Matteo Renzi lo va ripetendo da giorni, da subito dopo il vertice di Bratislava dove è apparso chiaro che sull’immigrazione l’Unione europea aveva cambiato posizione. «Facciamo da soli», dice il premier italiano alludendo a una strategia per fermare i flussi di migranti provenienti dall’Africa. Lo ha ribadito anche ieri da New York dove si trova per l’assemblea dell’Onu, con un attacco mirato ai vertici delle istituzioni di Bruxelles e in particolare al presidente della Commissione europea: «Juncker dice tante cose belle, ma non vediamo i fatti. Se l’Europa continua così noi dovremo organizzarci in modo autonomo sull’immigrazione».
Dietro le parole c’è la presa d’atto che lo spirito di Ventotene, con la solidarietà e le pacche sulle spalle scambiate con «Angela e François», ormai è finito, soppiantato dagli interessi nazionali. Sull’immigrazione l’Europa si sta ricollocando spinta dai risultati elettorali che hanno penalizzato la cancelliera tedesca e impaurito il presidente francese, e a palazzo Chigi la mossa non è certo sfuggita. Come se non bastasse Orban, il premier ungherese, chiede più soldi (160 milioni di euro) e mezzi per la Bulgaria in modo da garantire un ulteriore rafforzamento della frontiera con la Turchia, mentre per il 24 settembre dovrebbe essere confermato un mini-vertice a Vienna tra i capi di governo di Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Serbia, Albania, Bulgaria e Romania, summit al quale sono stati invitati anche la cancelliera Merkel e il premier greco Alexis Tsipras e che avrà come oggetto la sicurezza delle frontiere esterne, vale a dire ancora la Turchia.

Il non detto è che l’accordo sui migranti siglato a marzo con Ankara – unica vera preoccupazione di Bruxelles – potrebbe davvero non resistere a lungo, e quindi ci si organizza per fronteggiare una nuova ondata di profughi. Del resto non è un caso se, come denunciato proprio da Renzi, il documento conclusivo di Bratislava conteneva ben quattro pagine dedicate all’accordo tra Ue e Turchia e neanche una ai possibili interventi in Africa, più volte sollecitati da Roma. Il motivo è semplice: i 2,7 milioni di profughi che la Turchia potrebbe lasciare liberi di partire in caso di esito negativo della partita sulla liberalizzazione dei visti, rappresentano una minaccia forte, specie in vista di importanti scadenze elettorali come quelle previste da qui a un anno in Austria, Francia, Germania e Olanda. Poco importa, quindi, dei 150 mila migranti in arrivo sulle coste italiane dall’Africa. Insomma: ognuno corre ai ripari come può e gli interessi italiani non coincidono più con quelli degli altri 27 Stati. Grecia compresa.

Renzi lo ha capito e per questo minaccia di essere pronto a muoversi senza i partner europei. Anche perché se gli altri leader hanno scadenze elettorali, lui deve fare i conti con il referendum.

Il piano è già pronto, anche se rischia di provocare qualche attrito con il ministro degli Interni Alfano. Il Viminale stava infatti già predisponendo la creazione di una struttura autonoma dal Dipartimento Immigrazione che si occupasse della gestione dei Cara, i centri di accoglienza richiedenti asilo e guidata da un prefetto insieme all’Anac, l’Agenzia nazionale anticorruzione, e alla ragioneria dello Stato. Un progetto già avviato, sul quale però pende adesso la decisione del premier di riunire tutta la questione migranti a Palazzo Chigi sotto un’unica cabina di regia che insieme all’accoglienza si occupi anche di avviare accordi bilaterali con i paesi terzi per i rimpatri e che veda il coinvolgimento anche dei ministeri degli Esteri e della Difesa.

Ci sono poi gli investimenti da realizzare nei paesi dell’Africa occidentale, in particolare Marocco e Tunisia, e del Corno d’Africa, ovvero quelli dai quali arriva in Italia il maggior numero di migranti. Un «Africa Act» modellato sulla proposta di migration compact già presentata dall’Italia all’Ue e che prevede un fondo iniziale di 20 milioni di euro forniti dal ministero degli Esteri e gestito dalla Cassa depositi e prestiti. Soldi che, attraverso un effetto moltiplicatore frutto di altri investimenti pubblici e privati, dovrebbero generare alcuni miliardi di euro. Previste anche agevolazioni fiscali per le imprese che investiranno in Africa e collaborazioni tra le università italiane e africane.