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Editoriale

Dall’Egitto alla Tunisia, l’arma del martirio

I tunisini speravano nell’effetto Egitto sulla Tunisia per liberarsi del governo guidato dal partito islamista Ennahdha. Le forze democratiche non hanno mai considerato l’intervento militare un golpe, bensì la continuazione della rivoluzione. Fino a quando il quadro si è fatto più drammatico, con centinaia di morti provocati dall’esercito e dalla polizia intervenuta contro gli islamisti.

Il dibattito ferve tra le forze politiche, non tutte infatti condannano l’azione dell’esercito ritenuta la risposta a una provocazione dei Fratelli musulmani che volevano il bagno di sangue. La strategia da seguire sarebbe stata decisa dai Fratelli musulmani, tutti, quindi anche quelli tunisini, in una riunione che si è tenuta a Istanbul il 29 luglio.

I massacri del Cairo in questo momento giocano a favore di Ennahdha che paventa l’intervento dell’esercito anche in Tunisia e rifiuta il dialogo. Le opposizioni non vogliono partecipare a un governo con gli islamisti, vogliono che il governo degage (se ne vada) e propongono un governo di tecnici che gestisca il paese fino alle prossime elezioni. A fare da mediatore è il sindacato, l’Unione generale dei lavoratori tunisini (Ugtt). Rachid Ghannouchi, fondatore di Ennahdha e vero capo anche se non ha ruoli di governo, ha disertato un incontro con il leader dell’Ugtt ed è partito, i media tunisini dicono per andare a concordare la strategia con i Fratelli musulmani. Probabile.

Il tentativo tunisino di proseguire la rivoluzione in modo non violento tuttavia non interessa la stampa internazionale che ha ignorato anche la manifestazione di 200.000 persone del 13 agosto, nel giorno della donna, data che era stata fissata da Bourghiba. Sebbene le tunisine celebrino anche l’8 marzo, quest’anno il 13 agosto è stata l’occasione per una nuova mobilitazione contro gli islamisti.

L’opposizione chiede anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale costituente, che avrebbe dovuto concludere i lavori il 23 ottobre dello scorso anno. Nella costituente si ripropone lo scontro in atto nel paese tra una visione secolare della società e quella teocratica. Il braccio di ferro si è trasferito in piazza, di fronte al palazzo del Bardo. Le proteste hanno indotto oltre una settantina di costituenti a sospendersi dall’Assemblea, finché il presidente al Jafaar (del partito Ettakatol che fa parte della troika di governo) ha deciso di congelare i lavori. Ennahdha ha gridato al golpe, in realtà un autogolpe.

Il Fronte di salvezza nazionale (che raggruppa l’opposizione) ha annunciato che nei prossimi giorni varerà un proprio governo. Allora che cosa succederà?

Gli islamisti non stanno certo a guardare. E hanno le loro milizie: la Lega per la protezione della rivoluzione, che con la rivoluzione non ha nulla a che vedere, e una forza paramilitare all’interno del ministero dell’interno. L’opposizione ne chiede lo scioglimento, inutilmente.

Anzi, Rached Ghannouchi ha richiamato anche molti dei jihadisti mandati a combattere in Siria nel famigerato Fronte al Nusra (quelli partiti dalla Tunisia sarebbero 12.000). Un impegno finanziato dal Qatar. Le armi non mancano, arrivano dalla Libia. I primi attacchi alle forze di sicurezza sono già avvenuti alla frontiera con l’Algeria, dove i jihadisti si addestrano e hanno rubato armi e divise. Uno scenario che ricorda quello algerino del 1989, che aveva preceduto il decennio nero.

La stampa tunisina sottolinea come anche i Fratelli musulmani egiziani siano armati, tanto che rivela le cifre dei militari uccisi in Egitto: 43 soldati, due colonnelli e un generale, ai quali va aggiunto il militare ucciso ieri. Sono dati che l’esercito egiziano naturalmente – per ora – non rivela perché mostrerebbero le proprie defaillance, però ha diffuso i video in cui si vedono gli attacchi armati degli islamisti. Ovviamente le armi non sono paragonabili a quelle dell’esercito, ma nessuno è in grado di vincere uno scontro solo armato, nemmeno l’esercito più forte del mondo, vedi Afghanistan.

Ma come sempre nei conflitti hanno l’”onore” delle cronache solo le forze che dispongono di armi, anche quella del “martirio” che è un’arma potente per la destabilizzazione di chi usa le armi convenzionali. Può apparire difficile convincere un giovane a sacrificarsi ma non è così e non solo per la forza del fanatismo, come mi diceva un esponente del Fis, «la nostra forza sta nel fatto che per noi la vita comincia quando per voi finisce». Oltre a questa convinzione vi è anche la promessa delle vergini che spetterebbero a chi muore martire. Naturalmente questa “attrattiva” non vale per tutti i musulmani. E non vale per le forze dell’opposizione non armata, rappresentata tra gli altri da El Baradei, che si è dimesso dalla vicepresidenza dopo l’attacco dell’esercito, per gli oltre venti milioni di egiziani che hanno sottoscritto la mozione per chiedere la fine del governo Morsi, i veri protagonisti della rivoluzione per la democrazia che non fanno il gioco di nessuna potenza occidentale o orientale e quindi sono oscurati dalla stampa.

Anche la Tunisia ha avuto i suoi martiri – Chokri Belaid e Mohamed Brahmi – della cui responsabilità è accusata Ennahdha, la mobilitazione non violenta purtroppo si scontra con logiche militariste che non sono solo dei militari.

Non c’era forse chi negava che quella tunisina e quella egiziana fossero rivoluzioni perché non c’era stato uno scontro armato?

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