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Editoriale

Una città per cambiare

Il sindaco di Terni si prende le manganellate della polizia perché sta con gli operai della fabbrica, cuore industriale residuo della sua città. Si schiera con chi ha perso il lavoro o rischia di perderlo perché a volte l’amministratore locale rappresenta chi combatte sulla prima linea del fronte. Il sindaco conosce i problemi, sa che cosa succede e lo vede con la lente d’ingrandimento dei volti, delle storie, delle vertenze, delle proteste organizzate per non soccombere alla crisi. Su questa linea Maginot si svolge una cruciale battaglia – politica, sociale, economica – apparentemente locale, mentre è di rilievo nazionale.

Comuni ed enti locali – piccoli, medi, grandi – sono colpiti direttamente dalla drammatica situazione ma vivono in pieno anche la crisi della politica, testimoniata dallo sciopero del voto. Per questo intreccio cruciale, di conti che non tornano più e di distacco crescente dei cittadini, i ballottaggi di oggi e domani rappresentano una partita importante.

C’è la possibilità di un “cappotto” da parte dei candidati di sinistra e centrosinistra, arrivati ovunque al secondo turno. E c’è la sfida cruciale della capitale, dove è quasi obbligatorio sanare la ferita di aver lasciato scorrazzare per cinque anni le fameliche clientele della destra più nera. Ma c’è, soprattutto, la possibilità di recuperare un rapporto tra la politica e i cittadini, la speranza di colmare la distanza (abissale, a Roma) tra le istituzioni locali e gli elettori. E’ dalle trincee comunali che può iniziare la ricostruzione di una forma di partecipazione, la voglia di cambiare le cose. Su ogni aspetto della nostra vita, dai servizi (l’acqua, la casa, la salute), alla vocazione del genius loci (la cultura, la rete, il turismo), si comincia dalla dimensione urbana, metropolitana.

Naturalmente la medaglia ha due facce. Basta ricordare che va al voto amministrativo anche la Sicilia. Certamente un test importante perché qui si svolge il primo turno elettorale dopo l’avvio dell’esperienza del governo regionale di Rosario Crocetta, e perché è acceso il faro sui candidati a 5Stelle, funestati dalle performance di un leader sempre più rabbioso e autolesionista. Ma anche un esempio di cosa sono capaci le cattive amministrazioni: lo scempio del territorio, l’abusivismo, le collusioni mafiose, la piaga del voto di scambio.

Così come mostra le sue crepe la stagione dei sindaci “arancioni”, con la questione napoletana che sembra avvitarsi in una crisi pesante, con le difficoltà della giunta milanese a tenere alta la partecipazione della cittadinanza che ne aveva decretato il successo. Senza tralasciare l’interpretazione spesso personalistica del ruolo salvifico del sindaco. E tuttavia è dalla dimensione locale che si può ricominciare a costruire un’alternativa.
Stiamo ideologicamente slittando verso una deriva autoritaria, non sapremo dire se più ridicola o grottesca provenendo da una élite che passa da un emergenza all’altra, da un tecnico bocconiano alle larghe intese berlusconiane, incapace di avviarsi sulla strada di riforme, elettorali e costituzionali, indirizzate alla partecipazione dei cittadini.

La perdita di credibilità, il dissesto morale, la rapacità distruttiva della classe dirigente, imprenditoriale e politica, non possono essere curate se non ricostruendo una “prima linea” di amministratori intenzionati a cambiare il paradigma dello sviluppo, con una visione radicalmente diversa su ciò che è bene comune, collettività, democrazia, rappresentanza. Un’alternativa tanto più importante adesso, perché oggettivamente contrapposta all’esplosione della sindrome presidenziale, primo frutto avvelenato delle larghe intese.

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