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Editoriale

A sinistra una forza del 10%

Metteremmo in gravi difficoltà perfino la Sibilla Cumana, se dovessimo chiederle di predire le sorti prossime venture del Pd e dunque l’assetto su cui poggerà lo schieramento di centro-sinistra. Su tale fronte – noi che non disponiamo di strumenti divinatori – ci limitiamo a una modesta profezia e alla formulazione di un auspicio. La profezia, alquanto ovvia, è che il Pd non si spaccherà, come alcuni temono e altri auspicano. Nessuno lascerà la barca e affronterà il mare. Le acque sono troppo agitate e il coraggio non è tra le prime virtù del ceto politico. Oggi poi il “centro”, il punto geometrico del sistema più agognato degli ultimi anni, è diventato un luogo maledetto. E ‘ un buco nero, un gorgo, il Maelström, che trascina e inghiotte anche i marinai più provetti. Ricordate Rutelli e l’Api? Scomparsi nel nulla. E Casini ? E Monti? L’avevano scambiato per un fondatore di imperi. Ora è al centro, pestato, che si dibatte tra i flutti con i vecchi politicanti di una Italia che non passa mai. E si comprende anche facilmente perché il centro sia così mal messo. La crisi si manifesta come iniqua distribuzione dei redditi, che spacca la società e spinge alle ali estreme chi dalla politica attende trasformazioni reali e giustizia. Il centro – l’abbiamo detto più volte – è il luogo galleggiamento del ceto politico, che vive di mediazioni quotidiane nel proprio sopramondo, per il fine supremo della propria perpetuazione. L’auspicio è un messaggio nella bottiglia. Si desidererebbe, al prossimo congresso del Pd, nientemeno che una collettiva autocritica del gruppo dirigente. Simile, per lo meno nelle motivazioni etico- politiche, a quella personale di Goffredo Bettini (il manifesto, 13/8), orientata da due specifici indirizzi.Il primo riguarda la revisione della politica di liberalizzazione e formazione di un mercato finanziario deregolamentato, a cui il Pd ha contribuito, come tutti gli altri partiti socialisti e socialdemocratici europei. Mentre il secondo, coerente e legato al primo, riguarda la spinta fornita sino ad ora alla flessibilità del lavoro, il nuovo, moderno servaggio del nostro tempo, la creazione di un esercito di precari, che ha sostituito l’esercito industriale di riserva di marxiana memoria.

Come è facile intuire, si tratta dei due assi strategici di una politica che è all’origine della presente crisi e al tempo stesso la ragione dell’attuale impotenza di partiti e governi e in primo luogo della sinistra. Come tutti gli altri partiti, il Pd ha rafforzato i poteri dominanti e indebolito e tagliato i legami con le classi sociali che a lungo avevano costituito la propria base di riferimento, il proprio punto di forza. L’autocritica mostrerebbe facilmente che il partito degli ex comunisti (e successive incarnazioni) ha vissuto, sul piano dell’elaborazione culturale, sui cascami rimasticati dell’avversario storico. Un presa d’atto che, ovviamente, non ha fini di autoafflizione penitenziale, ma dovrebbe servire a ridisegnare il progetto riformatore.
Esiste un’altra strada, tuttavia, più realistica, che potrebbe aprire una prospettiva all’intera sinistra italiana. Proviamo a simulare uno scenario molto semplice. Nichi Vendola lascia il posto di presidente della Puglia e si dedica interamente a dare una struttura più solida al suo partito. Ad esempio rendendo più ampio e visibile il gruppo dirigente di Sel – che conta politici bravi e di lunga esperienza – rafforzandolo con nuovi elementi, auspicabilmente giovani, portatori di esperienze, culture e geografie dell’Italia di oggi. In questo modo Sel apparirebbe un partito meno dipendente dal suo leader. Vendola e il nuovo gruppo potrebbero dedicarsi più sistematicamente a battere territori e periferie d’Italia, là dove conflitti e movimenti hanno fatto emergere figure di potenziali dirigenti. Qui Sel potrebbe incontrare militanti in grado di presentarsi ai cittadini non con il volto delle vecchie, ancorché rade, figure di apparato, ma con l’aspetto di una società civile che si autorappresenta al meglio delle sue possibilità. Un partito così potrebbe essere alimentato da un programma politico che Sel, ovviamente, già possiede anche se mortificato dall’alleanza fallimentare con il Pd. Ma puntando essenzialmente su due assi fondamentali. Il primo riguarda il lavoro e in primissimo luogo il lavoro della gioventù. Non era mai accaduto nella storia d’Italia che almeno due generazioni di giovani venissero lasciate senza possibilità di occupazione e senza prospettiva di vita. E’ un suicidio della nazione di proporzioni inaudite, dal momento che tra questi giovani si trovano centinaia di migliaia di laureati, ricercatori, studiosi: l’élite di un moderno paese industriale.

