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Internazionale

Preghiere vs ruspe, la lotta di Beit Jala contro il Muro

Cisgiordania. I bulldozer dell'esercito israeliano sono tornati a spianare i terreni di decine di famiglie cristiane attraverso le quali passerà un nuovo tratto del Muro. Le comunità locali e i sacerdoti non si arrendono.

Pregano, lo faranno anche questa mattina, ma non si rassegnano i palestinesi e i religiosi cristiani della zona di Beit Jala che due giorni fa hanno visto ripresentarsi a Bir Onah, nella Valle di Cremisan, i bulldozer inviati dall’Esercito israeliano a spianare le loro terre attraverso le quali passerà un nuovo tratto del Muro. I primi devastanti effetti si sono già visti. 55 alberi d’olivo sono stati sradicati dalle ruspe. I pesanti automezzi si sono fermati solo di fronte alla mobilitazione delle comunità locali e di alcuni sacerdoti. Come padre Mario Cornioli, del Patriarcato latino. «Le ruspe sono arrivate a ridosso delle case. Gli sradicamenti hanno intereressato gli alberi di due delle 58 famiglie (palestinesi) che vivono lungo la valle e che perderanno tutti i loro alberi d’olivo quando il Muro sarà completato» spiega al manifesto Cornioli «occorre anche tenere conto che questi olivi, secolari, con ogni probabilità, saranno portati dall’altra parte e ripiantati in Israele».

Le terre di Bir Onah sembravano in salvo lo scorso aprile quando una sentenza (interpretata erroneamente come definitiva dai palestinesi) della Corte Suprema israeliana aveva bloccato la costruzione del muro in quella parte del territorio tra Gerusalemme e Betlemme, una delle aree verdi più belle della Palestina. Un villaggio della zona, Battir, è stato di recente proclamato dall’Unesco “patrimonio mondiale” e su quei terreni i frati salesiani di Cremisan producono un vino palestinese esportato in molti Paesi. Una bellezza che non ha affascinato i giudici della Corte suprema che il mese scorso hanno stabilito che i militari possono riprendere, con qualche minima modifica del progetto iniziale, la costruzione del Muro in Cisgiordania. Il monastero e il convento di Cremisan perciò saranno separati dal resto di Beit Jala. Anni di lotta dei palestinesi non sono serviti a bloccare questo progetto.

Un fatto nuovo potrebbe aver riportato la situazione al punto di partenza. «È possibile che l’accordo tra Vaticano e Stato di Palestina (sgradito a Israele, ndr) abbia avuto un impatto importante sulle decisioni israeliane» dice padre Cornioli «perchè la Corte suprema appena qualche mese fa aveva deciso in un certo modo e (a luglio) ha ribaltato la sua sentenza. Avevamo presentato un ricorso ma le ruspe sono entrate subito in azione, senza neppure attendere la risposta». Sulla possibilità di una “ritorsione” per il riconoscimento della Palestina da parte del Vaticano aveva peraltro insistito il mese scorso William Shomali, il vicario patriarcale di Gerusalemme. «Non c’erano state grandi reazioni formali a quel riconoscimento. Adesso temiamo che la risposta sia arrivata con la politica dei fatti compiuti», aveva commentato il vicario patriarcale di fronte all’inversione di rotta dei massimi giudici israeliani.

L’esercito israeliano in ogni caso aveva già trovato il modo di aggirare la sentenza di aprile della Corte Suprema, semplicemente evitando di chiudere gli accessi al monastero e al convento e apportando cambiamenti minimi al percorso del Muro. Padre Ibrahim Shomali, un sacerdote cattolico locale, che per anni ha guidato le preghiere sulle terre minacciate dalle ruspe, con la partecipazione di attivisti locali e stranieri, non era apparso ottimista neppure lo scorso aprile, dopo la sentenza in apparenza favorevole della Corte. «Gli israeliani vogliono questo Muro a tutti i costi per collegare gli insediamenti colonici di Gilo e Har Gilo e per consolidare l’annessione della nostra terra». Con la costruzione del Muro, le due strutture salesiane resteranno in territorio palestinese, mentre i terreni delle famiglie cristiane finiranno nella parte della Cisgiordania palestinese controllata da Israele.

Intanto si allarga la protesta nelle carceri dove 250 prigionieri politici palestinesi si sono uniti allo sciopero della fame di Mohammed Allan, in detenzione amministrativa dallo scorso novembre. Ieri Allan si è risvegliato dal coma in cui era caduto venerdì scorso e ha ribadito la sua ferma intenzione di proseguire il digiuno totale e lo sciopero della sete, se Israele non lo libererà subito.