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Editoriale

Vent’anni dopo, come il feuilleton di Dumas

Eccoci giunti all’ultimo capitolo del romanzo d’appendice dei nostri giorni, in cui una delle dieci nazioni più industrializzate del mondo si è messa nelle mani di un megapataccaro che spaccia sciroppi miracolosi. La storia cominciata con la pimpante videocassetta del 1994 «è questa l’Italia che amo» e terminata nel 2013 sullo stesso medium ma con il tono sconsolato del «non è questa l’Italia che amiamo».

Tra la “discesa in campo” e l’espulsione fischiata dai giudici della Corte Costituzionale scorrono due interminabili decenni in cui Silvio Berlusconi ha sovrapposto alla vicenda del Paese le proprie personali vicende, ha riconfezionato la realtà nell’americanismo d’accatto della sua cultura di agente della modernizzazione mediocre e subalterna. Una storia che, grazie al lavoro dei fidi ghost writers del riccone sceso in politica, ci è stata raccontata come un film, variando su sette-trame-sette di chiara matrice hollywoodiana: solo contro tutti (Mezzogiorno di fuoco), l’estremo sacrificio (Casablanca), il Bene contro il Male (Guerre stellari), l’innocenza vittoriosa (Mr. Smith va a Washington) il corpo del leader (el Cid), arrivano i nostri (Ombre rosse), l’epopea (il serial Rocky). Nella breve stagione delle cosiddette “larghe intese” abbiamo assistito a una nuova entrata, allo scopo di somministrarci la favoletta sulla pacificazione dopo la guerra civile. Qualcosa come Via col vento, con Berlusconi nella doppia parte di Rhett Butler e Rossella O’Hara, mentre il ruolo della mitica Tara (baricentro delle esistenze dei personaggi) veniva assunto da Mediaset. Solo nelle accelerazioni drammatizzanti delle ultime settimane, quando all’interno dell’interminabile show iniziavano a penetrare barlumi di realtà sotto forma dell’incombente Palazzaccio romano sede della Cassazione, gli ormai stanchi soggettisti berlusconiani hanno ripiegato sul repertorio filmico nazionale, tirando in ballo «il giudizio universale» di Vittorio De Sica e «Detenuto in attesa di giudizio» di Nanni Loy.

Ma giovedì sera le ombre in movimento, che ci avevano garantito essere la realtà, sono state spazzate via da una sentenza definitiva. E il grande imbonitore è apparso sugli schermi nel suo discorso preregistrato, in un spettacolo che ricordava drammaticamente «La notte dei morti viventi»: lo scattante cinquantenne fresco di successi imprenditorial-sportivi e con quell’aria del simpatico mascalzone ha lasciato il campo ad un ultra settantenne grottescamente ridipinto dai parrucchieri e truccato dai visagisti con largo uso della spatola. Riproduzione fisica emblematica del decadimento di un’avventura protrattasi troppo a lungo; che tanto a lungo ha coinvolto nelle sue finzioni pure i comprimari della controparte.

Quelli che si sono bevuti la storia di una “rivoluzione liberale” puramente onirica e vollero cimentarsi anch’essi in questo tip-tap sulle sabbie mobili dell’economia-vudu: imitatori parrocchiali del Tony Blair e delle sue Terze Vie opportunistiche (di cui lo storico Tony Judt diceva: la Thatcher crede nelle privatizzazioni, a Blair semplicemente piacciono i ricchi).

Avventura che ha prodotto una neolingua con cui hanno finito per parlare perfino quelli che pretendevano di esserne l’alternativa politica: l’orribile «mettere le mani nelle tasche dei cittadini», con cui la retorica berlusconiano/tremontiana demonizzava le pratiche della redistribuzione fiscale proprie della civiltà democratica, che tante volte abbiamo ritrovato nelle argomentazioni della presunta sinistra aggiornata.

Quanto finisce è un’immensa manipolazione a scopo di potere che ha stravolto modelli di pensiero, lessici, codici valoriali. Rimandando ad altra sede cenni all’immane opera di corruzione della società, egemonizzata dalla cosiddetta neoborghesia cafona («quella che parcheggia il Suv in terza fila»). E mentre il sogno evapora l’intera politica resta come quegli «artisti sotto la tenda del circo: perplessi».

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