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Editoriale

Razzisti patentati nelle istituzioni italiane

Che prima o poi Calderoli avrebbe dato un contributo di peso al linciaggio razzista della ministra Cécile Kyengé era del tutto prevedibile. E immaginabile era, data la biografia politica e la qualità morale e intellettuale del personaggio, che la carica di vicepresidente del Senato non lo trattenesse affatto dal pronunciare ai danni di Kyengé qualche insulto razzista dei più classici.

Per citare solo alcune delle sue imprese, fu da ministro che, a febbraio del 2006, esibendo la famigerata t-shirt, provocò quella protesta di massa dinanzi al consolato italiano a Bengasi che costò la vita a ben undici manifestanti, uccisi dalla polizia libica.

Costretto a dimettersi dalla carica, anche allora fu presto ricompensato con la nomina a vicepresidente del Senato. E pure a quel tempo l’alta funzione non gli impedì, a luglio del 2006, in occasione del campionato mondiale di calcio, di procurare un grave incidente diplomatico ingiuriando la Francia e i suoi giocatori: “negri, islamici e comunisti”. Sempre da vicepresidente del Senato, ad agosto di quello stesso anno invitò a sparare contro le imbarcazioni dei “clandestini”. E alcuni mesi più tardi causò uno scandalo politico e di nuovo lo sdegno della comunità musulmana con la trovata del “Maiale-Day”. Anche il sèguito della sua carriera politica –ça va sans dire- è regolarmente punteggiato da ignominie politiche e intemperanze verbali di stampo razzista e omofobico: “culattoni”, si sa, è uno dei lemmi più ricorrenti nel raffinato lessico calderoliano.

Quelli elencati sommariamente sono fatti ben noti. Se li ricordiamo è per sottolineare di quanta ipocrisia grondino le dichiarazioni di quegli esponenti del governo e del Parlamento che sembrano scoprire solo oggi d’essersi messi in casa una bomba sempre pronta a esplodere (ricordiamo che il “nostro” è stato eletto vicepresidente del Senato con 119 voti, due di più di quelli di cui dispone l’intero centrodestra). E quanto inadeguate e ridicole suonino le parole di chi, nel governo e nel Parlamento, si è limitato a sollecitare le scuse di Calderoli alla ministra: parole irresponsabili verso un Paese che sprofonda nel baratro del discredito internazionale e diseducative verso i suoi cittadini, poiché in sostanza banalizzano il razzismo.

A sua volta, l’abituale pacatezza di Cécile Kyengé –un’ammirevole prova di stile- sembra non valga ad arrestare l’escalation di attacchi razzisti e sessisti, in specie ai suoi danni, con minacce di violenza perfino fisica. Per fermarla non saranno sufficienti, temiamo, la richiesta esplicita di dimissioni, avanzata finalmente dal Pd, e quella implicita di Enrico Letta; né il mantra autoconsolatorio dell’Italia che non è razzista e il rifiuto di “scendere al suo livello”, come ha replicato Kyengé a chi le chiedeva se intendesse intraprendere un’azione legale nei confronti di Calderoli.

Il quale, invece, con la tipica e volgare protervia leghista -alimentata nel corso del tempo dalle coccole, dalle sottovalutazioni, dall’opportunismo dei teorizzatori, espliciti e impliciti, della costola della sinistra- non fa, lui, che querelare questo e quello. Per dirne una: il 18 luglio prossimo, a Cassino, si svolgerà l’udienza preliminare del processo che vede imputati per diffamazione Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci, autori di Svastica verde. Il lato oscuro del va’ pensiero leghista (Editori Riuniti, 2011), libro che reca, fra l’altro, una Postfazione di chi scrive. Il volume è un’ampia inchiesta sulla Lega Nord, che ne mette in luce non solo il carattere eversivo e razzista –un razzismo, come si dimostra, cui non sono estranee le matrici nazionalsocialiste- ma anche la spartizione di poltrone, la corruzione, la gestione disinvolta delle casse degli enti pubblici, i torbidi rapporti con le banche, in definitiva l’affarismo e l’ingordigia di potere.

Ora, poiché l’inchiesta è corredata da una documentazione inattaccabile –è la Lega raccontata da se stessa, si potrebbe dire-, a quale espediente ha fatto ricorso Calderoli per querelare Peruzzi e Paciucci? Lamenta, il tapino, che la sua molto onorevole effigie compaia (per scelta non certo degli autori) sulla copertina del libro, accanto al sommario dei contenuti. Come se egli non fosse fondatore e dirigente illustre (si fa per dire) della Lega Nord, come se non ne rappresentasse la storia e le opere, come se non fosse sintesi vivente e sbraitante dello spirito leghista.

Insomma, a guardare con distacco e lucidità quel che accade nel nostro infelice Paese, si dovrebbe dire che è il mondo alla rovescia: non solo vi trionfano democrazia autoritaria, ingiustizia sociale e vessazione delle classi non-dominanti, ma vi si processano gli antirazzisti mentre razzisti patentati occupano, quasi indisturbati e da un ventennio, gli scranni più alti delle istituzioni.

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