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Editoriale

Legge Fini-Giovanardi, un colpo di mano

La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione non salva nulla della Fini-Giovanardi. E’ una buona notizia, finalmente, che premia chi non ha mollato nella denuncia ossessiva di una legge che dispiega da sette anni i suoi effetti collaterali sul funzionamento della giustizia e sulla condizione delle carceri.

Era il 27 gennaio 2006 quando Fuoriluogo, il mensile inserto del manifesto, uscì con un appello a Ciampi, «Presidente, dica di no!», perché non promulgasse la legge frutto di un colpo di mano senza precedenti e di uno stupro istituzionale. E’ necessario ricordare che la riforma punitiva e proibizionista non era riuscita a imporsi nel confronto parlamentare ed era destinata a morire con la fine della legislatura. L’allora sottosegretario Carlo Giovanardi ordì una trama senza pudore, inserendo nel decreto legge sulle Olimpiadi invernali di Torino un maxi emendamento con tutto il peggio contenuto nei 106 articoli della proposta di Gianfranco Fini che risaliva al 2003.
Il decreto passò, in un parlamento già sciolto, solo grazie a due voti di fiducia alla Camera e al Senato, senza reale discussione e confronto. Questi sette anni, un periodo troppo lungo, hanno visto aggravarsi lo stato di illegalità e aumentare l’invivibilità degli istituti penitenziari. La denuncia del sovraffollamento e del carattere di discarica sociale delle prigioni è stata incessante e si è concretizzata con la pubblicazione di tre Libri Bianchi con la denuncia puntuale delle conseguenze nefaste sui giovani e sui soggetti più deboli.

Già allora ponemmo alcune questioni di legittimità costituzionale, in quanto per la prima volta il legislatore annullava la volontà espressa direttamente dai cittadini, attraverso la cancellazione del risultato chiaro e inoppugnabile del referendum abrogativo del 1993 che depenalizzava la detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata ad uso personale.

In un seminario internazionale organizzato dalla Società della Ragione a Siracusa nel febbraio 2012 discutemmo in maniera approfondita su una proposta illustrata da Luigi Saraceni relativa alla incostituzionalità della legge in relazione ai criteri dettati dalla Corte costituzionale per la approvazione dei decreti legge, che hanno stabilito il divieto per il Parlamento (e a maggior ragione per il governo) di inserire disposizioni estranee all’oggetto e alle finalità del testo originario.

Alla fine del 2012 presentammo a Udine in occasione dell’inizio del processo contro Rototom, l’associazione animatrice del famoso festival reggae, uno studio assai approfondito e argomentato. Era uno strumento offerto ad avvocati e magistrati per presentare ricorsi in modo che la Corte costituzionale potesse essere investita del caso. Ora le venti pagine dell’ordinanza della Cassazione costituiscono ci danno ragione e costituiscono un vero macigno che schiaccia l’abuso che fu compiuto con furba arroganza.

Questa decisione non deve essere letta come l’ennesimo episodio di supplenza della giustizia rispetto alla latitanza della politica. Infatti il Cartello di associazioni che ha promosso la campagna per le tre leggi di iniziativa popolare su tortura, carcere e droghe rappresenta una espressione chiara della volontà dei cittadini per il cambiamento. La condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo deve spingere il parlamento e il governo a provvedimenti che aggrediscano il nodo strutturale del sovraffollamento determinato da quella legge: su 66.000 detenuti oltre 25.000 (38%) sono consumatori o piccoli spacciatori e 16.000 (24%) sono tossicodipendenti.

Il governo Letta non ha ancora affidato la delega per la politica delle droghe; è una decisione grave. E’ l’ora della discontinuità e di una nuova direzione del Dipartimento antidroga, ancora diretto da un uomo di fiducia di Giovanardi.

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