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Editoriale

L’invisibile popolo dei nuovi poveri

Torino è stata l’epicentro della cosiddetta “rivolta dei forconi”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cercarla, la rivolta, perché come diceva il protagonista di un vecchio film, degli anni ’70, ambientato al tempo della rivoluzione francese, «se ‘un si va, ‘un si vede…». Bene, devo dirlo sinceramente: quello che ho visto, al primo colpo d’occhio, non mi è sembrata una massa di fascisti. E nemmeno di teppisti di qualche clan sportivo. E nemmeno di mafiosi o camorristi, o di evasori impuniti.
La prima impressione, superficiale, epidermica, fisiognomica – il colore e la foggia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muoversi -, è stata quella di una massa di poveri. Forse meglio: di “impoveriti”. Le tante facce della povertà, oggi. Soprattutto di quella nuova. Potremmo dire del ceto medio impoverito: gli indebitati, gli esodati, i falliti o sull’orlo del fallimento, piccoli commercianti strangolati dalle ingiunzioni a rientrare dallo scoperto, o già costretti alla chiusura, artigiani con le cartelle di equitalia e il fido tagliato, autotrasportatori, “padroncini”, con l’assicurazione in scadenza e senza i soldi per pagarla, disoccupati di lungo o di breve corso, ex muratori, ex manovali, ex impiegati, ex magazzinieri, ex titolari di partite iva divenute insostenibili, precari non rinnovati per la riforma Fornero, lavoratori a termine senza più termini, espulsi dai cantieri edili fermi, o dalle boite chiuse.
Le fasce marginali di ogni categoria produttiva, quelle “al limite” o già cadute fuori, fino a un paio di anni fa ancora sottili, oggi in rapida, forse vertiginosa espansione… Intorno, la piazza a cerchio, con tutti i negozi chiusi, le serrande abbassate a fare un muro grigio come quella folla. E la “gente”, chiusa nelle auto bloccate da un filtro non asfissiante ma sufficiente a generare disagio, anch’essa presa dai propri problemi, a guardarli – almeno in quella prima fase – con un certo rispetto, mi è parso. Come quando ci si ferma per un funerale. E si pensa «potrebbe toccare a me…». Loro alzavano il pollice – non l’indice, il pollice – come a dire «ci siamo ancora», dalle macchine qualcuno rispondeva con lo stesso gesto, e un sorriso mesto come a chiedere «fino a quando?».

Altra comunicazione non c’era: la “piattaforma”, potremmo dire, il comun denominatore che li univa era esilissimo, ridotto all’osso. L’unico volantino che mostravano diceva «Siamo ITALIANI», a caratteri cubitali, «Fermiamo l’ITALIA». E l’unica frase che ripetevano era: «Non ce la facciamo più». Ecco, se un dato sociologico comunicavano era questo: erano quelli che non ce la fanno più. Eterogenei in tutto, folla solitaria per costituzione materiale, ma accomunati da quell’unico, terminale stato di emergenza. E da una viscerale, profonda, costitutiva, antropologica estraneità/ostilità alla politica.
Non erano una scheggia di mondo politico virulentizzata. Erano un pezzo di società disgregata. E sarebbe un errore imperdonabile liquidare tutto questo come prodotto di una destra golpista o di un populismo radicale. C’erano, tra loro quelli di Forza nuova, certo che c’erano. Come c’erano gli ultras di entrambe le squadre. E i cultori della violenza per vocazione, o per frustrazione personale o sociale. C’era di tutto, perché quando un contenitore sociale si rompe e lascia fuoriuscire il proprio liquido infiammabile, gli incendiari vanno a nozze. Ma non è quella la cifra che spiega il fenomeno. Non s’innesca così una mobilitazione tanto ampia, diversificata, multiforme come quella che si è vista Torino. La domanda vera è chiedersi perché proprio qui si è materializzato questo “popolo” fino a ieri invisibile. E una protesta altrove puntiforme e selettiva ha assunto carattere di massa…

Perché Torino è stata la “capitale dei forconi”? Intanto perché qui già esisteva un nucleo coeso – gli ambulanti di Parta Palazzo, i cosiddetti “mercatali”, in agitazione da tempo – che ha funzionato come principio organizzativo e detonatore della protesta, in grado di ramificarla e promuoverla capillarmente. Ma soprattutto perché Torino è la città più impoverita del Nord. Quella in cui la discontinuità prodotta dalla crisi è stata più violenta. Parlano le cifre.

