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Editoriale

Povero Egitto, povero mondo

Il potere fa il diritto. Ma chi detiene davvero il potere? Non solo in Egitto, nel mondo. Mohammed Morsi è stato eletto presidente in elezioni democratiche. Dopo la vittoria a valanga dei partiti islamici nel voto per il parlamento, Morsi s’impose nelle elezioni presidenziali ma questa volta per un’incollatura al secondo turno sul candidato del vecchio regime e dell’esercito. Secondo molte testimonianze, Morsi avrebbe esercitato il potere in modo abusivo. Più per debolezza e imperizia che per uno sfoggio di forza. E infatti il suo bilancio è deludente proprio sulle non meglio precisate riforme. Il parlamento fu sciolto dalla magistratura con un pretesto. Il presidente si prese una rivincita di Pirro affossando il principio della separazione dei poteri. Non immaginava che di lì a poco, invocati dalla piazza, esercito e polizia agli ordini del generale che lui stesso aveva scelto per il vertice della gerarchia militare avrebbero deposto, arrestato e fatto sparire il presidente eletto con la copertura della Corte suprema e dei ribelli o ex-ribelli per la libertà.

La legittimità originaria del potere di Morsi è un dato di fatto. Lo ha riconosciuto anche Barack Obama, interrompendo per qualche minuto le vacanze, a costo di dispiacere al generale Abdel Fatah al-Sisi e al fronte liberal-secolarista che ha grandemente contribuito ad affossare il governo dei Fratelli.
Obama non ha più il prestigio di quattro anni fa, quando presentò la nuova politica sul Medio Oriente parlando dal Cairo (come ospite di Mubarak), ma è ancora il presidente americano. L’enorme eco del discorso del 2009 era il prodotto di un eccesso di fede nel Destino manifesto dell’America dopo gli otto anni bui di George W. A confronto dell’appannamento complessivo dell’”appeal” del primo presidente nero Usa, la decisione comunicata con un po’ di imbarazzo che gli Stati Uniti continueranno a foraggiare i militari egiziani con l’ormai consueto sussidio di un miliardo e mezzo di dollari ogni anno è solo “routine”. A suo modo, è stata una dichiarazione d’impotenza (ancora il potere). Il sistema di «sicurezza» con cui gli Usa mantengono il controllo strategico del Medio Oriente per la lotta contro il terrorismo, presidiando il petrolio del Golfo e lo “status quo” in Israele, non può fare a meno dell’Egitto.
In Egitto e più in generale nel Medio Oriente l’esercito è stato determinante nell’opera “destruens” dell’”ancien régime” ma si è rivelato del tutto incapace di elaborare un progetto valido e inclusivo di stato democratico ricomponendo via via la società in evoluzione nel rispetto dei diritti. Con la riforma agraria e le nazionalizzazioni, il processo di modernizzazione perseguito da Nasser ha sforbiciato lo strapotere dei ceti parassitari ma alla fine lo stesso “raïs” dovette ammettere che invece dei lavoratori la rivoluzione aveva beneficiato una borghesia egoista e avida. Le liberalizzazioni di Sadat e Mubarak non hanno neppure incominciato a cimentarsi con le aspettative degli «esclusi». L’islam politico, con tutti i limiti della sua scarsa sensibilità per la dimensione istituzionale, vuole o vorrebbe rappresentare le classi che sono sempre state sacrificate. Nelle situazione di una società con più giovani e più istruiti, la tentazione che spinge ora l’esercito a riprendere in proprio il potere è di far pagare la modernizzazione agli strati bassi pur di assicurarsi il consenso dei ceti che contano?
Non è all’islam che va attribuita la responsabilità della crisi della democrazia in Egitto ma semmai ai vizi di un ordine che sembra condannare le forze armate a riempire con le buone o con le cattive tutti gli spazi invece di favorire doverosamente la pluralità (di cui in teoria un parlamento funzionante dovrebbe essere lo specchio).
È clamoroso che i ribelli così occidentalizzanti di Piazza Tahrir, uomini e donne, abbiano aperto la strada di nuovo alla dittatura militare. Eppure, anche se non spinte dall’islam, le rivoluzioni del 2011 non sono mai state contro l’islam. Si può capire allora perché, dopo le aperture iniziali agli islamici, Stati Uniti e governi europei siano tentati di riallacciare con le “élites” militari e civili che conoscono meglio: gli stati attesi oggi alle sfide del mercato globale sono per certi aspetti il secondo o terzo tempo dell’opera coloniale e neocoloniale. È probabile che in Occidente molti abbiano rimpianto i militari anche quando Erdogan è sembrato traballare sotto la minaccia della protesta nelle strade e piazze di Istanbul.
