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Editoriale

Inciucio, il lessico del potere

Il presidente taumaturgo Giorgio Napolitano, quale primo atto ad alto valore simbolico della sua sacralizzazione, ha posto all’indice il termine inciucio. Nel frattempo la clacque si è premurata di spiegare che il compromesso sarebbe l’essenza stessa della politica, nel machiavellismo d’accatto del fine che giustifica i mezzi (e Albert Camus rispondeva: «Ma chi giustifica i fini?»). C’è, tuttavia, compromesso e compromesso. Per dire, quello keynesiano è un po’ diverso dall’accordo collusivo sottobanco definito – appunto – inciucio.

La rimozione lessicale per diktat presidenziale indica che questo lungo tramonto inverecondo della «Seconda Repubblica» trova uno dei suoi principali campi di battaglia nell’imposizione delle parole che determinano il pensiero pensabile mainstream. In perfetta simmetria con quanto già era avvenuto proprio agli albori di tale fase politica nazionale.

Infatti, agli inizi degli anni Novanta – mentre la crisi di Tangentopoli veniva aggirata virando la questione morale in questione istituzionale (maggioritario versus proporzionale, elezione diretta dei sindaci, ecc.), deviando l’attenzione dai comportamenti concreti alle regole astratte – i laboratori sul libro-paga del Potere elaborarono il nuovo lessico al servizio del controllo sociale. Parole-killer incaricate di ferire a morte tendenze incontrollabili e dunque pericolosissime per i gestori degli immaginari.

Fu il tempo in cui comunista perse qualsivoglia riferimento storico e culturale diventando sinonimo di generica ignominia, un po’ come giudeo in bocca a un nazista; quando giustizialista compì la trasmigrazione di significato da movimento peronista degli anni Cinquanta in utilizzo ingiusto dell’azione penale allo scopo di perseguitare innocenti.

Le odierne perversioni linguistiche, che iniziano a risuonare nelle invettive dei pompieri che accorrono a frotte per sostenere il nuovo corso sulla carta stampata e nei talk show, privilegiano demagogo e populista.

Sicché viene bollato con il marchio infamante della demagogia chiunque osi avanzare dubbi sull’apprezzabilità che la corporazione trasversale del potere abbia realizzato il proprio salvataggio aggrappandosi a un antico apparatciki migliorista, fossilizzato nell’idea che la priorità democratica consiste nel preservare il controllo dei partiti sulla società. Populistica diventa la messa in discussione dell’assunto che la mattanza dei diritti sociali e la precarizzazione della vita, effetto di massa del paradigma liberistico, corrisponda al migliore dei mondi possibili; anzi, all’one best way della società nella vaticinata fine della storia.

Se di sovente le parole sono pietre, talvolta diventano catene per imprigionare i corpi attraverso le menti. Per occultare l’inconfessabile.

La ricostruzione mistificatoria del paesaggio mentale, di cui siamo agli albori, induce a pensare che si stanno ponendo le basi per equilibri di lungo periodo. Alla faccia del «governo di servizio per fare cinque cose cinque e poi le elezioni», teorizzato dal vice direttore de la Repubblica Massimo Giannini nel tentativo di salvare la collocazione del quotidiano.

Ormai il clima sta cambiando, dopo i giorni in cui le maldestraggini dei rivoluzionari onirici del web e i gattopardismi dei rinnovatori altalenanti hanno spianato la strada alla protervia dei restauratori. E si è realizzata l’operazione perfetta della collusione spartitoria innominabile (massì, inciucio). Clima destinato a durare, che rischia di andare rafforzandosi nel momento in cui l’indignazione generale – come qualche segnale induce a pensare – scivola nel fatalismo di massa, l’istanza collettiva a difesa del principio democratico preso sul serio ripiega nella ricerca individuale di tutele materiali. Parlando il linguaggio della sottomissione.

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