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Editoriale

L’Europa, a sinistra

Le sollecitazioni che giungono dagli interventi sul manifesto di Giulio Marcon, Giorgio Airaudo e Massimiliano Smeriglio ci inducono a intervenire. Ovviamente lo facciamo ben sapendo che il punto di vista nostro, che non siamo militanti di partito, è per forza diverso dal loro, anche se ci accomuna, oltre che l’amicizia, la stessa tensione a voler fare qualcosa per smuovere una situazione politica a sinistra a dir poco avvilente.
Ad esempio noi non crediamo che il problema della «nuova sinistra» o comunque di un percorso alternativo che guardi alle novità politiche, culturali e sociali di questi anni, sia definirsi per il grado di disponibilità più o meno alta dei propri parlamentari a dialogare e a mescolarsi con quelli che per scelta o per condizione si autorganizzano per fare politica fuori. O meglio, questo può essere tuttalpiù uno stile, certamente più dignitoso di altri modi di fare elitari e totalmente separati. Lasciamo perdere l’approfondimento che meriterebbe il concetto dell’«autonomia del politico», che storicamente si afferma a sinistra non oggi, nel tempo dei partiti temporanei, personali e mediatici, ma all’apice del periodo dei partiti di massa e della grande partecipazione. Il nodo che qui ci interessa evidenziare è che la frattura tra rappresentanza e società è oggi un dato strutturale. È il frutto della fine di un’epoca, di una lunga transizione che ha a che fare più con le evoluzioni del sistema capitalistico e degli effetti di quest’ultime nelle società occidentali, che con la degenerazione soggettiva, la corruzione etica e materiale, con cui si sono connotati nel tempo il parlamentarismo e la partitocrazia. Quindi bisognerebbe sbarazzarsi di una sorta di “pensiero debole” che a tratti assume quasi il carattere dell’ideologia, e che teorizza la partecipazione come valore in sé. Partecipare a che cosa, perché, come, con quali obiettivi? – queste sono le domande. È da molto tempo che dal mondo dei partiti della sinistra non liberista non vengono che delusioni. Perché è proprio il carattere strutturale della crisi della rappresentanza che alla fine presenta il conto, e dunque è la tattica per sopravvivere nelle istituzioni ad avere la meglio sulle nobili ragioni dichiarate. Se si parte da questo, si assume il fatto che elezioni, rappresentanza, partito sono tutte cose limitate, contraddittorie nel processo sociale di cambiamento. Così ci illudiamo e illudiamo di meno e forse, pensiamo più a dimostrare con i fatti ciò che siamo, piuttosto che descriverli senza riuscire poi a metterli in pratica. Noi, per questo, avanziamo una semplice proposta in primo luogo a Sel, da cui vengono queste importanti aperture, e a chiunque ci stia: considerare le prossime elezioni europee il terreno concreto per aprire uno dei molteplici percorsi costituenti possibili. Uno, e non il percorso, perché siamo convinti che l’alternativa non ha oggi né un motore unico né una ricetta già pronta. È fatta di conflitti giustamente contro le istituzioni, e anche di anomalie dentro le istituzioni. Ognuno dovrebbe provare a dare il proprio contributo, senza pensare che sia quello risolutivo, senza pensarsi autosufficiente.
È ora, per qualsiasi nuova sinistra, di considerare proprio l’Europa come spazio politico centrale del conflitto. Invece che trattare le elezioni europee come una specie di sottoprodotto di quelle nazionali, e dunque utilizzarle solo per posizionamenti tattici tutti in funzione di strategie locali, bisognerebbe rovesciare la questione: oggi in Europa si decidono le politiche da imporre agli Stati, e non viceversa. L’Europa degli spread e della Bce, della troika, della Merkel e di Draghi, quella dell’austerity e del pareggio di bilancio, è la plastica rappresentazione del feroce antieuropeismo conservatore dei poteri forti. Il solo pensiero che questo spazio politico e sociale, orfano di costituzione, possa prendere forma, trasformandosi in un terreno di conflitto e disseminandosi di nuove istituzioni democratiche contro i presidi autoritari delle dittature monetarie e finanziarie, fa tremare i polsi ai signori di Francoforte e Berlino.
