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Editoriale

Sulle macerie la sinistra sostenibile

13 aprile. Sabato un convegno a Firenze

In molti luoghi di lavoro penso che il Movimento cinque stelle abbia cominciato a vincere da molto tempo. Giustamente. Ne ha espresso bene la rabbia, il bisogno di cambiamento radicale e insieme il senso di impotenza. Nelle scuole ragazze e ragazzi fanno da un pezzo occupazioni e autogestioni per prima cosa dichiarando che sono apolitiche. Non oppongono al discorso delle istituzioni un discorso alternativo, un altro sapere – tempi e spazi della megamacchina buropedagogica, riempiti d’altro.

Piuttosto svuotano spazi e tempi, e poi organizzano quel vuoto in forma buffamente “partecipativa”: chi sta nel gruppo della “security” (la chiamano proprio così), chi nelle pulizie, chi nei contatti con la dirigenza. Soprattutto fanno spazio a se stessi, così come sono, più che a un loro progetto di cambiamento, a come vorrebbero il mondo. Tanto sarebbe solo immaginazione, o peggio ideologia: il mondo non è a loro disposizione e lo sentono bene. Che se ne vadano tutti. Non c’è altro da chiedere.

Mi pare che qualcosa del genere accada anche agli adulti. Non puoi cambiare quello che succede, che ti precipita addosso e ti fa quasi sempre male. Non c’è niente che si può fare dal basso che riesca a portare a casa qualcosa. Troppa sproporzione di forze. È già molto se ce la salviamo, la casa. Il lavoro, già una fortuna averlo. Nel voto almeno lasciateci mandare a quel paese tutti: istituzioni sindacati partiti. Tutte le caste. Tutti quelli che non sentono questa miseria nuova, questa delusione. Questa impotenza.

Nella “comunità dei cittadini” di Grillo c’è posto per l’intero popolo. È già l’intero popolo: noi non abbiamo bisogno di incontrare le parti sociali, noi siamo le parti sociali, siamo i cittadini, i lavoratori, i cassintegrati, gli studenti fuori sede, i disoccupati. Poteva concludere, Roberta Lombardi, noi siamo infinito. Siamo la volontà generale, come le avanguardie giacobine.

Come la società fosse divisa solo orizzontalmente: il sotto e il sopra, i cittadini e il Potere. Non ci sono più divisioni e conflitti sociali. Oppure ci sono, ma la comunità è altra cosa della società. E’ un tutto organico di non-organici. Una somma di individui anonimi, il vincolo interpersonale trasferito alla Rete. Garantito dalla trascendenza di un blog proprietario.

Non c’è nemmeno da ragionare di un’altra politica economica. I miei amici che hanno votato Renzi alle primarie, sanno benissimo che il suo orizzonte è quello di Ichino e Marchionne, ma per loro non è questo in questione adesso. Adesso si tratta di mandare a casa D’Alema e la Bindi. La gerontocrazia dominante e per di più perdente. Si tratta di modernizzare, liberare le energie del mondo del lavoro di cui fanno parte insieme, vessati da Equitalia, imprenditori e operai. Un po’ come al tempo dell’accumulazione originaria leghista.

E comunque piazza pulita è stata fatta. Ed è un bene. La crisi economica ha sconvolto il capitalismo molecolare e le sue famiglie territoriali. Ora la destrutturazione ha fatto saltare gli ordini simbolici politici e culturali. La grammatica di fondo su cui reggevano gli equilibri istituzionali. Sono andate in crisi irreversibile le incrostazioni da ex Pci con il mito delle istituzioni, il Senso dello Stato e un’idea di modernizzazione che ha tecnicizzato e naturalizzato l’economia e l’Europa.

Bene. E però una discreta inquietudine resta. Avevamo pensato che fosse necessario un “movimento delle carriole” modello L’Aquila, per togliere di mezzo le macerie del Novecento. Il voto ha fatto quel lavoro, quasi separandosi e sostituendosi alla rappresentanza. Solo che tolte le macerie ci ritroviamo in un paesaggio lacerato alla radice, mobile e frammentato – come il ghiaccio del Lago dei Ciudi nella battaglia di Alexandr Nevskij.

Se fra qualche mese ci si trovasse a scegliere fra Berlusconi Grillo e Renzi sarebbe chiaro come il sole che siamo in una sorta di post-democrazia: riflesso coerente dell’esplosione di questa strana moltitudine. I modelli partecipativi di Grillo, dalla modulistica così bizzarramente scolastica – obiettivi, strumenti, finanziamenti, misurazioni – sono un bell’esempio di democrazia senza soggettività collettiva, una specie di moltitudine senza comune. O di comune senza comunità. Solo tecnica procedurale: di che altro c’è bisogno quando si è già tutto.

Ci vorrebbe su questo ghiaccio così precario una sinistra sostenibile.
Non saccente, pedagogica, dalle grandi certezze. Una sinistra radicata ma non polverizzata nei micro-conflitti così difficili da unificare perché strutturati in un loro discorso specifico, in difficoltà nel fare rete – una rete che sia altro dalla somma delle vertenze e sia capace di confronto e mediazione. Qualcosa che affronti il tema della rappresentanza senza ridurla a riflesso duro e puro delle lotte, né scavalcarla con lo strumento una tantum del voto.

Ci vorrebbe la capacità di intercettare un sentimento – quel sentimento, di sacrosanta rabbia. Ma farlo diventare non l’altra faccia dell’impotenza, che delega sempre a qualcuno o a qualcosa: al vento, all’urlo, alla bufera elettorale. Provare a partire da sé, costruire un punto di vista e una soggettività, pure nella polverizzazione e nella solitudine di massa, proprio in questa polverizzazione e in questa solitudine. Un punto di vista, se non un orizzonte compiuto. Quello non è più a portata di mano e non è il caso in fondo di averne nostalgia.

Comincia il gruppo di a.l.b.a. a ragionare di tutto questo sabato 13 aprile a Firenze. Ma sedi di riflessione sarebbe utile si moltiplicassero. Un paradigma è definitivamente saltato e ci sono un sacco di domande su cui stare senza fretta di incasellare tutto nei soliti schemi. Ci sono conflitti da agire, e un’alternativa politica da presentare sulla scena. Magari a partire da noi stessi, da questo sentimento confuso di spaesamento, crisi e possibilità. Sarebbe già qualcosa imparare da questa rivoluzione, anche se non è la nostra rivoluzione. Non cancellare singole e singoli nelle masse da organizzare a somiglianza dello stato: la democrazia può rinascere dai margini, dai marginali, magari dai non-cittadini. Riconoscere nel desiderio d’invenzione e creatività personale un elemento “felice” e quindi forte di antagonismo, nell’epoca del capitalismo che cancella le persone per lasciare ingranaggi e consumatori (senza macchine e senza consumi).

Ma senza un tessuto collettivo di relazioni umane non si è conflittuali e creativi, si è soli e impauriti. O incazzati. E allora nessuna Rete radiosa dell’avvenire, nessun logo per nodi in franchising ci potrà salvare.

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