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Cultura

L’aroma del pericolo

Scaffale. «Le lacrime di Mirra. Miti e luoghi dei profumi nel mondo antico» di Giuseppe Squillace, per Il Mulino. Il mondo olfattivo non è solo un residuo arcaico di «umanità», ma possiede una grande simbolica

I tre Magi nel mosaico di Sant'Apollinare Nuovo, a Ravenna

I tre Magi nel mosaico di Sant'Apollinare Nuovo, a Ravenna

Gli odori sarebbero un misterioso residuo evolutivo, lontano dal potere chiarificatore delle parole perché prossimo alle radici animalesche dei sapiens. L’odore sarebbe il fossile percettivo che il profumo avrebbe la capacità di risvegliare portandoci verso la scoperta di intese affettive immediate, attrazioni corporee istintive, fluide armonie sociali. Per lavorare alla demolizione di cliché marmorei, profondamente radicati nello spirito del tempo, è necessario girare lo sguardo in direzione delle storie più lontane.

A questo proposito, il libro di Giuseppe Squillace Le lacrime di Mirra. Miti e luoghi dei profumi nel mondo antico (il Mulino, pp. 297, euro 22) costituisce uno strumento indispensabile per capire quali siano le origini del rapporto tra occidente e mondo delle essenze aromatiche. Le sorprese non mancano. In primo luogo questa esplorazione mette in crisi l’idea, diffusa pure in molta letteratura scientifica contemporanea, secondo la quale il senso olfattivo sarebbe lontano da parole e forme della cultura.

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Già in tempi arcaici, nei quali le difficoltà di fabbricazione e trasporto sono enormi, il profumo è oggetto di commerci, segreti artigianali e ricette produttive. In lontane tavolette micenee, scritte in Lineare B, si ricordano profumieri a noi ignoti e dal nome enigmatico (Kokalos, Eumedes), ma indicativi del fatto che, molti secoli prima della nascita di Cristo, il profumo è un oggetto tecnico-culturale talmente progredito da evocare individualità creative, singoli personaggi in grado di imprimere una specifica impronta aromatica alle proprie invenzioni.

Le profonde radici che la produzione di profumi affonda nella storia d’occidente sono l’indicatore di un fatto tanto evidente quanto ancora oggi quasi invisibile. Confezionare un profumo significa sviluppare una molteplicità di tecniche olfattive: estrazione di essenze, macerazione in vino od olio, conservazione del prodotto ottenuto sono alcune delle più impervie imprese cui si espone il profumiere. Ciascuna di esse non può fare a meno della facoltà umana di proferir parola grazie alla quale ragionare sui tempi più adatti di maturazione o identificare piante indispensabili ma rare.

Secondo gli informatori antropologici più accurati (innanzitutto Teofrasto e Plinio il vecchio), le rose più profumate erano di Cirene; l’incenso migliore era detto stagonias (letteralmente, «che scorre goccia a goccia»); per produrre lo zafferano il croco selvatico è giudicato insuperabile. Aristotele, maestro di Teofrasto, ci dice che è vero, l’olfatto umano è meno acuto che in altre forme di vita; ma occorre distinguere due tipi di odori: quelli legati al cibo, quelli sganciati da finalità alimentari. Questo secondo tipo di percezione aromatica è solo umana, ribadisce il filosofo. Si tratta di una distinzione di massima il cui obiettivo è sottolineare solo una opposizione di principio. Un’occasione conviviale tipicamente antica come il simposio mostra quanto questa specificità umana sia in grado di infiltrarsi nel regno alimentare: cibi raffinati si uniscono a corone sature di fiori profumati; il vino è mescolato con profumi che ne aromatizzino una volta di più la consistenza.

Quello dei profumi, la sfera più edulcorata dell’ambiente olfattivo umano fatto anche di puzze, secrezioni nauseabonde e tossine infestanti, è regno del conflitto. In esso si esercitano distinzioni perentorie la cui importanza supera d’un balzo la distinzione gaudente circa l’essenza più raffinata. Il profumo è un mezzo tecnico-simbolico talmente potente da dover esser confinato entro rigidi contesti d’uso: nel conflitto bellico il combattente si unge di olio; nello sport l’atleta fa lo stesso; nel banchetto si impiegano essenze d’ogni tipo; in cerimonie come matrimoni e funerali profumi sono assi portanti del rito.

Al di là di queste occasioni, il profumo è oggetto così pericoloso da esser limitato da apposite leggi censorie e specifici divieti di impiego. Nel VI secolo a.c. Solone proibisce la vendita di profumi; nel III sec. la Lex Oppia vuole ridurre gli sfarzi delle matrone romane colpendo anche il volto olfattivo dell’immorale eccesso.

Fuori contesto il profumo si oppone alla virtù, avverte un Socrate in allarme. Quali le ragioni di una condanna tanto ferma? Sulla base della panoramica offerta da Le lacrime di Mirra sembra possibile formulare una ipotesi. Non solo, come sottolinea Aristotele, esiste una dimensione olfattiva tipicamente umana legata al godimento di aromi sganciato da fame, calorie, sopravvivenza.

Sin dalle più remote antichità, nell’olfatto si gioca una partita etico-politica decisiva con la quale fornire marcatori antropologici che distinguano chi sia veramente umano e chi no. I profumi non sono solo oggetti tecnici, ma simboli del confine tra quel che è umano e quel che non deve esserlo. Sono offerta agli dèi e balsamo con il quale ungere statue sacre; sono laboratorio grazie al quale sottolineare chi fa parte della comunità umana e chi invece va trattato peggio di un animale. Per lungo tempo i profumieri sono spesso schiavi o liberti, sapiens incompleti che abitano zone al limite.

Tradizionalmente i profumi provengono da luoghi lontani (Arabia, India, corno d’Africa) portati da genti talmente straniere da far dubitare appartengano a specie conosciute. Siamo alle prese con il contrario di quel luogo pacificato nel quale, grazie a Chanel, ritrovare la pace di sensi finalmente istintivi e armonie prestabilite. Olfatto, aromi e profumi formano il campo da battaglia nel quale urlare umanità propria e disumanità altrui.