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Editoriale

Ma quale ripresa

Il ministro dell’economia Saccomanni sentenzia che «la recessione è finita», seguito a ruota dal premier Letta che annuisce visibilmente soddisfatto. Poco importa che tutti gli indicatori (consumi, occupazione, quote export, Pil e altri “bollettini dei dispersi”) segnalino l’esatto contrario.
Infatti i dioscuri preposti alle questioni concernenti «la ricchezza della nazione» coltivano un’idea dell’economia assai poco economica e molto metereologica: il bel tempo giunge con il succedersi delle stagioni. Passato l’inverno verrà primavera, basta avere pazienza e predisporre il cambio di guardaroba. Appunto.

Tutto bello, nel mondo disegnato da quel genere letterario chiamato «scienza economica»; che vuol farsi passare per vera scienza allo scopo di “darsi importanza”. E per un po’ funziona, come si vide l’altro anno con Mario Monti; il mago bocconiano dei numeri e delle ricette salvifiche, rivelatosi alla stretta del sacco nient’altro che un bel profilo di commensale per le cene di esclusivi circoli della finanza (smascherando – tra l’altro – il provincialismo di chi lo aveva messo in pista).
Insomma, la sinfonia delle stagioni funziona fino a quando i discorsi non diventano seri. Rischio non troppo incombente nel nostro dibattito pubblico.

Difatti merita un plauso il Saggiatore per aver pubblicato in questi giorni gli inediti del socioeconomista Karl Polanyi Per un nuovo Occidente che si assunse il compito meritorio di fare le pulci alle pretenziose baggianate della “triste scienza” novecentesca: dal mito del «mercato autoregolantesi» alla «fede nel dogma deterministico» dei cicli automatici. Fanfaluche liberiste e mercatiste con cui continuiamo a fare i conti.
Sicché, sgombrata la mente dai meccanicismi della recessione che finisce perché arrivano le rondini  (e prescindendo dal quadro congiunturale disastroso disegnato dall’intero basket degli indicatori), ammesso pure che il quadro mondiale si tinga di rosa perché qualche fantomatica locomotiva di sviluppo starebbe accendendo i motori, resta la domanda di fondo: per quale ragione il nostro sistema produttivo dovrebbe riuscire a intercettare l’opportunità, visto il deficit strutturale che affligge tutti i suoi fattori competitivi? Visto che perdiamo quote sui mercati internazionali perché offriamo prodotti a basso contenuto innovativo e facilmente imitabili.

Dunque si sbaglia di grosso Susanna Camusso quando liscia il pelo al governo: «I primi provvedimenti non hanno un segno negativo».
Il problema è che si dovrebbe cambiare strada. E non si va da nessuna parte con incentivi e sussidi, piccoli o grandi che siano.
Come spiegava Polanyi oltre un mezzo secolo fa, bisognerebbe smetterla con la fiducia passiva nel progresso spontaneo (che poi si traduce nella difesa di questo esistente al ribasso, puntellato con qualche aiutino che lascia il tempo che trova), per riscoprire un ruolo volontaristico e strategico nel rapporto tra istituzioni e sistema produttivo. Dicesi politica industriale. E se lo tacciono gli illusionisti all’opera nel campo economico, come i nostri attuali governanti (e anche i loro predecessori), almeno gradiremmo si evitassero pompierismi illusori da parte dalle rappresentanze dei lavoratori.
Era il 1977, nel pieno di un ciclo capitalistico che avviava il decentramento produttivo per ripristinare le gerarchie del potere in fabbrica, quando la Cgil di Bruno Trentin affermò il ruolo del «sindacato come centro di impulsi per la qualificazione dell’investimento».
Vale la pena ricordarlo.

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