Con i suoi quasi 4000 provvedimenti esecutivi nel 2012 (circa il 30% in più rispetto all’anno precedente, uno ogni 360 abitanti come certifica il Ministero), Torino è stata definita la “capitale degli sfratti”. Per la maggior parte dovuti a “morosità incolpevole”, il caso cioè che si verifica «quando, in seguito alla perdita del lavoro o alla chiusura di un’attività, l’inquilino non può più permettersi di pagare l’affitto». E altri 1000 si preannunciano, come ha denunciato il vescovo Nosiglia, per gli inquilini delle case popolari che hanno ricevuto l’intimazione a pagare almeno i 40 euro mensili imposti da una recente legge regionale anche a chi è classificato “incolpevole” e che non se lo possono permettere.
“Maglia nera” anche per le attività commerciali: nei primi due mesi dell’anno hanno chiuso 306 negozi (il 2% degli esistenti, 15 al giorno) in città, e 626 in provincia (di cui 344 tra bar e ristoranti). E’ l’ultima statistica disponibile, ma si può presupporre che nei mesi successivi il ritmo non sia rallentato. Altri quasi 1500 erano “morti” l’anno prima. Mentre per le piccole imprese (la cui morìa ha marciato nel 2012 al ritmo di 1000 chiusure al giorno in Italia) Torino si contende con il Nord-est (altra area calda della rivolta dei “forconi”) la testa della classifica, con le sue 16.000 imprese scomparse nell’anno, cresciute ancora nel primo bimestre del 2013 del 6% rispetto al periodo equivalente dell’anno prima e del 38% rispetto al 2011 quando furono portate al prefetto di Torino, come dono di natale, le 5.251 chiavi delle imprese artigiane chiuse nella provincia.

E’, letta attraverso la mappa dei grandi cicli socio-produttivi succedutisi nella transizione all’oltre-novecento, tutta intera la composizione sociale che la vecchia metropoli di produzione fordista aveva generato nel suo passaggio al post-fordismo, con l’estroflessione della grande fabbrica centralizzata e meccanizzata nel territorio, la disseminazione nelle filiere corte della subfornitura monoculturale, la moltiplicazione delle ditte individuali messe al lavoro in ciò che restava del grande ciclo produttivo automobilistico, le consulenze esternalizzate, il piccolo commercio come surrogato del welfare, insieme ai prepensionamenti, ai co.co.pro, ai lavori a somministrazione e interinali di fascia bassa (non i “cognitari” della creative class, ma manovalanza a basso costo… Composizione fragile, che era sopravvissuta in sospensione dentro la “bolla” del credito facile, delle carte revolving, del fido bancario tollerante, del consumo coatto. E andata giù nel momento in cui la stretta finanziaria ha allungato le mani sul collo dei marginali, e poi sempre più forte, e sempre più in alto.
Non è bella a vedere, questa seconda società riaffiorata alla superficie all’insegna di un simbolo tremendamente obsoleto, pre-moderno, da feudalità rurale e da jacquerie come il “forcone”, e insieme portatrice di una ipermodernità implosa. Di un tentativo di una transizione fallita. Ma è vera. Più vera dei riti vacui riproposti in alto, nei gazebo delle primarie (che pure dicevano, in altro modo, con bon ton, anch’essi che “non se ne può più”) o nei talk show televisivi. E’ sporca, brutta e cattiva. Anzi, incattivita. Piena di rancore, di rabbia e persino di odio. E d’altra parte la povertà non è mai serena.

Niente a che vedere con la “bella società” (e la “bella soggettività”) del ciclo industriale, con il linguaggio del conflitto rude ma pulito. Qui la politica è bandita dall’ordine del discorso. Troppo profondo è stato l’abisso scavato in questi anni tra rappresentanti e rappresentati. Tra linguaggio che si parla in alto e il vernacolo con cui si comunica in basso. Troppo volgare è stato l’esodo della sinistra, di tutte le sinistre, dai luoghi della vita. E forse, come nella Germania dei primi anni Trenta, saranno solo i linguaggi gutturali di nuovi barbari a incontrare l’ascolto di questa nuova plebe. Ma sarebbe una sciagura – peggio, un delitto – regalare ai centurioni delle destre sociali il monopolio della comunicazione con questo mondo e la possibilità di quotarne i (cattivi) sentimenti alla propria borsa. Un ennesimo errore. Forse l’ultimo.

  • EnzoCugusi

    Una lucida analisi che condivido. Anche io lunedì 9 ero in piazza al corteo e ho avuto le medesime impressioni. Peccato che la classe politica che governa la città abbia non sia in grado non di fornire soluzioni,indicare via di uscita o altro, ma non non è in grado neanche di porre la minima attenzione a tutta la rabbia inascoltata che si è rovesciata in piazza.

  • Mauro Candiloro

    Disamina lucida, documentata, una rarità nel giornalismo italiano. Complimenti, Signor Revelli!

  • Marco Antoniotti

    Ottimo.