Dunque, la richiesta del reddito di cittadinanza dovrebbe uscire dalle nebbie della propaganda elettorale e trovare formulazioni concrete e pressanti. Crediamo che l’evoluzione naturale di una società industriale dovrebbe essere l’accorciamento della giornata lavorativa e la distribuzione del lavoro su una più vasta platea di occupati. Ma i rapporti di forza totalmente sbilanciati a favore del capitale – resi tali anche dalla ritirata dei partiti di sinistra dalla rappresentanza politica della classe operaia – spinge gli imprenditori a cercare strade più profittevoli nell’uso flessibile della forza-lavoro e nella speculazione finanziaria. Non abbiamo altra strada, per molti anni ancora, che la redistribuzione parziale dei redditi attraverso un atto politico. Pensare che la “ripresa” porterà il mercato del lavoro, a breve, a una condizione di normalità, significa svilire l’attività stessa del pensare.
Il secondo asse strategico dovrebbe riguardare le prospettive dell’Unione. E qui occorre partire da una presa d’atto. L’Europa attuale è morta da tempo nella coscienza dei cittadini europei. Se ne erano avuti significativi segni, già prima della crisi, con il no di Francia e Olanda al referendum del 2005 sulla Costituzione europea. L’Unione si può rilanciare solo attraverso una severa critica dei modi in cui essa è stata realizzata. Altrimenti si suonano solo le trombe stridule della retorica. E la critica deve risvegliare e far leva – dobbiamo pur dirlo – sull’orgoglio nazionale, mortificato dalla politica di austerità della Troika. Davvero si può credere che non sia successo nulla, nella coscienza degli italiani, nel constatare che le condizioni della loro vita dipendono dal fanatismo di ristrette oligarchie straniere?Naturalmente la critica all’Unione dovrebbe essere accompagnata da quello che è clamorosamente mancato: uno sforzo di alleanza con gli altri paesi paesi mediterranei e il Portogallo per ridiscutere il debito e avviare una prospettiva politica all’altezza delle sfide che si aprono in questo angolo del mondo.

Crediamo che, collocata in tale prospettiva, Sel potrebbe attestarsi nella prossima campagna elettorale su una percentuale del 10% e forse oltre. L’ottimismo della previsione si fonda su alcune basi certe. La prima è sicuramente data dal fallimento cui è condannato il governo Letta. Un esecutivo che spende mesi della propria attività per partorire il mostriciattolo dell’abolizione dell’Imu, mentre il paese va a picco, è un piccolo monumento all ‘attuale tragedia italiana. E non sono certo le promesse della ripresa che conforteranno i milioni di cittadini indebitati e senza lavoro nei prossimi mesi ed anni. E’ certo che le condizioni sociali dell’Italia peggioreranno ancora, visto che l’arretramento economico non si è ancora fermato. E dunque il Pd pagherà la sua politica moderata, peraltro condotta insieme a un partito che fa scudo al suo capo criminale: un uomo condannato dalla giustizia italiana, che continua a sconvolgere il nostro sistema costituzionale e ad avvelenare lo spirito pubblico. Non meno consensi Sel potrebbe sottrarre al movimento 5 Stelle. Il fallimento di questa formazione è sotto gli occhi di tutti. A un movimento, nato e cresciuto grazie alla corruzione e alla impotenza dei partiti tradizionali, non sarà perdonato di aver contrapposto, sul piano politico e parlamentare, nulla più che una onesta inettitudine. Per non dire dell’impoliticità irrimediabile di Grillo e del suo socio.

C’è infine una condizione storica di fondo da considerare. Come ha ricordato di recente Ilvo Diamanti (Un salto nel voto, Laterza), le antiche fedeltà elettorali si sono ormai dissolte. Le inerzie che tenevano idealmente legati milioni di persone, da decenni, a uno stesso partito hanno ormai ceduto. Nulla è più garantito ai detentori di vecchi e onorati marchi.
Un così probabile successo elettorale farebbe di Sel il centro del sistema politico italiano, punto di riferimento di gran parte dei movimenti sociali, capace di attrarre il consenso di gruppi e figure intellettuali di larga influenza nazionale. Nessun governo sarebbe possibile senza di essa. Allora l’alleanza con il Pd potrebbe avvenire su nuove basi e sconvolgere gli assetti del suo gruppo dirigente. Nuovi scenari a sinistra.
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