Nella rappresentazione prevalente, le «Primavere arabe» hanno due immagini di marca ben distinte: nella fase che Alberoni definirebbe dell’innamoramento un movimento spontaneo senza capi e senza programmi; nella fase del contratto l’insediamento come forza dirigente della Fratellanza musulmana, portavoce dell’islam politico, da sola, in coalizioni o come un valore più mistico che politico sullo sfondo per il futuro. Sono passati solo due anni (ed è poco) ma si faticherebbe a dare una configurazione precisa al «riformismo» dei Fratelli. Ad aver rotto la crosta dell’indifferenziato c’è solamente la controversia, in parte nominalistica, sulla formulazione dei passaggi ritenuti critici delle nuove Costituzioni. Pressoché tutte le Costituzioni dei paesi arabi hanno sempre indicato nell’islam la religione ufficiale dello stato ma poiché gli islamisti sono usciti dalle catacombe, quando si parla di religione o di principi generali del diritto o dei rapporti di genere c’è più diffidenza e si centellinano i sostantivi e gli aggettivi. Per il resto, laici e religiosi pescano nello stesso bagaglio sui temi dello sviluppo salvo confrontarsi con gli impedimenti di una realtà che livella implacabilmente i buoni propositi. Si intuisce che alla base del blocco a favore del «progresso» ci sono la città, la piccola borghesia, i professionisti mentre l’islam ha la sua base fra i poveri e le masse rurali. Non è più disponibile l’opzione socialista a indirizzare, magari solo virtualmente, il cambiamento. Così come non c’è un’Urss a far balenare un’alleanza alternativa al patto ineguale del capitalismo e del neo-colonialismo. È dai tempi del primo Khomeini, quando il bipolarismo non era ancora stato liquidato, che la «rivoluzione» – tanto più nel mondo islamico – ha perso i connotati convenzionali. Anche per questo la religione ha preso così tanto piede come fattore di aggregazione e mobilitazione nelle promesse, nonché, sull’altro fronte, nella resistenza persino cieca di chi vede minacciato un modo di vita ritenuto superiore.
Ovviamente, né Morsi né il governo tripartito a direzione Ennahada in Tunisia aveva i mezzi e ha avuto il tempo per rinnovare significativamente le strutture produttive e distributive di paesi che languono nella morsa del capitalismo dipendente. Era un sogno, un’illusione, per di più in un periodo di crisi e con gli effetti secondari, a strascico, di settimane e mesi di agitazioni. Adesso è un argomento di mera polemica. In Libia lo stato è al collasso ma siccome il petrolio ha ritrovato i volumi di quando c’era Gheddafi l’emergenza ha meno ripercussioni all’esterno.
Stando alla “vulgata” della globalizzazione, le crisi più pericolose potevano sempre essere tenute a freno se non risolte imitando o esportando il modello che aveva trionfato nella guerra fredda. Gli sconquassi vaticinati da Samuel Huntington avrebbero selezionato i migliori, se necessario mediante guerre piccole o medie. Non è questa la legge suprema del mercato, la ragione delle sue fortune?
Con quanto è successo nel Nord Africa l’agenda del Nuovo ordine mondiale ha bisogno di una profonda rivisitazione. Si diceva che le rivolte pacifiche vincevano più facilmente perché trovavano comprensione e appoggio nel mondo “civile” ma ormai, accantonate le rivoluzioni arancione che misero in allarme anche la Russia con le sommosse nel suo «estero vicino», dilaga l’impiego delle armi. Dalla Libia in poi la scena è di nuovo occupata dalle rivolte cruente, poco importa se per iniziativa dei ribelli o per la repressione scatenata dai regimi in pericolo. Dopo quanto è accaduto al Cairo sarà imbarazzante riproporre il passaggio obbligato di elezioni “free and fair”. Qualificare come «terrorismo» la reazione dei sostenitori di Morsi e della Fratellanza è un artificio – e un falso per Tariq Ramadan – ma è anche una profezia che prima o poi rischia di auto-realizzarsi. La Fratellanza musulmana non è confinata all’Egitto: la cancellazione della sua vittoria elettorale e addirittura del movimento peserà sicuramente di più sul piano regionale dello strappo dei militari algerini contro il Fronte islamico della salvezza vent’anni fa.
A questo punto il presunto modello islamico a cui concorreva anche la Turchia perde ogni parvenza di omogeneità e persino di verosimiglianza.
Nessuno parla più del Califfato. Lo scisma fra sunniti e sciiti, con terreni di scontro nelle due questioni cruciali di Siria e Iran, non lascia molti margini. L’Arabia Saudita ha rotto l’incantesimo e ha scelto il «male maggiore» apprestandosi a difendere con la forza tutto ciò che è conservazione. Avendo praticato ovunque possibile la guerra con prove che l’hanno divisa fra Marte e Venere, l’Europa si illude ancora di farsi sentire partendo dai suoi compitini e dai suoi aiutini? Sarebbe molto più realistico se tutti prendessero atto che l’idea di un apparato di seconda istanza a livello mondiale gestito con spirito di parte al fine di rimediare alla carenze dei singoli stati del Sud in transizione e delle rispettive “leadership” si è dissolta nei massacri e nei fuochi della Tian’anmen egiziana e che non ci si può più sottrarre a una vera svolta.

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