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Editoriale

Siria e conflitto israelo-palestinese, un filo da riannodare. È urgente

Si svolgerà oggi a Roma un vertice bilaterale tra il segretario di stato statunitenste John Kerry e il governo italiano, primo appuntamento di rilievo internazionale per ministro degli esteri Emma Bonino, nel quale squadernare i temi più caldi della politica estera italiana prossima futura in quello scacchiere ormai attraversato da conflitti intrecciati, tragedie umanitarie e incapacità di intervento politico-diplomatico della comunità internazionale.

Lo testimonia la notizia recentissima delle possibili dimissioni di Lakhdar Brahimi, incaricato speciale delle Nazioni Unite e della Lega Araba per la Siria, dallo stesso prospettate in seguito al riconoscimento da parte della Lega Araba dell’opposizione siriana. Cosa che a suo dire minerebbe la “terzietà” e neutralità necessarie per svolgere un ruolo di vera mediazione. Un incarico già reso difficile di suo dallo stallo persistente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che la settimana scorsa non è andato oltre una presa di posizione informalissima, nella quale si stigmatizza la violenza nel conflitto.

Nel mentre nelle capitali si è ripreso a parlare di armi chimiche, della «linea rossa», termine usato da Barack Obama per definire il limite massimo di atrocità – l’uso di armi chimiche contro i civili – oltre il quale si renderebbe irrinunciabile un intervento militare di Washington nel conflitto siriano. Da qualche giorno si susseguono speculazioni sullo spessore di questa linea rossa, sulla solidità delle prove disponibili con gli esperti del settore che affermano di non essere in grado, sulla base di campioni disponibili – assolutamente non rappresentativi – di affermare l’uso di armi chimiche.

Sullo sfondo la denuncia non circostanziata da parte di Carla Del Ponte ora membro della Commissione Onu sulle violazioni dei diritti umani in Siria, di uso di armi chimiche , ma da parte dei ribelli. Se da una parte le dichiarazioni della Del Ponte allontanerebbero l’eventualità di ritorsioni contro Assad da parte di un riluttante Obama, dall’altra aprirebbero le porte ad altre giustificazioni per un intervento “esterno” che sia a firma di Washington o Tel Aviv.

Chi sarebbero i ribelli che hanno accesso alle armi chimiche? E se fossero jihadisti? E così partono gli assaggi di attacchi preventivi da parte di Israele sulla Siria, volti – secondo quanto afferma Tel Aviv – ad evitare che missili e altri arsenali cadano in mano a Hezbollah. Tuona il regime di Damasco, definendo l’attacco una dichiarazione di guerra, tuona Teheran chiamando i paesi arabi a insorgere. Sarà dura provare a riannodare il filo mai interrotto, ma di certo assai flebile del negoziato politico.
È urgente pertanto che il governo italiano si metta a disposizione di questo e non di eventuali scelte in senso opposto. Come è urgente che si lavori al rilancio del negoziato tra Palestina e Israele, arenato da anni. Anche il piano della Lega Araba è stato di recente e nuovamente respinto da Hamas. La formula rituale dei «due stati per due popoli» fino a oggi ha congelato ogni trattativa piuttosto che favorire una soluzione giusta al conflitto, con il governo israeliano che da una parte parlava di trattativa e dall’altra conquistava passo passo terreno per gli insediamenti. Sarà urgente uno slancio di creatività per rielaborare la formula tenendo conto del fatto che ormai la Cisgiordania è intessuta di insediamenti di coloni ebraici, e che esistono in Israele centinaia di migliaia di palestinesi, cittadini di serie “b” , e migliaia di rifugiati palestinesi che invocano il loro diritto al ritorno alle loro terre. Sarà necessario pensare fuori dagli schemi tradizionali dello «stato nazione», e piuttosto tentare con quello che alcuni chiamano country state, stato plurale, non fondato sulla nazionalità, la terra, il sangue, l’etnia, la religione, bensì sul diritto di tutti coloro che vivono nei suoi confini a vivere una vita degna, e godere dei diritti fondamentali. Sperimentare cioé forme di coabitazione e convivenza nella diversità, in forme confederali, di cittadinanza transnazionale, riprendendo lo spirito del piano del 1947 che non era basato sulla separazione etnica, ma sul principio di uno stato arabo ed uno ebraico e di Gerusalemme come “corpo separato”.
Un ragionamento che si sta facendo strada da più parti, e che sarebbe opportuno esplorare più a fondo per tentare di riavviare un processo che dagli accordi di Oslo in poi non accenna a ripartire.

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