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Editoriale

L’eredità di Maggie

«I have given you back the right to manage». Con questa frase la primo ministro Margaret Thatcher esordiva a una cena annuale della Confederation of British Industry assumendosi il merito di aver rilanciato la crescita economica del Regno Unito.

Con la vittoria del partito Conservatore nel 1979, il governo Thatcher portò un radicale mutamento nella strategia di politica economica. La svolta assume rilevanza, anche ai fini dell’analisi economica, per la netta contrapposizione con la politica keynesiana del passato. Le sue erano le dottrine economiche monetariste e della nuova macroeconomia classica che, almeno inizialmente, tentò di applicare incondizionatamente alla realtà, conquistando ampi strati di cittadini britannici che non trovavano una risposta nelle ricetta laburista contro la crisi.

La fine degli anni Settanta è contrassegnata, anche nel Regno Unito, da profonde tensioni economiche e sociali.

Il modello economico che fino ad allora aveva garantito la diffusione del benessere in ampi strati della popolazione, è messo in discussione dal quadro competitivo internazionale che richiede una ristrutturazione industriale costosa sul piano sociale, ma soprattutto dall’incertezza che generano le tensioni inflazionistiche dovute alla crisi petrolifera e a quella del dollaro che si traducono in svalutazioni competitive, deficit pubblici e cadute dei redditi reali.

La rivoluzione politica di Margaret Thatcher (e del presidente degli Stati uniti Ronald Reagan) è la risposta del right approach a queste difficoltà. Le strategie di politica economica si modificano profondamente assumendo come propria linea di fondo il «disimpegno», ovvero l’arretramento del governo da aree d’intervento e responsabilità economica che le precedenti amministrazioni avevano occupato. (…) È la politica del lato dell’offerta: rimozione delle restrizioni all’espansione degli affari; controllo delle spese governative per ridurre l’onere sull’economia; struttura fiscale caratterizzata da una più bassa tassazione per favorire le remunerazioni delle imprese e delle capacità professionali; privatizzazione delle industrie nazionalizzate; abolizione delle restrizioni sul sistema bancario, sulla finanza internazionale; e infine liberalizzazione del mercato del lavoro (l’Employment Act del 1980 diretto a ridurre lo spazio dell’attività sindacale è il primo atto dell’amministrazione Thatcher).

Gli effetti di questo «disimpegno» si manifestano da subito sulla distribuzione del reddito e sulla disoccupazione giustificata dalla necessità di stimolare l’imprenditorialità per una ristrutturazione dell’apparato produttivo, e delle connesse relazioni sociali, fondato sulla ricerca di una maggiore «efficienza» produttiva, raggiungibile attraverso una «disciplina» interna più severa: la reintegrazione degli incentivi economici è più importante dell’uguaglianza.

L’obiettivo è una società di proprietari – sostenuti da un mercato dei mutui liberalizzato – che non può essere che di supporto alla visione conservatrice della società. L’abbandono della funzione di regolatore diretto ed indiretto dell’economia da parte dello Stato risulta particolarmente incidente, non solo per le liberalizzazioni e deregolamentazioni interne in campo industriale, ma soprattutto per le relazioni finanziarie internazionali. Sono scelte che trasformano la struttura produttiva del paese; alla deindustrializzazione corrisponde una rapida espansione dell’industria dei servizi in particolare delle attività legate alla finanza nazionale ed internazionale: la City è stato il principale beneficiato di questo modello.

Il progetto Thatcher non è solo un nuovo modello di politica economica ma ha rappresentato anche una nuova proposta di aggregazione sociale intorno a un nuovo modo di sviluppo. Ma costruire una società più flessibile significa restringere i costi pubblici a una più ristretta cerchia di popolazione. Ne consegue il lungo processo di riforma dello stato sociale (sanità e istruzione) con l’obiettivo di sostituire la logica sociale con quella di mercato riportando a livello individuale il rapporto tra prestazioni e contributi e per quanto riguarda i sussidi di disoccupazione condizionarli da politiche di welfare to work per evitare nei beneficiari atteggiamenti di scarsa disponibilità nella ricerca di nuovo impiego.
Si afferma una visione di una società fondata sul superamento delle istituzioni del welfare e del potere di contrattazione sindacale e quindi su un sistema di relazioni sociali che trovano nell’interesse del capitale privato la condizione di progresso per tutti.

La concezione del ruolo pubblico che orienta Margaret Thatcher è ben riassunta dalla sua affermazione che «There is no such thing as society»: «non esiste una cosa come la società. C’è solo l’individuo e la sua famiglia» nella convinzione che l’unica realtà istituzionale in grado di garantire il progresso sociale sia quella fondata su strutture di mercato.

Essa finirà con il risultare vincente diventando «senso comune» che le forze di mercato sono un elemento «naturale» della vita quotidiana e i suoi esiti non sono quindi suscettibili né di riflessione critica né di considerazioni morali, etiche e politiche. Non vi è pertanto alcuna alternativa possibile a un capitalismo di mercato: l’«economia» viene rimossa dalla sfera della contestazione politico-ideologica. È l’affermazione forte che «There Is No Alternative», che non ci possono essere alternative. In sostanza siamo alla «fine della storia».

Ma è proprio questa visione che storicamente non ha tenuto. L’ipertrofia del settore finanziario, la speculazione finanziaria, la crisi produttiva occupazionale che stiamo vivendo segnala che questa visione politica genera instabilità e disuguaglianza.

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