  • mauro bogliaccino

    ben scavato, vecchia talpa! 😉

  • cristina nizzoli

    Rivoltarsi in epoca di crisi

    Il sistema di produzione capitalista è in crisi. Ed è in questo contesto che nei paesi del sud dell’Europa, dalla Grecia al Portogallo passando per la Spagna sono nati, negli ultimi anni, dei movimenti di protesta. Salvo alcune proteste localizzate e legate a delle rivendicazioni specifiche (la lotta dei Notav, per citare una delle più mediatizzate, o quella dei lavoratori della logistica, per citarne invece una delle meno mediatizzate), nessun movimento contro la crisi ha preso piede in Italia. Fino a quando, ai primi di dicembre, dei cittadini più o meno comuni (non è semplice, considerata l’assenza di valide inchieste giornalistiche, dare un volto e una storia a queste persone) si organizzano in una rete capace non solo di dare vita a dei blocchi, ma di farlo contemporaneamente in diverse città d’Italia.

    Le cronache si concentrano sul numero di incroci stradali bloccati e la sinistra – questo termine deve considerarsi come distinto da quello di «centro-sinistra» – si domanda se i poliziotti si siano davvero tolti il casco oppure no.
    Non si sa molto sulle ragioni concrete che hanno portato queste persone a scendere in strada e, ancora meno, sulle loro storie. Quello che importa veramente è che delle persone non politicizzate si sono mobilitate, si sono mosse, hanno dimostrato il loro malcontento. Certo, dei gruppi di estrema destra hanno preso parte alle manifestazioni; ma non si puo’ considerare che, nel suo insieme, si
    trattasse di una mobilitazione di sole teste rasate.
    In epoca di crisi economica, quando è teoricamente più difficile mobilitarsi; in un contesto in cui le parole lotta, conflitto e mobilitazione sono state screditate (criminalizzate) da 20 anni di berlusconismo; dopo che il centro-sinistra e gran parte delle organizzazioni sindacali si sono impegnate a cancellare queste parole dai propri dizionari, delle persone scelgono di scendere per strada.

    Unico oggetto in grado di unire i malcontenti nell’epoca dell’individualismo: la bandiera italiana. Quel tricolore che rappresenta un’appartenenza nazionale che in momenti di crisi costituisce l’elemento federatore più imporante, il più semplice da utilizzare, il più pericoloso.

    Non ho i mezzi e non mi interessa, per il momento, procedere a un’analisi delle dinamiche specifiche di questo movimento. L’obiettivo è un altro: prendere coscienza del fatto che il malcontento per la situazione attuale puo’ trasformarsi in un momento di conflitto. Se delle rivolte senza parole d’ordine, o peggio con delle parole d’ordine populiste e qualunquiste, riescono a invadere l’Italia, che ne sarebbe se cominciassimo a parlare di rivendicazioni reali contro le politiche di austerità e contro il lavoro precario? Perché un giovane lavoratore dovrebbe mobilitarsi per un forcone piuttosto che
    per rivendicare il suo diritto ad avere un salario giusto, delle ferie e delle malattie pagate?

    I blocchi degli ultimi giorni dimostrano che, oggi in Italia, una disposizione alla lotta esiste. Una dispozione che la maggior parte di noi credeva scomparsa o appannaggio di qualche gruppo di militanti di «estrema sinistra» e che invece deve essere analizzata con estrema attenzione.

    La capacità di analisi, essenziale per un pensiero che si definisca di sinistra, stenta a rimettersi in moto dopo decenni di berlusconismo e politiche neoliberiste: un cocktail esplosivo contro la nostra capacità di pensare delle alternative. Ma non limitiamoci a leggere la realtà con delle desuete griglie di analisi. Impariamo a intercettare il cambiamento e ad utilizzarlo. Iniziamo a pensare alla lotta e al conflitto come a qualcosa di possible e realizzabile non solo per chi sventola un tricolore definendosi italiano, ma anche per chi, disoccupato, precario e spesso non italiano, vuole uscire da questa situazione asfissiante e rivendicare un’Italia senza austerità e con delle reali politiche sociali e di redistribuzione.

  • MI

    ottimo articolo finalmente ma i nuovi poveri, sino a ieri, li avete presi per il culo in ogni modo etichettandoli come bifolchi..vergogna.

  • carlo

    E’ quello che dicevo anch’io ieri du FB ma uno dei vostri colleghi mi ha cazziato duramente…

