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Editoriale

Perché ora tocca a Istanbul

Le manifestazioni iniziate nei giorni scorsi nella zona europea di Istanbul, diventate poi rivolte anti-governative estese a tutto il paese, hanno una matrice sociale, politica ed economica più ampia della difesa di un piccolo parco cittadino nel cuore di Istanbul. Proprio il divieto della tradizionale manifestazione per i diritti dei lavoratori lo scorso primo maggio in piazza Taksim a Istanbul ha inaugurato la serie di episodi di violenza e repressione che si sono ripetuti nel corso delle ultime settimane, fino all’inizio degli scontri lo scorso sabato.

Adiacenti a piazza Taksim – simbolo del kemalismo e ritrovo storico del laicismo turco – i giardini del Gezi Park occupano una circoscritta e rarissima area verde. Il piano governativo di trasformare la piazza in un centro commerciale, con annessa moschea, rappresenta solo l’ultimo sfregio. La protesta si inserisce in un crescente clima di contestazione verso il governo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, impegnato – a detta di numerose associazioni in difesa del patrimonio culturale di Istanbul – in una sistematica quanto frettolosa distruzione o rimozione dell’eredità storica, culturale ed architettonica della città.

A passi rapidissimi, la modernizzazione di Istanbul coinvolge un ammodernamento delle infrastrutture di trasporto, e la diffusione di complessi abitativi di lusso, centri commerciali e moschee – a supporto del binomio religione-business, vero cavallo di battaglia del Partito governativo Giustizia e Sviluppo (Akp). Tra gli altri, in cantiere vi sono la costruzione di un nuovo aeroporto (il terzo), un ponte sullo stretto del Bosforo (anch’esso, il terzo), e la quasi-fantascientifica proposta di aprire un canale occidentale per incrementare il flusso commerciale tra il Mar Nero ed il Mediterraneo. Sullo sfondo, la forte candidatura di Istanbul ad ospitare i giochi Olimpici del 2020.

La brutale repressione poliziesca e la concomitante paralisi degli organi di informazione turchi hanno offerto su un piatto d’argento la scintilla per la presente rivolta popolare: la difesa del Gezi Park diventa questione di dignità politica e morale per la cittadinanza laica di Istanbul, e di riflesso, dell’intera Turchia, e riceve solidarietà internazionale attraverso il rapido passaparola dei social network. Di qui l’ampia varietà che compone il panorama sociale delle rivolte: dagli studenti ai lavoratori precari, dai disoccupati ai piccoli imprenditori per passare attraverso associazioni di categoria, gruppi ultras che avversano la polizia, anarchici e quasi l’intero spettro dei partiti di opposizione (nazionalisti, sinistra laica, comunisti, partiti curdi).

Sul banco degli imputati siedono le politiche e la gestione del potere da parte del Akp – al governo dal 2002 e investito di un ampio mandato popolare alle ultime consultazioni del 2011 – ma da più parti accusato di crescente autoritarismo. Le critiche evidenziano pratiche di governo che esaltano l’efficienza ai danni del dialogo: in una società storicamente polarizzata come quella turca questo crea nuove tensioni e sospetti mai sopiti.

Se i successi della Turchia in campo economico nell’ultimo decennio sono innegabili, lo stesso non può dirsi circa le modalità e la gestione di tale boom economico – così come in politica estera per la criticata gestione della crisi siriana o del riavvicinamento con Israele. Secondo l’Economist intelligence unit (Eiu), nel periodo 2002-2011 la Turchia ha registrato una crescita economica media del 5,4%; il reddito medio pro-capite è addirittura triplicato da quasi 3mila dollari nel 2001 ai quasi 10mila nel 2011, attestando il paese al quindicesimo posto tra le potenze economiche mondiali e ponendolo al riparo dalla crisi economica che investe numerosi paesi europei. Ciò nonostante, diversi fattori minacciano la stabilità e la stessa legittimità di tale crescita, e sono alla base delle odierne proteste.
In primo luogo, vi è una parte della società turca che non accetta la marginalizzazione.

Si tratta qui dell’acceso contrasto tra le tradizionali élite economiche ed una nuova classe imprenditoriale affiliata al Akp – come spiega Vali Nasr, autore di Forces of Fortune. Cresciute grazie a piccole e medie imprese, le nuove élite si raccolgono intorno ad organismi come la Musiad, una delle più grandi associazioni di imprenditori sponsorizzata dal AKP. A questo si aggiunge la mancanza di dialogo, comunicazione e partecipazione sulle politiche di sviluppo economico da parte del governo. Totalmente incapace di avviare un dialogo con le parti sociali e la società civile, il governo dimostra una crescente intolleranza (attraverso l’uso di pratiche repressive da parte delle forze di polizia) verso qualsiasi forma di dissenso e di protesta, a cominciare dalla libertà di stampa e dai diritti dei lavoratori.

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