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Editoriale

Il nuovo lodo che tenta la giunta

Problema: se decade Berlusconi cade il governo. Il Pd non vuole far cadere il governo, ma non può che votare per la decadenza di Berlusconi. Soluzione: non si vota. Almeno non subito. Si trova il modo di mandare la legge sulla decadenza (legge Severino) alla Corte Costituzionale. Tanto è sempre lì che vanno a finire le questioni che la maggioranza inutilmente ampia non riesce ad affrontare, vedi la legge elettorale. Si guadagna qualche mese, si salvano il governo e la faccia. E per un po’ si salva anche il Cavaliere.

La legge Severino è chiarissima, è vero, ed è già stata applicata. Ma, raccomandano Sergio Romano e il Corriere della Sera, «anche la politica ha diritto alla sua autonomia». Autonomia dalla legge, si intende. Anche le larghe intese, insomma, chiedono «agibilità politica» e esattamente come Berlusconi la pretendono a dispetto di una sentenza definitiva.

Ma non si può. La giunta per le elezioni del senato non ha modo di sollevare un giudizio di legittimità costituzionale sulla legge Severino. Per quanto esercitino funzioni definibili come giurisdizionali (ma non è pacifico), i 23 senatori che devono decidere su Berlusconi non sono certo un tribunale che può, con un’ordinanza, sollevare in via incidentale la questione davanti alla Consulta, né tanto meno sono una Regione che può promuovere il giudizio in via diretta contro una legge dello stato. Altri casi non ci sono, dunque chi adesso suggerisce come via d’uscita quella del ricorso alla Consulta lo fa essenzialmente per prendere tempo. Puntando a far guadagnare a Berlusconi, e al governo, tutti i mesi (una decina?) che passeranno dal giorno in cui la giunta dovesse decidere di chiamare in causa la Consulta, al giorno in cui la Consulta dovrà rispondere che la questione non è ammissibile. Più che una soluzione è un trucco, quasi un «lodo» come quelli che in passato hanno permesso al Cavaliere di scansare le condanne. Fino a che non sono caduti davanti alla Consulta.

E vale la pena notare che quando la questione di incostituzionalità della legge Severino è stata proposta nelle sedi giuste, cioè nel caso del mancato consigliere regionale Miniscalco nel corso del giudizio amministrativo davanti al Tar del Molise e poi davanti al Consiglio di Stato, è sempre stata ritenuta dai giudici «manifestamente infondata».

Il paradosso è che l’idea di togliere alle camere l’ultima parola sui «titoli di ammissione dei suoi componenti» e sulle «cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità» (come recita l’articolo 66 della Carta), per consegnarla ai giudici costituzionali, è una storica proposta del costituzionalismo più avanzato. Che intende così togliere alla maggioranza parlamentare la possibilità di blindare se stessa. Il centrodestra se ne accorge solo adesso e solo perché può servire al suo leader condannato. Leader che proprio su una valutazione «politica» e non giuridica della giunta, nel 1994, ha fondato la sua carriera parlamentare. Fosse toccato alla Consulta dover valutare la sua condizione di titolare di una concessione pubblica, sulla base della famosa legge del 1957, Berlusconi sarebbe uscito dal parlamento vent’anni fa.

Anche l’idea che possa essere la giunta del senato a rimettere la legge Severino al giudizio della Corte Costituzionale riecheggia una vecchia proposta di autorevoli costituzionalisti. Quella cioè che, come in Francia, possa essere consentito a un certo numero di parlamentari di interrogare direttamente la Consulta. La Costituzione, però, al momento lo esclude. E in ogni caso il ricorso diretto è immaginato come strumento preventivo di tutela delle minoranze, che sarebbero messe in condizione di interrogare i giudici costituzionali prima della promulgazione di una legge. E non, come nel caso della legge Severino per Berlusconi, come un tentativo di scavalcare le regole messo in atto dagli stessi gruppi politici, in molti casi dalle stesse persone, che nove mesi fa hanno valutato quelle norme perfettamente costituzionali, approvandole senza problemi.

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