  • http://www.fmf.it/blog/ effemmeffe

    mi chiedo cos’abbia votato in questi anni quella massa lì…

  • EmmeTiX

    Beh! Ottimo. Ora sappiamo un po’ di più di questo movimento. Ma quello che serve è evitare assolutamente che questa fase ribellistica venga ricondotta nelle grinfie della destra “sociale”, cavallo di Troia della “politica del potere” (contrapposta alla Politica della gestione della cosa comune) all’interno delle legittime aspirazioni di un popolo affamato per evitare che questi si rivolga, armi alla mano, contro chi lo ha affamato. Io sono un artigiano del Nordest, ridotto alla frutta dalla crisi, con due anni di tasse e contributi non pagati, mesi di fidi bancari non rientrati e in attesa delle logiche conseguenze. Ma non mi unirò a questa jaquerie senza speranza e con troppi tricolori per i miei gusti. Io da sempre ho detto, lottato, ripetuto e preso mazzate e gas CS, che questo sistema economico non va assolutamente bene, che la distribuzione delle risorse è troppo asimmetrica per essere retta a lungo. Gran parte di costoro, degli “impoveriti” per troppo tempo se n’è fregata di fare politica reale, ha sempre e solo cercato di portare acqua al proprio orticello, fottendosene degli altri secondo il caro vecchio detto italiota “meglio a te che a me”. E ora che tocca a loro, che fanno? Scendono in piazza, con il non tanto velato appoggio delle forze politiche che fino a poco tempo prima hanno sostenuto, per “spaccare tutto”, per rispondere con la stessa rabbia che hanno usato contro i rom, i venditori di accendini davanti alle loro bottegucce, i lavoratori precarizzati che bloccavano il traffico e impediva loro di andare a lavorare… Sono ggente, non popolo, sono una massa incapace di uscire da una logica dell’agressività fine a se stessa e per tanto, troppo tempo sono stati trascurati da una sinistra troppo presa a discutere sui propri sensi di colpa e su come evitare di sparire nella marea montante del consumismo globalizzato, tutta tesa a far fuori il caimano fino a caimanizzarsi essa stessa. Da una parte le squallide primarie di un ex partito di sinistra, dall’altra una sinistra “profonda” incapace di creare vero consenso e di dare una risposta seria e concreta a questo popolo, gestita da un politico che parla di narrazioni del reale ma non crea nulla di attivo, concreto, reale. Fuori da tutto: il movimento anarchico, che a Torino ha lavorato da sempre contro l’emergenza sfratti e che pochi hanno seguito a livello mediatico e culturale. Se si deve proprio fare azione diretta io sono dalla parte degli anarchici, che sanno cosa e chi colpire, e soprattutto, perché colpire. Non per salvare il PROPRIO culo, magari coperto da un vile tricolore, ma per salvare il culo di tutti quanti e sbattere finalmente fuori dalla stanza dei bottoni una casta politica ed economica che sta sistematicamente portandoci al collasso. Ma logicamente destre, mafie, potere economico (i vecchi padroni del vapore) e politica non acconsentiranno mai che un reale movimento di rivolta e cambiamento, che non è una richiesta di ritorno a un passato mitico (quando tutti lavorano e tutti avevano soldi), un movimento di reale Rivoluzione, possa prendere piede e avere il controllo della piazza . A quando la fine delle analisi e l’inizio dell’azione reale in strada, tra la gente?

  • Radio Beckwith (RBE)

    La nostra analisi sui blocchi nella provincia di Torino e sull’azione delle amministrazioni locali. Analisi che non si discosta molto da questa.
    http://rbe.it/news/2013/12/12/ultima-chance-per-il-pinerolese/

  • cristina nizzoli

    probabilmente lega, grillo, pd, pdl, buttiglione, casini, parisi, prodi, rifondazione, verdi e pannella…e poi, e soprattutto, ci sono quelli che non hanno mai votato nessuno!

  • enzo

    In questi giorni la sx ha fatto una figura di m…. totale, dimostrando la sua totale distanza dai lavoratori che invece dovrebbe affiancare. Etichettando i manifestanti come zotici, tamarri, fascisti, italiani medi, ignoranti. Si è dimostrata inutile insomma

  • Enrico V Vezzaro

    In definitiva è la morte (finalmente) della finta democrazia rappresentativa di stampo liberale-liberista; la riprova che, nonostante i Veltroni ed i Renzi, gli Ichino e compagnia blaterante e starnazzante dicano ovviamente il contrario, capitalismo globalizzato e diritti sociali non vanno d’accordo, anzi divergono profondamente e inevitabilmente confliggono.

  • Giuseppe Ceddia

    sposo appieno l’articolo di Revelli. Pensare di identificare questa rivolta “esclusivamente” come frutto di una regia destrorsa è un errore enorme. Nonché un’illusione di certa sinistra che, essendo latente nel risolvere alcune prerogative sociali, si nasconde dietro un antifascismo a tratti anacronistico. Lo dico da comunista quale sono. Saluti.

