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Editoriale

Il nostro tempo è scaduto

In questi giorni mi è capitato spesso di trovarmi a tenere assemblee nel corso della giornata e a sera a dover discutere in televisione con rappresentanti politici, economisti e giornalisti. Mi sono fermato a pensare agli atteggiamenti arroganti, alle parole offensive o di sufficienza che spesso vengono utilizzate nei confronti di chi lavora o è disoccupato. Mi capita di arrabbiarmi, nonostante entri in studio con tutta la voglia di non farlo, nell’ascoltare le parole di chi arriva a disprezzare chi paga le tasse, chi lavora per produrre l’economia su cui si regge il paese, o peggio è andato in pensione e rischiando di rimanere senza casa perché non ce la fa a pagare l’affitto. Come mi colpisce la descrizione dei giovani, accusati di essere responsabili di avere contratti di lavoro precari e di essere per il 40% senza un lavoro. Come se le persone decidessero di impoverirsi, o di morire sul posto di lavoro, o di uccidersi per la disperazione di non farcela.

Avrà o no una rapporto con quello che sta accadendo il fatto che il 10% della popolazione italiana detiene il 50% della ricchezza? Dal 2008, anno d’inizio della crisi, ad oggi quanti sono quelli che evadevano ed eludevano il fisco ed oggi pagano le tasse? In molti dibattiti televisivi spiegano che siamo tutti sulla stessa barca ma non è così, anzi. La crisi finanziaria ed economica è stata usata per mettere sul mercato il welfare e, giorno dopo giorno, stanno mettendo in discussione anche gli ammortizzatori sociali. Basta pensare alle dichiarazioni sulla copertura economica della cassa integrazione in deroga fino al contratto di solidarietà per finire con la cancellazione della mobilità.ù

Quanti posti di lavoro ha prodotto la cancellazione dell’art.18 e la deroga dai contratti nazionali e dalle leggi? Le politiche di austerità europee stanno contribuendo alla crisi e si va diffondendo un senso di colpa tra chi di responsabilità sullo stato dell’arte non ne ha neanche mezza.

Per «senso di responsabilità» le rappresentanze sociali sono chiamate ai tavoli allo scopo di usarle per spiegare a chi la crisi sta pagando la crisi che bisogna convincere giovani, donne, lavoratori e pensionati ad accettare la precarietà come una opportunità, che debbono cedere salario, orario, diritti per salvare il paese dalla catastrofe. Naturalmente chi licenzia, chi evade, chi vive della rendita finanziaria e fondiaria, può continuare a farlo. Il nostro paese, secondo alcuni avrebbe una bassa produttività per colpa dei giovani che non sono preparati, per gli operai che sono lenti e si ammalano, per le donne che non sono abbastanza flessibili e gli anziani che avrebbero pensioni da capogiro. Tutto questo è inaccettabile, come è inaccettabile che la Fiom-Cgil sia rappresentata come il sindacato del «no». In realtà per il rinnovo del contratto nazionale la Federmeccanica convoca un tavolo separato e negli stabilimenti la Fiat discrimina gli iscritti.

Abbiamo deciso di rompere l’isolamento che si stringe ogni giorno intorno a operai e impiegati. Abbiamo lanciato un appello a chi vive nella crisi e ringrazio chi sarà con noi in piazza. Vogliamo cancellare le leggi sbagliate dei governi precedenti (come l’art. 8), vogliamo sanità e scuola pubblica. E leggi che rispettino i risultati dei referendum come quello sull’acqua pubblica, che abbiano il coraggio di redistribuire il lavoro e cancellare il ricatto del precariato e della disoccupazione con un reddito. Per la Fiom-Cgil la democrazia è l’unico antidoto al veleno che chiude i cancelli delle aziende, che prepara le valigie, che suicida le persone. Quando la Fiom-Cgil ha deciso di scendere in piazza la politica non aveva ancora eletto il Presidente della Repubblica e Enrico Letta era un deputato come gli altri. In questi giorni abbiamo chiesto di incontrare i gruppi parlamentari e abbiamo chiesto ai partiti del centro sinistra di partecipare alla nostra manifestazione. Alcuni hanno risposto di si, altri hanno risposto col silenzio. Abbiamo deciso di non poter più aspettare, oggi sabato 18 maggio, cominciamo a Roma un cammino che inizia in piazza della Repubblica, arriva a San Giovanni, ma chiederà a tutti di non fermarsi.

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