L’Europa degli stati a sovranità limitata è esattamente disegnata per essere retta attraverso differenziali interni: lo spread, i bilanci, il deficit, il default, il commissariamento. Che si traducono in differenziali sociali: diseguaglianze, impoverimento, razzismi, sfruttamento. E’ un campo di battaglia vero, l’Europa, strategico e non tattico, per chi immagina un nuovo percorso di liberazione collettiva. Invece di fare tattica dunque, se si vuole contribuire al cambiamento, bisogna mettersi a disposizione. Ad esempio proponendo, Sel e tanti/e altri/e fuori da Sel, la costruzione di una lista euro-mediterranea, quasi di scopo, attorno aduna visione chiara e netta: no all’austerity, centralità della crisi ecologica e climatica e riconversione ecologica dell’economia, reddito di base incondizionato, liberazione e generazione dei beni comuni, opposizione alle grandi opere inutili, no al fiscal compact, ricostruzione del welfare e del pubblico, diritti, lavoro di qualità, cittadinanza. Questo significherebbe concretizzare quella partecipazione di cui si parla sempre attorno ad un possibile percorso costituente di qualcosa che oggi non c’è. Rifuggendo da qualsiasi logica di rassemblement degli sconfitti, minoritaria per vocazione, e allontanandosi allo stesso tempo dall’idea che la sfida che tutti abbiamo di fronte si possa giocare solo attraverso piccoli aggiustamenti del proprio recinto, che poi alla fine è un angolino nel recinto più grande di qualcun altro. Attorno a questa proposta va stabilito da subito che chi partecipa deve poterlo fare anche nel momento delle decisioni.
Definirla lista euro-mediterranea avrebbe un significato preciso: il coinvolgimento nella sua costruzione, attraverso momenti di consultazione, dei movimenti e delle realtà dell’altra sponda del Mediterraneo, che sono la nostra Europa. Euro-mediterranea anche per dare centralità al rapporto con le popolazioni del sud Europa, dalla Grecia alla Spagna. Una lista da costruire attraverso primarie aperte, e che si giochi in Europa subito come anomalia: che parli a quella parte del socialismo europeo che è in sofferenza dopo anni di egemonia culturale e politica del neoliberismo, che si riferisca ai verdi e al pensiero ecologico come paradigma di un’alternativa che rifiuta l’ideologia della crescita, che si rapporti con Syriza e con la componente non antieuropea della sinistra anticapitalistica, che parli a quel mondo cattolico che ha fatto vincere in Italia il referendum sull’acqua. Che consideri finalmente una composizione del lavoro completamente diversa da quella del novecento, che non ha nessun contratto nazionale a tempo indeterminato a cui riferirsi, nessuna pensione da attendere, nessuna cassa integrazione. Una lista che produca momenti di incontro in Europa e in Italia, di elaborazione comune, di costruzione di alleanze sempre più ampie. Che si faccia promotrice di iniziative pubbliche unitarie di pensiero critico, contro la dittatura commissaria della finanza, che appoggi i movimenti che su questi temi hanno aperto percorsi di conflitto. Che dia il suo contributo insomma, in termini di rottura istituzionale, e non di compatibilità.
Perché poi, alla fine di tutto, c’è sempre il solito discorso: cosa vogliamo fare? Vogliamo essere un “errore” di sistema, o come fa il Pd da Napolitano in giù, coloro che il sistema lo salvano? Non è una proposta rivoluzionaria o chissà quanto difficile. Bisognerebbe che Sel, o anche Sel, decidesse che su questo terreno, l’operazione politica che va fatta è di largo respiro, profondamente in discontinuità con quanto accade normalmente di questi tempi nella politica italiana. Bisognerebbe guardare oltre se stessi, e considerare una fortuna il fatto di poter decidere di non appiccicare il proprio simbolo per poter esistere, ma invece di essere motore determinante di qualcosa di nuovo, più ampio, coraggioso. Noi, umilmente, perché abbiamo sempre nulla da insegnare e tutto da imparare, troviamo più onesto ragionare attorno a questioni concrete e se vogliamo anche limitate, quando si parla di partiti, elezioni e liste. E pensiamo che la partecipazione, nell’epoca della sondocrazia, vada sostanziata come costruzione di possibili terreni comuni, e non lasciata all’inerzia dell’azione buona in sé. Si può anche non partecipare, ed è assolutamente comprensibile con quello che è oggi la politica istituzionale nel suo complesso, e si può anche fare della non partecipazione un’arma contro lo stato di cose presenti. Queste elezioni europee rischiano infatti di passare alla storia per il livello di astensione che si determinerà, e non per altro. E i movimenti hanno perfettamente ragione a diffidare delle forme di politica istituzionale, perché la conquista di nuova democrazia passa per forza anche dal superamento di ciò che c’è, partiti in primis. Ma dipende anche molto dall’offerta che si mette in campo, e da ciò che la motiva veramente.

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