  • Severs

    cercare di capire è sacrosanto ma io continuo a non vedere in questa rivolta niente che possa portare a un sommovimento di massa anti-sistema, un sommovimento critico verso il capitalismo: la parola d’ordine continua ad essere “non ce la facciamo più”, colpevole ancora “la politica”. Qualcosa mi dice che se qualcuno in quella massa si mettesse a dire “guardate che il vostro problema non sono i politici, il vostro problema si chiama capitalismo”, nessuno gli darebbe retta perché se c’è un qualcosa che questa massa dimostra è che ormai l’Italia è totalmente incapace di avere una minima idea di visione critica e radicale della realtà economica, perché la sbornia consumista è stata troppo troppo forte e incontrollata in questo paese. La fiducia nel sistema è ancora altissima e lo dimostra il fatto che ancora si chieda ai politici di fare qualcosa (!!?). Siamo lontani anni luce da una presa di coscienza critica e radicale verso il sistema, l’idea stessa che si tratti di un problema di sistema nemmeno sfiora ancora la mente della maggioranza degli italiani. queste rivolte sono ancora troppo diverse da quelle greche, portoghesi o addirittura da quelle inglesi e americane, basta dare uno sguardo agli slogan di quelle rivolte: l’accusato lì era il capitalismo, la classe politica (giustamente!) non veniva neppure menzionata. Questa crisi dovrebbe erodere ancora molto il tessuto del paese per dare una vera coscienza del problema agli italiani e se il pil dovesse alzarsi di un punto la stragrande maggioranza di chi è adesso è per strada tornerebbe a casa subito e la restaurazione continuerebbe indisturbata il suo corso. Questa rivolta sostanzialmente vuole ancora che il sistema si rimetta in moto come prima: non vuole uscirne, non vuole un’alternativa, non ne ha nemmeno un’idea lontana! Spiegatemi come può una rivolta del genere dare gli esiti che tanti sperano che dia. C’è un altro punto poi: smettiamola di guardare alle rivolte come un “evento”. La forza di una rivolta non risiede nel singolo sommovimento ma nel continuum delle lotte per l’emancipazione umana sviluppatosi nel corso dei secoli e essa più è incisiva quanto più sa iscriversi in questo continuum di lotte, aggiornandolo e dandogli nuova linfa. Questo movimento non si ascrive a nulla, anzi rivendica baldanzoso il fatto che sostanzialmente non è critico verso il sistema (questo significa in sostanza questo mantra ripetuto fino alla nausea del “siamo apolitici”). Questa rivolta quindi per quanto mi riguarda è addirittura reazionaria da molti punti di vista, altro che spocchia intellettuale! se questa per qualcuno è spocchia intellettuale io sono felice di tenermi la mia spocchia sinceramente. Se qualcuno non vuole accettare il fatto che in Italia non esistono ancora le condizioni per una coscienza di classe che invece in altri paesi sta (finalmente) tornando alla ribalta, può sbattersi quanto vuole ma le cose non cambieranno, non è mettendo la bandierina anticapitalista su questa rivolta che essa diventerà anticapitalista.

  • Federico_79

    Enzo, ma non é la sinistra; é il Pd.

    Ad esempio su Liberazione c’é un punto di vista simile a quello di Revelli:

    “Se non ci vai, non puoi vedere e noi ci siamo andati. La prima
    impressione, superficiale, visiva e uditiva, è quella di una massa di
    poveri, disperati, di impoveriti.”

  • Ciro Esposito

    Questo movimento, che conosco da tv, social network e stampa, mi muova più alla compassione che al timore. Non vedo il fascismo alle porte,perché nella società italiana non è entrata in circolo la violenza come nel primo dopoguerra. La violenza come regola e quotidianeità fu indispensabile all’affermarsi del fascismo, e magari proprio per questo è così evocata dall’alto. Il territorio stesso è stato usato per dividere, questo mi sembra un elemento di consapevolezza nuovo in un movimento così “settentrionale”. Chissà se è pronto a fare un passo in avanti, a fare proposte per superare il dualismo economico italiano. Scrivo dalla Terra dei Fuochi, e ve la propongo come esempio. I paesoni dormitorio della provincia nord di Napoli (fino a trent’anni fa una bella campagna) hanno riscoperto, giunti al limite dell’annientamento, il territorio come risorsa di unità, comunicazione, solidarietà. “Siamo tutti italiani”, cosa significa? Vediamo a livello sociale e territoriale dove si ferma o dove arriva l’Italia di cui si parla a Torino in questi giorni.

  • carlo

    Riporto parte di quella discussione su FB, di cui parlavo nel mio post precedente.

    Nefertiti Sua Graziosissima Maestà

    “Ma si va, io sono ben lontano dal fare polemiche strumentali: non sono pro
    o contro a nessuno, a priori, ma stigmatizzare e strumentalizzare una
    protesta che non è la vostra, o quella dei vostri referenti, mi fa
    incazzare da bestia. Questi non sono ignoranti
    politicizzati che mirano alla distruzione del Paese, sono la gente che
    dovreste difendere, e invece niente. Come i sindacati: “starai morendo
    di fame ma se non hai i soldi per la tessera di associazione,
    accomodati.” E la risposta del vostro collega, credo, Giacomo Lacava:
    “A
    parte il fatto che questo non c’entra assolutamente nulla con la
    campagna abbonamenti, la ggente non sempre è nel giusto – pacchi e
    pacchi di ggente si sono lasciati turlupinare da Berlusconi per 20 anni,
    e adesso si incazzano contro tutti e tutto pur
    di non assumersi la responsabilità di aver fatto, anche loro, delle
    cazzate. Finora non mi risulta che questi abbiano esposto alcuna
    richiesta seria a parte un generico “tutti a casa” che serve solo alla
    distruzione del paese. Io personalmente sono anni che dico che il
    grillismo può essere un nucleo di nuova proposta politica e di
    attivismo, ma non per andare a bruciare librerie o vandalizzare alla
    pene di segugio — quello è squadrismo e basta, e sentire la gente che
    invoca una soluzione cilena nel 2013 è da sottosviluppo.”

