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Editoriale

Via il «porcellum» in due facili mosse

Per tre volte la corte costituzionale ha evidenziato l’intrinseca irragionevolezza e gli aspetti costituzionalmente problematici dell’attuale legge elettorale (sentenze 15 e 16 del 2008, 13 del 2012), non potendo però giungere a dichiarare l’incostituzionalità per ragioni di natura processuale (si trattava di giudizi relativi all’ammissibilità di referendum, ove è escluso il controllo sulla legittimità). Nella sede più solenne – la conferenza annuale sull’attività di palazzo della Consulta – il presidente della corte costituzionale ha «raccomandato» al parlamento di modificare il sistema elettorale vigente «sospettato di incostituzionalità».

Il capo dello Stato ha esercitato tutta la sua moral suasion per indurre i partiti politici a trovare un accordo che eliminasse almeno le più evidenti storture della legge 270 del 2005 (il c.d. porcellum), senza però ottenere alcuna soddisfazione dalle forze politiche normalmente assai propense ad accettare i moniti presidenziali. Non c’è, infine, esponente politico, forza sociale, cittadino della repubblica che non sia ormai consapevole del grave vulnus costituzionale rappresentato da un sistema che anziché far scegliere democraticamente al popolo sovrano i propri rappresentanti permette ai partiti di nominare propri delegati in parlamento (grazie al sistema delle liste bloccate) e rende irrilevante il rapporto tra voti espressi dagli elettori e seggi ottenuti dalle forze politiche (in ragione di un sistema di premi abnorme per la camera e irrazionale per il senato).

In questa situazione è ora intervenuta anche la cassazione, con un’ordinanza coraggiosa. Superando ostacoli sia procedurali sia sostanziali che avevano sin qui impedito di aprire le porte al sindacato di costituzionalità della legge elettorale. La parola spetta adesso alla Consulta che dovrà stabilire se la questione proposta è ammissibile (respingendo l’obiezione che si sia qui dinanzi ad un accesso diretto «mascherato», non previsto nel nostro ordinamento) e se sia possibile adottare una sentenza che permetta di affermare i contenuti costituzionalmente negati senza invadere la discrezionalità del legislatore e senza far venir meno l’idoneità della legge elettorale a garantire il rinnovo del parlamento. Un’operazione tecnicamente complessa, ma sostenuta da una essenziale ragione di natura propriamente costituzionale, che possiamo così riassumere: possono i diritti politici fondamentali essere lesi senza poter trovare un giudice in grado di far prevalere la superiore legalità costituzionale?

Si è parlato a lungo, in sede scientifica – tra i costituzionalisti – della legge elettorale come di un’insopportabile “zona d’ombra”, sottratta al giudizio di costituzionalità. La corte “suprema” tenta ora di accendere il riflettore e permettere il sindacato da parte del giudice delle leggi in base ad un’argomentazione che non può essere disattesa. Il giudizio della Consulta – scrive la cassazione – «può rappresentare l’unica strada percorribile per la tutela giurisdizionale di diritti fondamentali». La solidità e la credibilità del nostro sistema costituzionale è in gioco. Non potrebbe infatti facilmente giustificarsi un diniego di giustizia in materia di diritti fondamentali, tanto più se questi hanno a che fare con quei valori costituzionali primari che si pongono alla base del sistema della nostra democrazia rappresentativa.

L’ordinanza della cassazione può operare però anche su un secondo piano. In essa, infatti, sono linearmente indicati i tre vizi più rilevanti dell’attuale legge elettorale. Tutti lo dicono ed ora un giudice lo scrive. Non è accettabile un sistema che assegni un premio alla lista o alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti senza la previsione di alcuna soglia; non è ragionevole un sistema che distribuisca – sempre senza soglia – premi regione per regione alterando arbitrariamente gli equilibri istituzionali; non è democratico un sistema che non lasci alcuna possibilità all’elettore di scegliere il proprio rappresentante. Non sono questi gli unici difetti dell’attuale legge elettorale, anche l’indicazione del leader di coalizione appare assai impropria, tanto più venuto meno il bipolarismo; così come è da dubitare della ragionevolezza delle soglie di sbarramento multiple di cui è infarcita la vigente disciplina elettorale.

Malgrado ciò limitiamo le nostre considerazioni all’essenziale, a quanto rilevato dalla “suprema” corte. L’attuale eterogenea maggioranza, ma anche l’opposizione, dovrebbero sentirsi chiamate in causa e – unanimemente – stabilire di far venir meno immediatamente i profili di incostituzionalità denunciati. Sin qui non s’è modificato il sistema elettorale perché ogni forza politica ha badato più ai propri interessi immediati, alla propria convenienza, che non ad adottare una legge che garantisse la scelta dell’elettore. Ancora oggi vediamo che all’interno della stessa attuale innaturale larga maggioranza si dicono cose opposte (in particolare, c’è chi vuole tornate subito al mattarellum e chi, invece, vuole prima devastare l’impianto costituzionale per poi, solo in un secondo momento, stabilire quale legge elettorale adottare). Ma in tal modo si rischia di conservare la peggiore delle leggi, poiché essa lede i diritti fondamentali di ciascuno di noi.

Il presidente del consiglio Letta ha fornito un’indicazione di buon senso: intanto mettiamo in sicurezza il sistema elettorale per evitare il rischio maggiore di tornare a votare un’altra volta con una legge gravemente incostituzionale, poi si potrà procedere, con animo più sereno, ad individuare il migliore dei sistemi possibili, ovvero quello più condiviso dal nuovo assetto dei poteri. Bene, prendiamo sul serio questa indicazione e diamogli seguito. Senza scontrarsi dunque sui diversi modelli elettorali, si tratta solo di cancellare ciò che è insopportabile e che i giudici hanno indicato come incostituzionale. “Cancellare” senza – almeno espressamente – “innovare”, lasciando così impregiudicata la possibilità di future scelte di sistema.

Ci si dovrebbe dunque limitare ad eliminare da un lato i premi, dall’altro le liste bloccate. Senza introdurre soglie, poiché esse rappresenterebbero già una scelta politica di parte (è, infatti, discutibile e assai delicato stabilire dove collocare l’asticella: al 40, al 45, ovvero oltre il 50 % al solo fine di rafforzare la coalizione?). L’eliminazione del premio tout court imprimerebbe alla legge vigente una chiara impronta proporzionale, ma appunto in una fase di incertezza sono proprio i sistemi elettorali proporzionali quelli che non avvantaggiano nessuno. Inoltre, in tal modo si risolverebbe in radice anche il problema dell’irragionevole distribuzione dei seggi al senato, con premi diversi regione per regione. La cancellazione delle liste bloccate dovrebbe naturalmente portare all’adozione di un sistema in cui è possibile indicare le preferenze per i singoli candidati. Qui è evidente che non basta la cancellazione, ma è necessario stabilire i criteri per assicurare la scelta di preferenza dell’elettore.

Volendosi limitare alla manutenzione costituzionale della legge vigente credo si possa concordare sul criterio più semplice: si permetta una sola scelta tra i candidati presentati nelle liste (se c’è accordo, magari si potrebbe adottare il più raffinato criterio della doppia scelta di genere). Non si faccia altro. Non sarebbe questo il migliore dei sistemi possibili (personalmente ritengo più opportuno un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale, con un’unica soglia di sbarramento al 5%, piccoli collegi uninominali e riparto nazionale), ma almeno si sarebbe finalmente cancellata la peggiore legge elettorale che la storia d’Italia ha conosciuto.

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