almeno 27 milioni di voti, quelli ricevuti dai referendum del 27 giugno del 2011 di cui Rodotà è stato tra i tenaci promotori.
Fu una splendida primavera della politica, la rivelazione di un giacimento di mobilitazione e conoscenza che usciva dal populismo e diventava democrazia deliberativa. Quel paese esiste, non averlo ascoltato, continuare a ignorarlo non solo ha fatto perdere al Pd più di tre milioni di voti, ma ne ha fiaccato l’identità e annebbiato la visione.
Per Bersani suona la campana della sconfitta, la sua leadership è finita, i cocci che ha provocato (con l’aiuto di tutto il gruppo dirigente) non li incolla più nessuno.

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