  • Eduardo d’errico

    “Tra il linguaggio che si parla in alto e il vernacolo con cui si comunica in basso”…
    “Troppo VOLGARE è stato l’esodo della sinistra, di tutte le sinistre,dai luoghi della vita”.
    Interessante questa inversione terminologica, in cui il linguaggio che si parla IN ALTO, caratteristico di TUTTE LE SINISTRE, viene considerato VOLGARE nel determinare il loro distacco dai luoghi della vita. Volgarità “aristocratica”, verrebbe da dire. Di fatto, sono decenni che il linguaggio delle sinistre, che è poi quello degli “addetti ai lavori”, è insieme causa ed effetto della loro SEPARATEZZA dalle “masse popolari” (di cui parlava già trent’anni or sono Arcangelo Leone De Castris). E certo è singolare che questa lontananza non sia mai stata analizzata, che non si siano levate, neppure tra coloro che continuavano orgogliosamente a dirsi comunisti, voci allarmate ed irose. Che si sia guardato all’abbandono dei ceti popolari in preda all’analfabetizzazione mediatica e televisiva, quasi con indifferenza, come ad un evento inevitabile e incontrastabile. Temo che l’appello di Revelli giunga fuori tempo massimo, perché troppo profondo è il solco scavato per poterlo colmare nei tempi che sarebbero necessari alla sinistra per avere un ruolo nei prossimi mesi, che pure saranno decisivi sotto molti aspetti; mentre persino l’elettorato moderato e “tremebondo” del PD si affida, in parte speranzoso e in parte rassegnato, al populismo renziano………

  • carlo

    Pasolini docet…

  • Gianni Pellicoro

    Analisi lucida e linguaggio asciutto . Avrei aggiunto la complicità più o meno inconsapevole di tutti al raggiungimento di questo risultato . L’apatia , il fatalismo rinunciatario , le piccole furbizie e le complicità che hanno permesso al potere economico e politico di suonare il vecchio adagio : una mano lava l’altra e tutte due si fregano l’asciugamani ! Avrei aggiunto la percezione, che dovrebbe essere di tutti, ( anche dei ricchi e “garantiti” !) di trovarci , di fatto , a bordo di quella stessa , metaforica, nave che il 12 aprile 1912 andava fatalmente incontro al gelido iceberg …. nell’oceano freddo dell’ “inconsapevolezza ” !

  • Luca Bossi

    Semmai qualcuno avesse sin qui messo in dubbio l’esistenza di una composita realtà sociale come quella che Revelli descrive, sarebbe oggi colpevole tanto quanto coloro che quella realtà sociale l’hanno riempita di promesse e menzogne, di false speranze. Ce ne sono stati e ce ne sono, di quei qualcuno che hanno ignorato o profittato della buona fede.

    Ringrazio dunque Revelli per l’impegno nel ricordare l’ovvio a chi l’ha perso all’orizzonte. Da qui si dovrebbe partire per produrre politiche sociali che tornino finalmente a guardare alla realtà. Da qui si potrebbe anche soltanto dimostrare l’utilità del dato (e dell’indagine) sociologica, giusto Revelli?

    Il tema tuttavia, al momento, è ancora la tenuta democratica del Paese difronte all’organizzazione di realtà politiche e culturali violente, mafiose e fasciste, nei toni, nei richiami, anche solo negli atteggiamenti.

    Perché dopo le prime ore di disorientamento, ai semafori si ricevevano minacce e colpi ai finestrini, nei supermercati e mercati giravano bande pronte al pestaggio e le “grigie serrande” inizialmente solidali sono poi rimaste abbassate per paura. Perché le minacce ai cittadini sono state reali almeno quanto la povertà di chi era in piazza.

    Ben vengano le raffinate analisi sulla composizione sociale, ma resteranno esercizi di stile se non accompagnate dal dato, squisitamente sociologico, dell’organizzazione della sollevazione, della natura criminale delle truppe chiamate a terrorizzare.

    Se ‘un si va, ‘un si vede, l’è vero. Ma tocca restarci un poco di più e possibilmente non limitarsi al salotto buono (piazza castello è stata una parte della protesta, diversa dagli incroci e dalle piazze del mercato, diverse a loro volta dalle periferie e dalla provincia).

