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Editoriale

Fermare le guerre è possibile

Per dire dell’insensatezza del proposito di attaccare la Siria, si sarebbe tentati di abbandonare le consuete categorie storiche e politiche, per parlare di degenerazione della specie umana o della sua intrinseca perversione. Infatti, anche le nostre parole e paradigmi abituali sembrano consumati e inadeguati di fronte al déjà vu dell’ennesima guerra umanitaria e all’iterazione, fin nei minimi dettagli, del medesimo schema, sebbene ancora aperte siano le ferite purulente di quattro guerre umanitarie.
Sull’ossimoro «guerra umanitaria» il senso critico si è esercitato ad abundantiam e si sono profusi fiumi d’inchiostro. Vanamente, si direbbe. Poiché, al di là di alcuni scopi che il progetto di attacco alla Siria lascia ben trapelare, neppure l’analisi geopolitica più raffinata sarebbe capace di spiegare razionalmente fino in fondo una tale ossessiva coazione a ripetere, se volesse rintracciarvi un disegno di grande politica. E non solo sul versante del «gendarme del mondo», ma anche su quello della Francia, che evidentemente non ha mai abbandonato l’illusione della «grandeur» e le ambizioni neocoloniali, quantunque di portata mediocre. Il governo di Hollande conferma perfettamente l’adagio secondo cui, se c’è un lavoro sporco da fare, saranno i socialdemocratici a svolgerlo col massimo zelo.
Certo, possiamo coltivare la speranza che gli ispettori Onu escludano l’uso di armi chimiche da parte del pur odioso regime dell’esecrabile Assad. Ma la vicenda dell’Iraq ci insegna che il cinismo degli imperialisti non si ferma davanti all’inesistenza delle prove. Se non ce ne sono, si fabbricano dal nulla. E non sono i rapporti rigorosi e incontestabili dell’Al-Baradei e del Blix di turno a distogliere i «volenterosi» dall’avventura bellica. Mai come in questo caso «avventura» è vocabolo appropriato, sebbene convenzionale: chiunque è in grado di immaginare quale apocalisse sarà l’esplosione della polveriera mediorientale provocata dal «raid limitato e proporzionato», promesso dall’indegno Nobel per la Pace.
A cominciare dalla questione degli sfollati e dei rifugiati, che già oggi – ci informa il rapporto dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati – hanno raggiunto una cifra mostruosa: se alla quota, già considerevole, di quasi 2 milioni di rifugiati, si sommano i 4,25 milioni di persone sfollate all’interno della Siria stessa, assommano a ben 6 milioni le sventurate e gli sventurati, adulti e bambini, che hanno dovuto abbandonare le loro case.
Si consideri, inoltre, che quei due milioni hanno raggiunto, in misura variabile ma comunque assai cospicua, paesi già gravemente in crisi e/o provati dall’interventismo politico e militare occidentale: il Libano, la Giordania, la Turchia, ma anche l’Egitto e perfino l’Iraq.

In agosto, per esempio, decine di migliaia di nuovi rifugiati sono affluiti nel Kurdistan iracheno. La frase che chiude la sintesi del rapporto restituisce perfettamente il senso dell’impostura della giustificazione umanitaria di cui si ammanta il «raid limitato e proporzionato»: per rispondere ai bisogni fondamentali dei rifugiati, scrive l’Unhcr, le agenzie che se ne occupano sono riuscite a raccogliere appena il 47% dei fondi richiesti. Eppure non è questa la più urgente delle missioni umanitarie di cui dovrebbe farsi carico la «comunità internazionale»?
Infine. Bene hanno fatto ieri i militanti NoDalMolin a occupare simbolicamente ma in modo fermo la base Usa di Vicenza.
Un tempo ci definirono, noi del movimento pacifista, la «seconda potenza mondiale». Malgrado l’impegno generoso e le manifestazioni oceaniche, la «seconda potenza» non è mai riuscita ad arrestare la macchina bellica. E da alcuni anni appare alquanto spompata e atomizzata. Se tornerà a riempire le piazze, almeno in Italia sarà –che lo si ammetta o no- anche per impulso del vigoroso appello contro la guerra di papa Bergoglio, che ha ottenuto l’adesione unanime del mondo cattolico organizzato. Certo, poi c’è anche la corsa alla conversione al pacifismo da parte di fior di bellicisti, fra i quali politici e ministri che hanno votato convinti in favore degli F35. Al di là di queste prevedibili miserie, è certo un bene che sabato prossimo, in piazza San Pietro e in mille altri luoghi del mondo, si preghi e si digiuni contro la guerra, cosa che avrà una risonanza pubblica immensa. Ma noi pacifisti laici e di sinistra non dovremmo anche interrogarci sulle ragioni dei nostri fallimenti?

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