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Editoriale

Il piccolo cabotaggio del Pd

Guglielmo Epifani

Se si trattasse di svolgere un normale congresso di partito, come avveniva nei lustri passati, la proposta del segretario del Pd alla direzione: gli iscritti eleggono il segretario, gli elettori scelgono il candidato premier, sarebbe sensata e ragionevole. Come lo sarebbe l’osservazione dell’ex segretario Bersani, secondo il quale le primarie per il segretario «devono essere aperte a chi aderisce al Pd». Ma il punto è proprio questo: chi aderisce al Pd a cosa “aderisce”?
E’ un militante del fiscal compact, del pareggio di bilancio in Costituzione e del modello Marchionne? E’ uno convinto che il liberismo è la causa del disastro sociale nostro e dell’Europa? E’ uno che vuole cambiare la Costituzione scassando il chiavistello che la protegge (l’articolo 138) o invece vorrebbe dare corpo ai suoi fondamenti? E’ uno che crede nei diritti, o uno fedele a dio, patria e famiglia? Per capirlo, bisognerebbe alzare l’asticella, convocare un congresso straordinario e rispondere su che fine ha fatto la sinistra in Italia.
Viceversa un congresso svolto con i capicorrente a presidio dei piccoli feudi con i pacchetti delle tessere serve a conservare quel poco che c’è. E in fondo sembra proprio questo l’obiettivo di Epifani, di Letta e di Franceschini, il trio che ieri ha proposto di chiudere le porte agli estranei. Non solo eliminare il sindaco di Firenze dalla concorrenza interna, anche questo. Ma, più in prospettiva, recintare il perimetro della discussione congressuale, limitando la partecipazione in assise chiuse, a cominciare dai circoli, a chi già fa parte della litigiosa famiglia. Tenendo fuori da quella «mobilitazione cognitiva» su cui insiste Fabrizio Barca, quei tre milioni di uomini e donne che si sono messi in fila nelle ultime primarie per eleggere i leader di centrosinistra e spingere verso un cambiamento di governo e di regime. Attenti a evitare di sollecitare la partecipazione alla vita dei partiti anche chi, pur non iscritto, vorrebbe portare idee e proposte a un mulino che non ne macina più. Certamente rischiando di vedere spazzata via una classe dirigente che è finita, come ciascuno può vedere, in un matrimonio ufficiale con Berlusconi dopo essere stata per decenni berlusconiana di fatto.
Meglio ritrovarsi fra chi parla la stessa lingua, meglio replicare lo schema del consolidamento del gruppo che già controlla il partito e lasciare la premiership a chi dovrà esercitarla sotto tutela (lo schema, fallimentare, subito da Prodi). E così ridurre la stagione congressuale al rito di una conta dorotea per stabilizzare il partito unico di palazzo Chigi.

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