    Ecco, per essere sinceri, la complessità sociale è ben altra cosa.
    Per essere sinceri, ora il tema resta la garanzia della legalità ed il concorso di parti dello Stato in quella che è stata, a Torino, una dichiarata sospensione della legalità, della sovranità popolare, della democrazia.

  • Lo Straniero

    l’articolo di Revelli lo condivido solo in parte. Osservo questo movimento con interesse curiosità e scetticismo. il motivo è che pur comprendendo il disagio e la rivolta di chi in questi anni ha subito la crisi, disoccupati, precari, nuovi poveri, non riesco ancora ad individuare una linea coerente nelle proteste, una concreta piattaforma di proposte e alternative. . protestare contro tutto e tutti ha ben poco di comunista e rivoluzionario. Ancor meno comprendo cosa c’entrino gli slogan nazisti sui banchieri ebrei, le minacce di rogo di libri, assalti alle sedi cgil, Casapound e ultrà delle curve calcistiche. Sono sincero lasciamo i forconi a chi arringa e fugge in jaguar, guardiamo e sosteniamo invece il movimento degli operai Fiom!

  • carlo

    Secondo me il “proletariato ideale” edotto sui passaggi precisi della lotta rivoluzionaria è una categoria mentale (mutuata dai testi classici) che, oggi, non corrisponde a nulla (e forse nemmeno all’epoca dei testi stessi). La realtà da tenere ben presente è proprio questo coacervo di istanze di sopravvivenza da “lucro cessante e danno emergente”, secondo una ben nota definizione del Diritto privato. Credere che la realtà si debba adeguare ai nostri schemi mentali, significa introdurre nella storia, e colpevolmente, il berlusca di turno, pronto ad approfittare dello scarto tra esigenze immediate e analisi di congruità con l’ortodossia della “lotta di classe” infinite. Il “metallo” sarà anche scadente ma è doveroso cercare di ottenere la migliore lama possibile da ciò che si ha a disposizione (un vero detto zen che mi sto attribuendo… eh, lo so, i detti zen, che due coglioni!). Per quanto tutto ciò possa essere inviso ad un teorico è l’unico modo per “incarnarsi” nella Storia. Cristo stesso, che era Dio, si è incarnato in un “mondaccio” e, quantomeno – come “oppio dei popoli” – ha avuto successo (Simone Weil non sarebbe stata d’accordo, sull’oppio dico). Cosa dunque impedisce ad un comunista di scendere dal suo empireo di stelle fisse e di cercare qualche “pagliuzza d’oro in un carcere di fango”? (cfr. F. Nietzsche; Umano, troppo umano).

  • Sacco Vanzetti

    grande articolo come sempre si Revelli. ma noi viviamo in uno stato fascista perche le nostre forze cosdiette dell ordine non fanno che pikkiare teste in ogni occasione. da anni vivo e faccio attivismo politco in germania e qui prima di alzare un manganello ce ne vuole. adotttano alter tecniche. da noi e la regola. coi forconi magari un po meno dato che sono un po gente qualunque un po fasci un po comunque non di sinistra. per questo un po simpatizzano i fasci poliziotti.

  • Paolo Lusito

    un analisi puntuale

  • marcello giappichelli

    Genova non dice nulla ??

  • cristina nizzoli

    Genova del 2001? Se ti riferisci a quella Genova, sono passati 12 anni e il contesto é assai cambiato e continua a cambiare molto velocemente. alla crisi sociale, culturale e partitica si é aggiunta quella economica e non mi pare che siamo più riusciti a scendere in piazza come all’epoca della guerra in Irak o dell’Afghanistan.

  • Francesca Menegon

    Vere le descrizioni e quel che dice Revelli. Dopo di che io faccio molta fatica a pensare che chi lascia dire, senza far una piega, ai propri portavoce che il governo va dato al capo della polizia, che l’Europa è schiava dei banchieri ebrei o che sta lì a guardare i violenti che intimidiscono negozianti e li obbligano a chiudere con la forza, sia solo povero e incazzato… mi sa che ha anche tanta voglia di trovare una soluzione facile e veloce, di prendersela con qualcosa per risentirsi presente e forte, senza mettere minimamente in discussione il modello economico e sociale che invece è stato proprio quello che lo ha reso invisibile, trasparente… esser povero e vessato non ha mai impedito a nessuno di avere un pensiero critico e di non vessare gli altri a sua volta. Io credo che se alla maggioranza di questa gente regalassero un biglietto per tornare indietro ai corrottissimi ma ricchissimi anni ’80 loro ci metterebbero la firma senza pensarci un attimo. Allora come fare per non “regalare ai centurioni delle destre il monopolio della comunicazione con questo mondo”? Forse non usare termini come centurioni delle destre?? ;-P Non so, non credo. Ma veramente dobbiamo sentirci in colpa per utilizzare un linguaggio complesso e non cedere alla tentazione di dare sempre letture semplificate? Passatemi la provocazione: mandiamo gli intellettuali al lavoro forzato nelle campagne? Non so… veramente non ho una soluzione… ma credo che ognuno debba lottare e resistere con il linguaggio e i mezzi che gli sono propri e che sente suoi, ma con il dovere di pensare criticamente, continuare a farsi domande. E questo dovere, mi spiace, è anche per chi è vessato, incazzato, povero, sfruttato, non istruito.

