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Editoriale

Profeti di sventura e di salvezza

Chi dice che la politica italiana non guarda lontano? Eppure non passa giorno che non si cimenti in una lungimiranza che sconfina nella profezia. Occhi attenti scrutano il più remoto orizzonte del deserto della crisi, certi che l’attesa non sarà vana. I profeti, come è noto, si dividono in due grandi correnti: i profeti di sventura e i profeti di salvezza, accomunati però dall’appartenenza a una delle corporazioni più solide e antiche del nostro paese, quella dei ciarlatani. I primi vedono nella loro palla di cristallo i bagliori sinistri della guerra civile, i secondi la ripresa dell’economia e del benessere in un clima di fiduciosa pace sociale.

Tra i primi a minacciare la guerra tra italiani era stato Umberto Bossi con l’appello alla secessione imposta dalle doppiette valligiane. Lo seguiranno, a distanza di diversi anni, Grillo e Casaleggio paventando un popolo in armi pronto al linciaggio della «casta» e delle sue folte clientele. Ultimo in ordine di tempo l’ineffabile Bondi che vede nel forzoso allontanamento di Berlusconi dalla scena politica la premessa a «qualcosa di simile a una guerra civile». Senza dimenticare ministri degli interni e direttori di giornali che alla prima vetrina sfasciata gridavano al ritorno degli anni ’70 e magistrati che comminavano anni su anni di galera per «saccheggio e devastazione». Lo scopo di queste risibili profezie, in un paese che dai tempi di Mario e Silla ha dovuto attendere la Resistenza per assistere a una qualche forma di guerra civile, è uno solo: accreditare sé stessi come ultimo e unico argine di fronte alla minaccia di un dilagare incontrollato della violenza. L’inconsistenza del progetto politico, la miseria dei risultati, l’incompetenza e la vanità dei gruppi dirigenti, svaniscono così di fronte alla promessa di salvaguardare il paese da una minaccia immaginaria.

Ed è proprio questa idea che finisce con l’accomunare i profeti di sventura e quelli di salvezza, questi ultimi decisamente i più pericolosi. Qui, nella palla di cristallo consultata dal premier e dal ministro dell’economia, prende forma la «fine della recessione». Profezia pronunciata con quel tanto di prudenza («credo che…», «sono fiducioso che…», «tutti i segnali sembrano indicare che…») necessaria a lasciare aperta una scappatoia verso la probabile smentita. Fatto sta che i dati parlano di recessione e ancora di recessione e la lieve crescita di indici aleatori come la propensione al risparmio (alimentata probabilmente da inedia e paura) o la propensione al consumo (della quale è lecito dubitare che qualcuno si spinga oltre il propendere) non è altro che fumo negli occhi. Ma anche qui la profezia ha il solo scopo di rinsaldare la posizione del profeta: «Non vorrete perdere questa magnifica occasione e rinunciare alla stabilità proprio quando stiamo per coglierne i frutti!». Guai a toccare il governo! Fatto sta che la luce in fondo al tunnel si accende e si spegne secondo opportunità del tutto indipendenti dalla congiuntura economica reale, nonché dalla specificità della crisi che stiamo vivendo. Sulla cui natura «ciclica» c’è poco da scommettere, come anche sulla chiusura del ciclo discendente, il famoso «punto di svolta», che sta al centro della «visione» di Saccomanni e Letta. L’intera storia della crisi testimonia di uno sviluppo economico e sociale bloccato, e destinato a rimanere tale fino a quando non si metterà mano ai fondamentali e si lasceranno inalterati gli attuali rapporti di forza nella società. Che è esattamente quello che l’intera compagnia dei profeti, rosei o sulfurei poco importa, si sforza di scongiurare.

È noto che i mercati sono molto sensibili alle credenze, come ogni giocatore d’azzardo che si rispetti. Ma alle credenze che essi stessi ingenerano e alle profezie che formulano sapendo però di poterle realizzare. Tanto è vero che, non di rado, gli stessi governi nazionali che li venerano ne lamentano il «giudizio» ingiusto rispetto a quanto pretendono di meritare. Anche in politica la credenza (soprattutto nell’insostituibilità delle proprie pratiche, dei propri linguaggi, dei propri organigrammi) fa la sua parte e produce le sue profezie, rosee o catastrofiche secondo le circostanze. Ma è tra gli elettori che la «propensione a credere nelle promesse» sembra scemare. Sarà che la luce in fondo al tunnel rimane celata ai più. O non esiste affatto.

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