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Editoriale

Obama strabico, Belfast o Damasco

Come intervenire in Siria al minor costo e come far fallire la conferenza di Ginevra addossando la colpa a Hezbollah. Questa sembra la linea degli Stati uniti che hanno discusso della questione al G8, senza che la Siria fosse in Agenda. Obama ha parlato a Belfast del successo del processo di pace in Irlanda mentre paradossalmente avanza l’ipotesi della costituzione di una no-fly zone sulla Siria. I precedenti delle no-fly zone (Iraq e Libia) sono la prova provata che non servono a proteggere le popolazioni ma a creare il terreno per un intervento militare diretto.

Il terreno è minato e si capisce la cautela di Obama perché in Siria si prefigura lo scontro tra Usa e Russia che potrebbe riaprire scenari da guerra fredda.

Eppure i falchi premono strumentalizzando le immagini di un paese devastato, città diventate uno spettro di se stesse, il popolo in fuga e tutte le miserie della guerra. Sono immagini reali ma purtroppo la situazione non si può risolvere con nuovi bombardamenti persino più potenti dell’esercito americano.

Mentre si parla di pace in vista della conferenza di Ginevra si fa di tutto per farla fallire: decidere di inviare armi ai ribelli non alimenta certo la spinta al dialogo voluto solo da quelle forze che, all’interno della Siria, si battono per un cambiamento democratico, e lo fanno senza le armi pagando il prezzo più alto. Quella in corso in Siria non è una «rivoluzione» come quelle di Tunisia ed Egitto, pur tra molte contraddizioni e spinte controrivoluzionarie, ma una lotta per il potere che ricorda quanto è accaduto in Libia. Gli Usa chiedono il ritiro di Hezbollah libanese. Giusto. Ma dovrebbero ritirarsi anche tutte le forze jihadiste – che costituiscono il famigerato Fronte al Nusra – pagate da Arabia saudita e Qatar. La costruzione di un processo diplomatico non può avvenire con il contemporaneo rifornimento di armi all’Esercito libero siriano, da una parte, e all’esercito di Assad, dall’altro.

La strada della pace passa attraverso la riduzione delle armi e dei combattenti non con la loro moltiplicazione.

Un intervento occidentale farebbe esplodere tutta l’area. Gli attacchi Usa partirebbero anche dalla Turchia già in forte tensione. Forse servirebbero a mettere in forte imbarazzo Erdogan già impegnato a contrastare la tenace rivolta di piazza Taksim. La caduta di un altro regime autoritario come quello islamista di Ankara sarebbe un bene, ma non per l’occidente che ha criticato flebilmente la repressione del premier turco.
L’Italia non resterebbe a guardare: i soldati italiani da tempo sono in attesa in Giordania al confine con la Siria con il pretesto degli aiuti umanitari, ma non è stato così anche in Iraq?

Il conflitto rischia di infiammare tutta l’area: il Libano è già contagiato e la partita si è riaperta anche in Iraq. Resta da vedere cosa succederà in Iran con l’elezione del nuovo presidente, il «negoziatore» Rohani. A maggior ragione, in questo momento un segnale distensivo sulla Siria potrebbe favorire nuovi rapporti anche con l’Iran e un minor impegno di Tehran verso Damasco. Ma i miracoli non esistono.

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