  • Marcella

    Caro Revelli, mi limito a un punto: gli ambu­lanti di Parta Palazzo. Prova ad andare al mercato ortofrutticolo di Porta Palazzo (sono di Milano ma ci sono stata più volte negl ultimi 10 anni) e vedi quanti banchi rilasciano lo scontrino fiscali. Quasi nessuno, mio amico torinese un giorno di 5-6- anni fa (ero con lui) lo ha preteso ed è stato preso a male parole: alla fine glielo hanno fatto cartaceo perché non avevano registratore di cassa (come molti banchi). Il mio amico ha segnalato la cosa ad alcuni vigili urbani e loro hanno detto “ce ne occuperemo” senza muovere un passo e con l’aria di chi non farà un bel nulla. Dato che quel mercato ha da sempre una valanga di clienti se ne deduce che è luogo di super evasione fiscale. Significa questo che il venditore (molti sono extracomunitari) è ricco? Pare di no. Sembra infatti che i titolari delle licenze dei banchi se ne stiano a casa (o al mare) e per un singolo banco intaschino di affitto 5-15mila euro mensili, quasi sempre cash. Credo lo stesso succeda in molti casi anche per negozianti e piccoli imprenditori non proprietari di ‘muri’. Mi chiedo: guardia di finanza? vigili urbani? ispettorati del lavoro? A Torino come in molte parti d’Italia la sensazione è che la legalità latiti e che si assita al trionfo del rentier (spesso evasore totale) su chi lavora o fa impresa commerciale e non. Un caro saluto.

  • marcello giappichelli

    No.

    Genova OGGI significa la lotta dei lavoratori del trasporto pubblico con uno sciopero durato alcuni giorni, del tutto fuori delle regole ufficiali, che ha coinvolto indistintamente tutti i lavoratori, che ha avuto la solidarietà cittadina, che si è concluso col pieno successo.

    La comunicazione mediatica ha cercato in tutti i modi di cancellarlo, ma a Firenze c’è stata subito la replica con identico risultato.

    Ovviamente quando finirà la Cassa integrazione questo sarà il modello per tutti i lavoratori.

    Questo significa OGGI Genova

  • cristina nizzoli

    bello! bellissimo! non é per nulla in contraddizione con quello che esprimevo io nel mio post.
    é un’ulteriore dimostrazione che la gente (anche con idee migliori dei forconi ! e tanto meglio!) vuole dire basta!
    sulla cassa integrazione purtroppo non sono d’accordo perché la maggiorparte dei lavoratori italiani sono precari o disoccupati e non hanno nemmeno accesso alla cassa integrazione…. é su queste realtà che bisogna fare leva…

  • Battista Vennherba

    C’è un’analisi molto approfondita di Ferrero sul sito di Rifondazione

  • marcello giappichelli

    Quello a cui stiamo assistendo è l’inizio di un processo di “ionizzazione sociale” in cui i parametri di riferimento tradizionali ( compresi quelli della sinistra: Chi è più comunista la Cina o la Corea del nord?) si vanno dissolvendo.

    Seguire la cosa con attenzione.

    E’ finita con la crisi l’età delle chiacchiere e comincia a politica in senso serio

  • franco ferrari

    non so’ giudicare posso solo dire che sono cresciuto in 5 in famiglia con un solo stipendio piccolo piccolo.Non ci mancava il necessario ,il superfluo era limitato molto.Nessuna vacanza ne’ estiva per fortuna eravamo a La Spezia e il mare non mancava ne’ settimana bianca. Sono andato a sciare e ho comprato la macchina quando ho iniziato a lavorare ,prima no. Ora si vuole tutto e non si rinuncia a nulla,telefonini,serata fuori e i figli sono i piu’ grossi consumatori; certo che alla fine del mese e’ dura arrivare.Ora c’e’ la corsa alla piazza per lamentarsi e i talk show ci vanno a nozze.Molti soffrono,ma non credo siano quelli in piazza.

  • dipthroat

    HEI VOI, POPOLO DI COGLIONI

    INVECE
    DI ROMPERE LE PALLE AI CITTADINI CHE LAVORANO, SE VOLETE ESSERE
    COERENTI CON QUELLO CHE DITE, ANDATE A ROMPERE I COGLIONI, PRENDERE A
    CALCI, O IMPALARE QUALCHE POLITICANTE CORROTTO O BABY PENSIONATO D’ORO
    CHE CE NE SONO TANTI IN GIRO ….

    BRANCO DI IDIOTI