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Editoriale

Non facciamo muro con i rigoristi delle pene altrui

«E se accusarmi il mondo/ vuol pur di qualche errore,/ m’accusi di pietà / non di rigore» così canta il tenore, nelle vesti dell’Imperatore Vespasiano, verso la fine della “Clemenza di Tito” di Wolfgang Amadeus Mozart. Con questa citazione dedicata ai melomani, concludevo sette anni fa un articolo dedicato alle polemiche sorte attorno all’indulto che fu poi concesso con la legge del 31 luglio 2006. Pare che il tempo sia passato invano e il quadro non sia cambiato, se non di qualche dettaglio, anche se di peso (la vicenda Berlusconi).

Messo in pratica l’indulto, in assenza di altri provvedimenti strutturali quali la depenalizzazione dei reati minori, le carceri sono tornate rapidamente a riempirsi fino all’inverosimile. Tanto a destra quanto, ahimè soprattutto, a sinistra ritornano i soliti argomenti contro gli atti di clemenza. Allora anche all’interno della sinistra radicale si poteva udire chi diceva che un simile provvedimento avrebbe favorito padroni disonesti e truffatori incalliti. Come si ricorderà infatti in quell’anno le carceri scoppiavano per la presenza di datori di lavoro insensibili alle norme di sicurezza, di banchieri avidi e truffaldini, di finanzieri senza scrupoli, di stupratori e killer seriali, mentre nei ristoranti alla moda ladruncoli di mele, immigrati clandestini, consumatori di modiche quantità brindavano felici e vincenti assieme ai cassintegrati.

Ora c’è una complicazione in più. Non c’è dubbio che l’argomento amnistia/indulto (si sa non sono la stessa cosa, ma non è questo il punto) sia stato introdotto strumentalmente per salvare Berlusconi. Il quale peraltro in galera non andrà in ogni caso. E che questo elemento suscita più di un legittimo sospetto. Ma non per questo la sinistra dovrebbe cadere nuovamente nelle spire di un ricatto morale artatamente costruito.
Il tema di un provvedimento di clemenza è argomento serissimo e meriterebbe la convergenza di tutte le donne e degli uomini di buon senso. Certo, sarebbe un provvedimento d’emergenza, ma non si capisce perché questa la si invochi per tutto, addirittura per tenere in piedi un intero governo, e non per sottrarre dei poveri malcapitati ad una carcerazione ingiusta e insopportabile.

A meno che qualcuno non pensi seriamente, per risolvere il sovraffollamento, che bisogna raddoppiare l’edilizia carceraria, allo stesso modo di quelli che pensano di risolvere la penuria di gol allargando la dimensione delle porte. Oppure che la si pensi come Angelino Alfano, il quale, recatosi al meeting di Comunione e Liberazione, ha proposto che siano i paesi d’origine a mantenere in solido gli immigrati carcerati. Non stupisce l’assurdità della proposta, vista la natura del personaggio da cui proviene, quanto il fatto che non sia volato un amen, laddove nei tempi andati una simile performance sarebbe stata accolta da cori di “scemo, scemo”. Basterebbe infatti osservare, come ha fatto ad esempio Tito Boeri, che basterebbe eliminare il reato di immigrazione clandestina, introdotto dal governo avente come ministro Alfano, per ridurre sensibilmente le 25mila presenze straniere che affollano le nostre galere. Con l’aggravante che la stragrande maggioranza di costoro lì si trovano in virtù dei provvedimenti sulla carcerazione preventiva, la cui riforma tutti invocano ma nessuno fa.

Quindi anziché indignarsi e chiudersi a riccio, la sinistra che ancora si ritiene tale dovrebbe evitare di fare muro con l’accozzaglia dei rigoristi delle pene altrui che trasversalmente attraversa tutte le formazioni politiche del nostro paese. “Sorvegliare e punire” è una delle tante facce della teoria della governamentalità, in nome della quale si sta uccidendo la democrazia in tutta Europa.

La questione delle carceri non c’entra nulla con le vicende giudiziarie ormai concluse di Berlusconi. Nessuno può farsi scudo della sua persona né per avanzare né per rigettare proposte in quel campo. Non si può continuare a essere vittima del berlusconismo e dell’antiberlusconismo senza soluzione di continuità.
Se invece di tante chiacchiere attorno all’impossibile ricorso alla Corte Costituzionale da parte di un organo parlamentare o ad approfondimenti perditempo sulla chiarissima legge Severino, si affrettassero i tempi della decisione sulla decadenza di Berlusconi da senatore e sulla sua incandidabilità, come è concretamente e facilmente possibile fare, ogni costruzione strumentale sarebbe distrutta dalle fondamenta.

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