La data di scadenza ufficiale del 31 dicembre si avvicina e il semestre di Presidenza italiana è agli sgoccioli. Una Presidenza europea sconta il fatto che si è trovata a cavallo del rinnovo di Parlamento e Commissione e ha visto lunghi periodi d’inattività dal punto di vista legislativo. Nonostante questo, la sensazione è che Matteo Renzi, dopo la (relativa) “vittoria” italiana sulla nomina di Federica Mogherini al posto di alto Rappresentante per la Politica Estera e dopo aver ottenuto un (relativo) cambio di linguaggio sull’austerità da parte di Juncker, si sia sostanzialmente disinteressato della Presidenza e abbia soprattutto lavorato a ottenere condizioni di relativa clemenza per lo stato dei conti pubblici. Il governo italiano non ha perseguito né una politica di alleanze da contrapporre al fronte del rigore, né un cambio di passo reale nelle priorità politiche della Ue, come si è potuto vedere nel programma di lavoro presentato dalla Commissione Ue qualche giorno fa, fortemente condizionato dalle lobby industriali e finanziarie più conservatrici. Non è un caso che qualche giorno prima dell’uscita ufficiale del documento Business Europe, la Confidustria europea capitanata da Emma Marcegaglia, abbia pubblicato una lettera nella quale si chiedeva alla Commissione di ritirare alcune iniziative legislative attualmente in corso, tra le quali il Pacchetto sulla qualità dell’aria e l’economia circolare (rifiuti, riciclo, etc). Detto, fatto, sotto la copertura dello slogan «Legiferare meglio» Timmermans ha proposto di ritirare entrambi i progetti. Insieme a questi, si propone una marcia indietro europea su una nutrita serie di misure come il congedo di maternità – anch’esso chiesto da Business Europe -, le quote rosa nei consigli d’amministrazione, la carbon/energy tax, il materiale riproduttivo delle piante, il fondo per pagare i danni ambientali caso di versamento in mare di petrolio, i servizi a terra negli aeroporti, l’allocazione degli slot negli aeroporti, la trasparenza della regolazione dei prezzi dei medicinali, l’accesso dei paesi terzi agli appalti pubblici della Ue, il ravvicinamento delle tasse sulle auto, il sostegno alla distribuzione di frutta verdura e latte nelle scuole pubbliche, e così via. Su questo, comunque, va dato atto alla Presidenza italiana e al Ministro Galletti di avere organizzato rapidamente una reazione, con l’invio di una missiva firmata da 11 governi contrari al ritiro del Pacchetto rifiuti e qualità dell’aria; al Consiglio Ambiente dei giorni scorsi è stata ribadita l’opposizione a questa mossa della squadra di Juncker.

Sul fronte strettamente ambientale, sono stati ottenuti due risultati dalla Presidenza italiana, uno decisamente positivo (l’adozione della direttiva sulla drastica limitazione dei sacchetti di plastica), l’altro più in chiaroscuro, sugli Ogm. Il primo è stato un lavoro iniziato prima dell’avvio della Presidenza e portato a termine anche attraverso un’iniziativa ben coordinata con il Parlamento e in particolare con Margrete Auken, la deputata verde relatrice del provvedimento. Anche in questo caso, nel rush finale la Presidenza italiana ha dovuto aggirare la minaccia della Commissione europea di ritirare la proposta per motivi di opportunità, come concessione agli euroscettici e alle solite lobby industriali; è stato ottenuto rapidamente e con successo un accordo unanime del Consiglio e il sostegno del Parlamento, condizione posta dai Trattati per impedire il blitz della Commissione, senza troppo perdere della sostanza molto positiva del provvedimento.

Quanto agli Ogm, nei negoziati tra Parlamento e Consiglio si è giunti a un accordo che permette a ogni paese di proibire la coltivazione degli Ogm, ma la base giuridica della direttiva rimarrà il mercato interno, e non l’ambiente come speravamo : chi vorrà dire no agli Ogm non avrà il diritto di farlo su evidenze di danni ambientali. Per di più, la procedura di autorizzazione di nuovi Ogm viene resa un po’ più semplice, lasciando poi agli Stati la scelta se seguire o no questa strada. Una decisione non senza rischi, che ci porta sulla via della rinazionalizzazione della gestione degli Ogm.

Quanto al dossier sicuramente più importante di questo semestre, la decisione sul Pacchetto Clima e energia per il 2030, la Presidenza italiana ha giocato un ruolo molto limitato e non particolarmente visibile. E’ stata la Presidenza del Consiglio europeo, e quindi Van Rompuy, che ha gestito il dossier in prima persona, dovendo peraltro resistere sia alle spinte interne al Consiglio europeo volte a ridurre il ruolo della Ue nelle decisioni sulle grandi scelte energetiche preteso da Cameron e sostenuto da governi «fossili» come quello polacco. L’Italia si è defilata in questa partita, tenendo una posizione sicuramente non di avanguardia, motivata con il fatto che la Presidenza non poteva prendere le parti di questa o quest’altra linea. Il risultato è stata l’assenza totale di dibattito pubblico in Italia e di visibilità di scelte davvero fondamentali per il nostro futuro nonché un accordo molto modesto; un accordo insomma non in grado di orientare di per sé senza ulteriori provvedimenti legislativi né una posizione ambiziosa della Ue ai negoziati di Parigi sul Clima, né un progresso verso l’uscita dalla dipendenza dai fossili del sistema energetico europeo.

Questo semestre non rimarrà come un periodo particolarmente significativo nella storia del nostro ruolo in Europa. Per ragioni obbiettive di calendario e di margine di azione, certo; ma anche a causa di una mancanza di cultura, contatti e interesse europeo da parte del nostro governo e in particolare del nostro Presidente del consiglio.