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Editoriale

Un solo potere nel vuoto politico

È regola eterna che nel vuoto della politica le istituzioni di garanzia tendano ad assumere poteri governanti, supplendo alle mancanze dei soggetti titolari. Ciò non è certamente un bene, soprattutto se questo spostamento, contro la natura delle cose, tende a diventare permanente, annullando l’ordine e i ruoli definiti nella Costituzione.
Sin dai più antichi studi sulle forme di governo il pericolo maggiore di degenerazione complessiva del sistema è stato espressamente individuato nell’affermarsi, in via di fatto, di un potere che finisce per assorbire stabilmente quello degli altri soggetti i quali dimostrano di non essere più in grado di governare.
Così, per Aristotele, se la politia è quella forma di governo nella quale i governanti mirano al bene comune, qualora il potere sia assorbito da un unico soggetto, essa rischia di trasformarsi in tirannide, dove chi è al governo mira soltanto al proprio vantaggio.
V’è un unico modo per ostacolare l’affermarsi delle forme di governo «deviate»: attenersi al rigoroso rispetto del governo delle leggi. Anche in tempo di crisi. Se ci si affida invece al governo degli uomini, la «passione» finirà per sconvolgere gli assetti di potere. Perle di saggezza che hanno retto il governo della polis e che ci sono state tramandate nel corso dei secoli, per essere reinterpretate dalla tradizione illuministica che ha indicato nella divisione dei poteri il fondamento di ogni sistema politico non assolutistico. «È un’esperienza eterna – scriverà Montesquieu – che qualunque uomo che ha un certo potere è portato ad abusarne». C’è un solo modo affinché ciò non avvenga: «Bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere».
La crisi del sistema politico italiano è tutta qui. A fronte di soggetti politici afoni, lacerati da lotte intestine (vedi il Pd) o preoccupati di salvaguardare interessi personali (vedi il Pdl), si è andato espandendo il potere di governo del garante della Costituzione.
Inizialmente non poteva che essere così. Il Capo dello Stato, infatti, nel nostro sistema costituzionale ha il compito di «reggere» e quindi «risolvere» gli stati di crisi. Non può stupire, dunque, se nell’agonia dell’ultimo governo Berlusconi, in assenza di un’opposizione in grado di far cadere il governo e dar vita a una nuova maggioranza, il Presidente abbia assunto un ruolo decisivo. Si fosse trattato di un intervento straordinario, unico nel suo genere, compiuto per la salvezza delle Repubblica e la salvaguardia del sistema costituzionale, persino alcune forzature istituzionali si sarebbero potute giustificare.
Il punto critico è però apparso via via con sempre più preoccupante evidenza: gli interventi operati in via di supplenza dal Capo dello Stato, in modo sempre più intenso e penetrante, non sono riusciti a ristabilire l’ordine delle competenze e superare la crisi politica. Probabilmente, accecati dal contingente e dalla prolungata crisi economica, s’è sottovalutata la profondità di quella politica. In ogni caso, quel che conta è che si è assistito a una progressiva resa di tutti i poteri governanti: prima il Parlamento, sempre più relegato a strumento di registrazione di decisioni altrove assunte, poi lo stesso Governo, non più in grado di reggere il peso delle proprie responsabilità, nonostante l’appoggio fantasma di un numero spropositato di parlamentari di una maggioranza tanto larga quanto impotente.
Il governo Letta, e ancor prima la vicenda della ri-elezione di Napolitano, sembrano ora chiudere il cerchio. Un’unica istituzione garante occupa il vuoto lasciato dai poteri governanti. Non è, evidentemente, un problema di uomini, bensì di governo delle leggi. È la grande regola della divisione dei poteri, la necessità che a fronte di chi esercita il potere nel pieno della propria responsabilità costituzionale, deve esservi – oltre ad una viva opposizione che controlla – chi garantisce il rispetto delle regole costituzionali. Nella distinzione dei ruoli di ciascuno. Se non si dovessero ristabilire al più presto gli equilibri della nostra forma di governo i rischi di degenerazione sono assai probabili. Ma se si vuole evitare la caduta è necessario che la politica riprenda a parlare il linguaggio della polis, «bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere».

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